Libia, in gioco il Rinascimento arabo | Gianluca Solera
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Gianluca Solera   
Libia, in gioco il Rinascimento arabo | Gianluca SoleraDopo le lunghe settimane della rivoluzione egiziana, settimane di rabbia, timore e speranza, niente è più come prima. L’Egitto cambia ogni giorno, ogni giorno cadono vecchie teste e maturano nuove idee.
I giovani prendono in mano il proprio destino e lanciano una campagna per riabbellire e ripulire le città chiamata “Ibda’ biNafsak” (“Comincia da te stesso”). Gruppi di giovani dipingono le fermate degli autobus con i colori della bandiera o riverniciano lo zoccolo dei marciapiedi per renderlo visibile al traffico, oppure ancora svuotano cassonetti delle immondizie lasciati in balia dei gatti. D’altro lato, i giovani rivoluzionari mantengono un coordinamento permanente tra i vari gruppi attraverso la cosiddetta “I’tilaaf Shabaab at-Thawra” (“Alleanza dei giovani rivoluzionari”) e pongono le basi per una sorveglianza civica della transizione.

Libia, in gioco il Rinascimento arabo | Gianluca Solera
Esaam Sharaf
Un giorno cade l’ultimo governo nominato da Mubarak (è successo il 3 marzo), un altro giorno il nuovo primo ministro incaricato Esaam Sharaf parla davanti ai dimostranti in un atto di prossimità umana e politica straordinaria, e parla di Jihaad popolare in termini laici per ricostruire il paese. Un giorno le Forze armate riconoscono che le modifiche alla carta costituzionale che verranno sottoposte a quesito referendario non sono sufficienti, come ripetuto più volte da voci indipendenti come El Baradei, un altro giorno vengono svelati dal personale della Bibliotheca Alexandrina i conti segreti della moglie dell’ex-presidente della Repubblica egiziana. Un giorno i giovani, protetti dall’esercito, entrano nelle sedi dei servizi di sicurezza mentre i suoi ufficiali cercano di bruciare o distruggere documenti compromettenti e salvare le prove della repressione, un altro giorno chiedono pubblicamente la destituzione dei vertici e dei conduttori dei canali radiotelevisivi collusi con il regime.

Tutto questo, però, è offuscato dall’avanzata delle truppe di Gheddafi, disposto a dipingere i dimostranti pro-democrazia in terroristi, drogati o spie straniere, pur di giustificare la repressione nel sangue di quei giovani ribattezzati “Ragazzi del 17 febbraio” (giorno in cui la rivolta popolare ha guadagnato le strade della Libia). E noi che facciamo? Che aspettiamo ad intervenire con la forza dissuasiva delle armi? Questo momento è delicatissimo: lasciare Gheddafi stritolare le voci del dissenso significherebbe incoraggiare le forze della restaurazione a rialzare la testa nei paesi arabi che vivono l’emozione della speranza rivoluzionaria, e le forze dell’ordine a non esitare nel premere il grilletto. In Libia si gioca il futuro del Rinascimento arabo. L’Europa è intervenuta in Ex-Yugoslavia, cosa aspetta ad intervenire in Libia? A che servono le Nazioni Unite se il gioco dello scaricabarile fa guadagnare tempo alla macchina da guerra di Gheddafi ed ai suoi mercenari assoldati tra i poverissimi dell’Africa tribale? Abbiamo davvero bisogno di un mandato internazionale quando è una questione di ore, non di giorni?

Libia, in gioco il Rinascimento arabo | Gianluca SoleraI segni della riorganizzazione controrivoluzionaria sono là. L’8 marzo dei provocatori assaltano e picchiano le giovani donne della rivoluzione a Maydan at-Tahreer per creare divisione e confusione sfruttando pregiudizi sessisti.
Il 10 marzo una chiesa viene bruciata ad Atfeeh, alle porte del Cairo, e nei quartieri popolari della capitale degli squadroni attaccano i cristiani in protesta, provocando tredici morti in quella che è stata ribattezzata la giornata delle “dita invisibili”, in allusione al ruolo degli apparati della polizia del regime precedente. Il 12 marzo l’esercito spara sulla folla a Sanaa’. Il 13 marzo la polizia attacca in forze i dimostranti in Bahrain.

È ora la prova della verità per l’Occidente, è ora che l’Europa deve dimostrare di stare con la democrazia e non con la “stabilità”, che ha giustificato per decenni la repressione delle libertà fondamentali di intere generazioni di arabi in cambio di vantaggiose relazioni commerciali, aperture economiche e flussi turistici protetti. La democrazia aborrisce la stabilità. la democrazia è movimento, rinnovamento, vigilanza e impegno. La stabilità come è stata intesa finora è staticità, complicità e parzialità. Nel lungo termine, non c’è stabilità senza democrazia. Lasciare vincere Gheddafi significa piegarsi al destino ineluttabile dell’autoritarismo e della miopia senile che indebolisce la ragione. L’11 marzo, i giovani di Alessandria hanno festeggiato alla Cittadella, che sorge all’imboccatura del porto vecchio, la vittoria della rivoluzione, e hanno invitato i turisti a ritornare nella terra della civiltà faraonica. L’iniziativa è stata soprannominata “Support Freedom, Visit Egypt”. Sulle mura della Cittadella stavano cinque bandiere: egiziana, italiana, giapponese, tedesca e libica, quella rosso-nero-verde dei dimostranti pro-democrazia, non quella verde pistacchio di Gheddafi. Se vince lui con l’inazione occidentale, con che coraggio ritorneranno i turisti lungo il Nilo?

In una recente intervista, Arturo Varvelli, ricercatore presso l’Ispi ed esperto di affari libici, diceva che se il confronto dovesse radicalizzarsi e non dovesse esserci una via di uscita democratica, questo potrebbe favorire l’inserimento di fondamentalisti islamici . Se a questo aggiungiamo la minaccia dei figli del Colonnello di tagliare i rifornimenti energetici, e le connessioni tra autorità libiche e mafia dell’immigrazione subsahariana, gli italiani dovrebbero preoccuparsi. Almeno per queste ragioni dovremmo preoccuparci.

E allora che aspettiamo? Che altra legittimità internazionale è richiesta per proteggere la popolazione libica che chiede la tutela delle proprie aspirazioni democratiche dalla furia devastante del regime? O sono queste aspirazioni forse meno importanti delle nostre perché sono arabi, sono quei “mori” che ancora turbano il nostro inconscio? Gli italiani che il 13 marzo dimostravano in molte città della Penisola in difesa della Costituzione stavano con gli insorti libici, e le bandiere degli insorti sventolavano in Piazza del Popolo, a Roma. Ma forse è ormai troppo tardi. O forse non ancora. Ogni giorno che l’Occidente perde non assumendosi le proprie responsabilità, mostra le rughe, un continente in cui l’età media è di quasi 38 anni (2003) di fronte ad una comunità araba che abbraccia due continenti, in cui l’età media è inferiore ai 20 (2003), proiettandola ineluttabilmente per ragioni non fossero che semplicemente demografiche a determinare la direzione della storia a venire. E mostrando le rughe, l’Europa potrebbe essere ricordata con diffidenza, se non con ostilità, e pagare severe conseguenze.

Durante la sua campagna presidenziale, Barack Obama dichiarò a proposito della guerra in Irak: “Non sono contro tutte le guerre, sono contro le guerre idiote”. Per una “guerra idiota” si mobilitò l’Occidente contro i sentimenti degli arabi. Perché non si mobilita per una causa giusta, la difesa delle aspirazioni democratiche di un popolo, e con questo della nazione araba intera, alleandosi per la prima volta con i popoli arabi e non contro di loro?

In Libia si decide tutto. Il 23 febbraio, mia moglie ed i miei figli rientravano ad Alessandria dopo aver evacuato nei giorni più tesi, quando ancora non si sapeva chi avrebbe prevalso in Egitto. Sul loro aereo stava un distinto signore libico che da Roma andava al Cairo e dal Cairo ad Alessandria, per poi proseguire via terra verso la frontiera libica e raggiungere la sua famiglia nella Bengazi liberata. In questo momento è con loro, ma Bengazi forse non sarà più libera a partire dai prossimi giorni, mentre l’Occidente gioca a nascondino. E forse il signore non farà più il viaggio di ritorno. In Italia potremo dire che avremo un arabo in meno, ma anche una ragione in più per piangere l’orgoglio democratico perduto.

Che aspettiamo a intervenire in Libia?

Gianluca Solera
(14/03/2011)



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