La Libia dopo Gheddafi vista da due attiviste | Stefanella Campana, Iman Bugaighis, Amel Jerary
La Libia dopo Gheddafi vista da due attiviste Stampa
Stefanella Campana   
La Libia dopo Gheddafi vista da due attiviste | Stefanella Campana, Iman Bugaighis, Amel Jerary
"La sfida dopo la fine del Colonnello è liberarsi della sua ideologia che ancora persiste. Per noi è difficile capire che cos’è la democrazia, la libertà”. Forte attesa per le elezioni del 23 giugno per eleggere i 200 rappresentanti dell’Assemblea Costituente. Importante il ruolo delle donne nella rivolta: ora chiedono di essere presenti al 40% negli organi elettivi


La Libia dopo Gheddafi vista da due attiviste | Stefanella Campana, Iman Bugaighis, Amel Jerary
Iman Bugaighis
Iman Bugaighis, sorriso dolce, porta con fierezza la spilla che raffigura la nuova bandiera libica con i colori verde, rosso e nero ornati da una mezzaluna calante e una stella bianca. Vive a Bengasi, attivista in difesa dei diritti umani, coordinatrice del dipartimento di odontoiatria all’Università. Ha partecipato con molte altre donne alle prime proteste iniziate il 17 febbraio 2011 davanti al tribunale per il rilascio di prigionieri politici, per chiedere una Costituzione. Molte di loro hanno pagato prezzi alti: stupri, asportazione degli organi genitali. E’ stata attiva nel comitato libico nominato dall’Onu che ha fatto luce sulle violazioni dei diritti umani ed ha ricoperto il ruolo di portavoce del Comitato Nazionale Transitorio: “mi sono dimessa perché gli attuali dirigenti sono inetti. E questo mentre siamo circondati dai familiari e dai lealisti del defunto Colonnello che continuano con armi e denaro a fare di tutto per destabilizzare il paese e impedire la ricostruzione. Una parte della famiglia Gheddafi si trova in Algeria, uno dei figli è in Niger, altri in Egitto. Il Cnt non riesce a farsi consegnare questi criminali per processarli ”.
La Libia dopo Gheddafi vista da due attiviste | Stefanella Campana, Iman Bugaighis, Amel Jerary
Amel Jerary
Anche Amel Jerary, docente all’Università di Tripoli, esperta mediatrice culturale - si è occupata tra l’altro di migrazione e di lavoratori espatriati in Libia - è impegnata in molti comitati della società civile e nel CNT come coordinatrice dei media. Amel ha una figlia, è divorziata e ha studiato anche negli Stati Uniti, al California Institute of Integral Studies. Racconta che ora quando viaggia mostra con orgoglio il suo passaporto libico “mentre prima, con la dittatura, provavo vergogna”. Vestono all’occidentale, senza hijab, ma entrambe si dichiarano praticanti dell’islam. Sicure di sé mostrano ottimismo per il futuro del loro Paese che si è liberato di 42 anni di pesante dittatura. Non si conoscevano prima. L’occasione per incontrarsi è stato un convegno a Torino promosso da Paralleli-Istituto Euromediterraneo del Nord Ovest. Parlano con disarmante semplicità di momenti e situazioni drammatici : “Siamo molto grati per gli interventi internazionali militari perché da soli temevamo di non farcela a liberarci da Gheddafi”, dice Amel. Un problema le milizie armate? “Ci fanno sentire più sicuri. Io torno a casa dalla facoltà alle undici di sera e nessuno mi disturba – dice Iman - Sono persone della società civile, medici ingegneri operai, che si sono armati per liberare il paese dalla dittatura. Sono espressione di quel 15-20 per cento di libici che non fanno parte di clan e che hanno respinto con forza le ipotesi di divisione del Paese”. La Libia del dopo Gheddafi è un paese da ricostruire, a cominciare dalle basi per la democrazia. “I libici vogliono giustizia, i diritti fondamentali, una vita migliore. Ventun studiosi costituzionalisti del CNT sono al lavoro per la nuova Costituzione che all’articolo 1 sancirà il principio che tutti sono uguali davanti alla legge senza differenze di identità, religione, sesso”.
Terzo paese esportatore di petrolio dell’ Africa, la Libia con i suoi sei milioni di abitanti vive ora una transizione difficile. “La sfida dopo Gheddafi è liberarsi della sua ideologia che ancora persiste. Per noi è difficile capire che cos’è la democrazia, la libertà”. Il CNT non è riuscito a prendere delle decisioni per rafforzare il Paese in quanto un organo non eletto: “Sa di non essere legittimato, ma almeno è servito a tenerci uniti. Ora abbiamo una società civile molto attiva, ci sono delle fantastiche donne leader, prima invisibili con Gheddafi”, dice Amel Jerary che con i suoi 42 anni voterà per la prima volta. “Anche se non saranno elezioni perfette, è l’inizio...” . Le ultime elezioni libere furono nel 1952 per decidere l’assetto della monarchia costituzionale predisposta dalle Nazioni Unite, dopo la dominazione coloniale italiana e due anni di governo di transizione ONU.
“Gheddafi odiava il suo popolo, usava parole di disprezzo e ha fatto poco o nulla per farlo vivere veramente bene”, dice Iman Bugaighis. La rendita derivante del petrolio, se ha consentito un livello di vita un po’ migliore rispetto a quello dei paesi vicini non ha certo portato a un reale sviluppo economico e sociale del Paese. A chi sembra aver dimenticato la Libia, Iman Bugaighis ricorda le prime elezioni libere a febbraio per il consiglio comunale di Misurata e quelle che si svolgeranno in aprile a Tripoli e il prossimo importante appuntamento politico, le elezioni del 23 giugno per eleggere i 200 rappresentanti dell’Assemblea nazionale Costituente che dovrebbe poi nominare un nuovo governo. “Potrà fare scelte più coraggiose, anche se il CNT deve ancora formulare leggi in merito ed è in ritardo rispetto all’elaborazione della Costituzione che è la vera partita su cui si gioca il futuro della Libia. Anche il ruolo delle milizie va definito, come si strutturano per garantire la sicurezza”. Il ministro degli Interni Fawzi Abdel A’al ha esortato i miliziani armati a deporre le armi, ma senza successo. “Il Cnt è così debole che non riesce a garantire la sicurezza ai confini, il governo è debole, non ha un esercito su cui contare – dice Iman - C’è poi la questione se scegliere un sistema federale voluto soprattutto da un movimento separatista della Cirenaica o invece centralizzato. I libici, che costituiscono una società uniforme (solo il 10% ha origini berbere), stanno dimostrando che vogliono una Libia unita. Il nostro Paese è distrutto: ora la priorità è ricostruire le strutture democratiche di base”. E’ curioso, ma queste due donne militanti della nuova Libia non parlano mai delle appartenenze tribali piuttosto di identità nazionale, smentendo stereotipi e analisi poco aggiornate della nuova realtà, di una popolazione formata al 50 per cento di giovani con meno di trent’anni, acculturati, non estranei alle idee di libertà e democrazia.
Iman spiega il ruolo importante svolto dalle donne nella rivoluzione anti-Gheddafi , già protagoniste da decenni in una società maschilista: “Lavoriamo e abbiamo pari salari rispetto agli uomini, possiamo divorziare e almeno per legge godiamo di pari opportunità, ma il nostro ruolo pubblico è limitato perchè il nostro è un Paese conservatore. Il problema è culturale: nel CNT è presente solo il 4% di donne, poche nei consigli comunali: la marginalizzazione della donna nella vita pubblica è un rischio reale”. Sembrano però decise a contrastarlo le molte donne che fanno parte di gruppi o associazioni, come quella molto attiva, nata con le prime manifestazioni, la Women for Libya (W4L), collegata alla ong Libyan Civil Society Organisation . Il suo obiettivo è dare visibilità alla voce delle libiche e assicurare la loro inclusione nel processo di riconciliazione e nei settori politici, sociali ed economici della società. “. L’iniziale quota del 10% di donne prevista sui 200 posti per l’Assemblea Costituente è stata definita dalla loro portavoce, Farah Abushwesha, “un insulto” visto che metà della popolazione libica ha partecipato tanto quanto gli uomini alla rivolta. Per questo - si legge in un articolo on line del quotidiano libico Tripoli Post del 20 gennaio 2012 - chiedono una presenza femminile di almeno il 40%, ma anche misure per assicurare corrette elezioni ed evitare discriminazioni e brogli, consultazioni pubbliche per la scelta del sistema elettorale, regole democratiche per i partiti che assicurino la partecipazione di donne e minoranze anche nelle aree rurali, e tutto questo all’insegna della massima trasparenza, a cominciare dai risultati elettorali.
Anche in Libia prevarranno forze islamiche? Per la docente universitaria l’eventualità dell’adozione della sharia, la legge religiosa musulmana come fonte del diritto è “un falso problema”: “Siamo un paese islamico formato da musulmani sunniti moderati e questo codice è inscritto nella mentalità dominante, è nelle nostre radici”. Rischi per le donne di essere relegate a un ruolo privato, tradizionale? “Non c’è nulla nell’Islam contro le donne – ribatte Iman - e io sono orgogliosa di essere islamica ma nessuno mi deve dire che cosa devo fare: non indosso i l velo, guido l’auto, lavoro e non ho nessun problema a rilasciare interviste e a parlare in pubblico”.
Le accompagno in giro per Torino, le porto al Teatro Regio e non nascondono il loro entusiasmo e stupore. Avevano letto su internet che era una città industriale, “non ci aspettavamo che fosse così bella”. Poi il loro pensiero torna alla Libia: “Abbiamo un Paese distrutto dalla guerra, ma pure la Libia è bella: ha bellezze naturali, storiche, artistiche. Abbiamo fame anche di cultura. Ce la faremo, ma non dimenticateci”.
La Libia dopo Gheddafi vista da due attiviste | Stefanella Campana, Iman Bugaighis, Amel Jerary

Stefanella Campana
09/04/2012