Comunità gitane in Spagna, la scommessa degli “chavales” | Miguel Angel Vargas Rubio, Podemos, Sevilla, Isidro Rodriguez, Joaquín López Bustamante, Cuadernos Gitanos, Hospitalet de Llobregat, Sant Andrià del Besòs, Cristina Artoni, R.O.M. Rights of Minorities
Comunità gitane in Spagna, la scommessa degli “chavales” Stampa
Cristina Artoni   

//Studenti in aula a MurciaStudenti in aula a MurciaIn Spagna non ci sono decine di migliaia di gitani, ci sono decine di migliaia di spagnoli che sono gitani. È una sfumatura importante”. Parola di Joaquín López Bustamante, direttore della rivista Cuadernos Gitanos e conduttore alla Radio Nacional di una trasmissione sull'arte e le culture gitane[1]. La diversità è semplicemente logica, perché una comunità tanto numerosa non può essere omogenea, sottolinea Bustamante: “Ci sono credenze, religioni, ideologie, professioni e formazioni differenti a seconda del contesto”. L'elemento, però, che resta imprescindibile è la coscienza di una comune appartenenza. Un elemento vissuto con profondo orgoglio: “Questo non si perde. Anzi, al contrario – precisa il direttore di Cuadernos Gitanos – Il timore che la scuola possa apayar[2] (“spagnolizzare”) è ormai superato. Fa parte del passato. Ora l'istruzione è considerata come un mezzo per acquisire maggiori strumenti intellettuali e per migliorare e conoscere la nostra storia e le nostre culture. E per rivendicarle”.

Sono, questi, gli importanti segnali di un'evoluzione lenta ma costante all'interno dell'universo gitano in Spagna, composta da sfumature diverse rispetto alle trasformazioni che coinvolgono le altre comunità del Paese. Negli ultimi anni non c'è stato un censimento dei Kalé ma in base all’ultimo studio dell'agenzia di ricerche sociali FOESSA[3] il numero oscilla tra le 800mila e un milione di persone, e quasi la metà (il 48,8%) ha meno di 25 anni. Una popolazione giovane, dunque, cresciuta negli ultimi decenni con le garanzie fornite dallo stato sociale e che ha avuto l'opportunità di inserirsi all'interno del sistema educativo, una chiave fondamentale per spiegarne i recenti sviluppi.

“Fino alla metà degli anni Ottanta praticamente non c'erano gitani nelle scuole – spiega Isidro Rodriguez, direttore generale della Fondazione del Segretariato Gitano (FSG) – Oggi quasi il 100% dei bambini finisce le elementari. La società gitana sta cambiando molto ma gli spagnoli non se ne rendono conto”. Ora questo processo di inserimento e integrazione deve fare i conti con la crisi economica che, anche in Spagna, colpisce soprattutto le realtà sociali più fragili. In particolare quelle gitane, secondo la ricerca della FOESSA, registrano “livelli di esclusione allarmanti, che peggiorano molto rapidamente con la crisi e i tagli ai servizi. A questo va aggiunta una condizione di grande discriminazione”. Tutti questi fattori si riflettono anche nell'educazione e diventano un vero problema soprattutto nell’età dell'adolescenza. Dai 12 anni si registra, infatti, un abbandono scolastico tra gli alunni gitani di quasi 5 volte superiore rispetto al resto della popolazione, secondo una ricerca del 2013 della FSG[4].

In questo quadro il punto che costituisce un indice di allarme e che segnala l'alto livello di ineguaglianza è l'esclusione educativa che negli ultimi anni di crisi si è duplicata tra gli studenti gitani: attestata al 18,2% nel 2007, è salita nel 2013 al 36%. Un deciso peggioramento, dunque, mentre nel resto della società spagnola il processo ha registrato un andamento opposto: dal 10,2% del 2007 è sceso al 7,7% nel 2013.

 

Il rischio ghettizzazione

// Hospitalet de Llobregat Hospitalet de LlobregatA incidere sul futuro degli alunni è sicuramente un'esclusione che avviene senza clamore ma nei fatti concreti, specialmente nelle periferie o nei comuni satellite dei grandi centri urbani. Ne è un esempio, tra i tanti, Hospitalet de Llobregat, città catalana di oltre 200mila abitanti a sud di Barcellona. Qui, come in altre zone periferiche, ci sono scuole che di fatto hanno un'altissima concentrazione di bambini gitani, spiega Andrea De Lotto, ex insegnante nelle scuole materne ed elementari: “Si arriva al 90% in classi di numero ridotto, e non è assolutamente frutto di una scelta. Nel corso degli anni, per una serie di concomitanze e vari smistamenti, sono crollate le iscrizioni da parte del resto delle famiglie non gitane della zona con il risultato di trasformare di fatto alcuni istituti in scuole gitane, tanto da diventare un punto di riferimento per le comunità. A volte ci sono bambini di altri quartieri che vengono qui proprio per la connotazione della scuola. Il valore aggiunto è che dove io tengo i miei corsi, la direzione e il corpo docente hanno un'attenzione e un'elasticità verso alunni e famiglie che in altri istituti sarebbero impensabili”. Gli esempi sono quotidiani, come l'aiuto a recuperare i documenti per avere accesso gratuito alla mensa fino alla disponibilità a sostenere le famiglie problematiche. “Questa sensibilità e capacità di dialogo influenza positivamente i ragazzi che sono più motivati e frequentano le lezioni – sottolinea Andrea De Lotto – Mentre in altre scuole si trovano troppo spesso, chi più chi meno, in condizioni di emarginazione o esclusione. Il risultato in questi casi sfocia spesso nell'abbandono scolastico. Però le scuole a maggioranza gitana rischiano a volte di trasformarsi in un'arma a doppio taglio perché diventano una sorta di ghetto. I problemi maggiori sorgono dopo le elementari quando i ragazzini entrano in un nuovo circuito, cioè in scuole “miste” che il più delle volte non riescono a stare al passo con le esigenze delle comunità gitane. L'effetto è che molti davanti alle difficoltà decidono di lasciare gli studi”.

La conferma arriva anche da Sant Adrià del Besòs, altro importante centro appena fuori la periferia di Barcellona, dove Basilio Perona, da sempre impegnato nel movimento associativo gitano nel quartiere di La Mina, è stato eletto al consiglio comunale con la lista associata a Podemos e a Barcelona en Comù,: “Come dice José Mujica, ex presidente dell'Uruguay, il riscatto dei popoli emarginati avviene solo attraverso l'istruzione, l'istruzione e ancora l'istruzione. Per me questa è la chiave. Dobbiamo ridurre l'assenteismo ma nel mio quartiere, dove la metà della popolazione è gitana e l’altra metà paya[5], nelle scuole il 95% degli alunni è gitano. Stiamo creando dei ghetti e su questo è urgente intervenire”[6].

In passato la disaffezione delle comunità gitane nei confronti della scuola come istituzione era soprattutto legata al timore della perdita dei valori tradizionali: “Quelli alla base della gitanidad erano la solidarietà, il rispetto per gli anziani e il sostegno reciproco – spiega Isidro Rodriguez – ma queste paure stanno scomparendo. In Spagna è stato dimostrato che i nostri valori sono compatibili con la società maggioritaria. Ma fino a pochi decenni fa non era ‘da gitano’ andare all'università o permettere alle donne di andare a lavorare”.

A rompere questi retaggi antiquati è stato soprattutto l'impegno delle giovani generazioni sostenute in moltissimi casi anche dalle precedenti, in particolare dalle donne/madri capaci di spezzare dei circoli viziosi. Lo racconta Marta, venticinquenne di Malaga che ricorda l’incoraggiamento ricevuto dalla madre Montse: “Non demordere Marta – mi ripeteva sempre – prendi il diploma. Se sarai bocciata, ci riproverai. Tu non fermarti”. È così che la ragazza, passo dopo passo, è diventata fisioterapista e ora è l'orgoglio dei genitori e un punto di riferimento all'interno della sua comunità.

Sara Giménez ne ha sentiti migliaia di questi racconti, lei che è diventata, nel 2000, la prima avvocata gitana di Aragón, la comunità autonoma nel nord-est della Spagna. Originaria di una famiglia di commercianti ambulanti, a differenza dei suoi tre fratelli ha scelto la carriera universitaria. Ormai è una figura di spicco della causa gitana ed è anche direttrice del dipartimento di Uguaglianza e lotta contro la discriminazione della FSG. Il suo percorso è stato sempre accompagnato da una frase che si ripresentava costantemente: “Non sembri gitana”. Eppure la sua scelta l'ha fatta senza mai voler perdere la propria identità, tanto da dedicarsi all'emancipazione e alla difesa delle comunità spagnole. “Negli ultimi anni – assicura Sara Gimenez – sono migliaia le donne gitane che con coraggio hanno mostrato il desiderio di emanciparsi e di rendersi autonome, superando la barriera della discriminazione. Per loro la fatica è doppia: come donne e come gitane”.

 

La questione abitativa

Benché dal punto di vista dell'integrazione abitativa le condizioni delle comunità in Spagna siano sicuramente migliori rispetto al resto d'Europa, il 4% delle famiglie vive ancora in baracche e l'11% in abitazioni inadeguate[7].

Queste situazioni precarie, anche se limitate, permangono soprattutto in Galizia e Andalusia dove sono in corso progetti per migliorare le condizioni di vita e per il superamento degli accampamenti. In Galizia, per esempio, dove si conta il maggior numero di insediamenti informali, circa trenta con 2.700 abitanti, il governo locale ha lanciato un progetto di inclusione sociale per superare le strutture precarie entro il 2020. Un impegno lento e laborioso, ammettono anche dal FSG locale, perché interviene su un tessuto sociale composto da relazioni essenzialmente basate sulla solidarietà. Ma anche se le condizioni abitative sono difficili, secondo i dati raccolti dalla Xunta de Galicia[8], negli ultimi vent'anni il livello di scolarizzazione è aumentato. Più dell'87% dei ragazzi che vive in condizioni di disagio abitativo ha concluso la scuola dell'obbligo. Tra gli adolescenti, invece, il livello di assenteismo dai banchi sfiora il 61%. Ma il problema abitativo, secondo gli esperti, c’entra solo in parte: la questione è ben più complessa.

 

Pregiudizi duri a morire

La precarietà degli alloggi in Spagna è un elemento marginale perché nel Paese, a differenza del resto d'Europa, tra gli anni '70 e '80 sono state introdotte politiche per il diritto alla casa nei centri urbani, e questi provvedimenti hanno migliorato le condizioni di vita delle comunità gitane favorendo l’inclusione sociale. Ora la sfida è riuscire ad abbattere i pregiudizi che troppo frequentemente hanno delle ricadute sulla vita quotidiana delle comunità: “Nel mio lavoro come responsabile della Sezione Uguaglianza e lotta contro la discriminazione – spiega Sara Giménez – ogni giorno mi trovo di fronte a casi in cui a una persona, semplicemente perché gitana, può venir rifiutato l'affitto di una casa, un colloquio di lavoro o l'entrata in discoteca. Alla base di questi comportamenti ci sono degli stereotipi duri a morire”.

//Serie televisiva “Los gipsy kings”Serie televisiva “Los gipsy kings”A contribuire pericolosamente a consolidare l'immagine negativa ci sono anche e soprattutto i mezzi di informazione. Il dito è puntato in particolare contro la Mediaset spagnola che dopo la realizzazione del reality “Palabra de gitano” ha recentemente lanciato una nuova serie televisiva, “Los gipsy kings”[9], un cocktail di cliché che vanno dall'omofobia al gitano criminale ‘per natura’. “Questi messaggi infangano e azzerano anni di lavoro per la difesa dell'uguaglianza – sottolinea Sara Giménez – Abbiamo protestato contro Mediaset, ma credo che la cosa più importante sia il sostegno della cittadinanza e dei responsabili politici nel respingere programmi come questi”.

Il sottofondo di razzismo aleggia anche in una delle maggiori istituzioni culturali del Paese, la Real Academia Española, che promuove il castigliano e che, nell'ultima edizione del dizionario di lingua, associa la parola “gitano” a “trapacero”, cioè “imbroglione”, “una persona che con astuzia, falsità e bugie cerca di ingannare il prossimo”. La protesta delle organizzazioni gitane è stata sostenuta dalla campagna informativa “#Yo no soy trapacero. #Yo soy trapacera”[10] che promuoveva un video in cui alcuni bambini gitani scoprono la discriminazione leggendo il dizionario ripresi dalla telecamere. Le reazioni sono tra l'incredulità e la delusione. Anche questo fa parte di una realtà ancora scottante per le comunità gitane, tuttora intrappolate in pregiudizi antichi che si riflettono nella società.

Secondo uno studio del Centro di inchieste sociologiche (CIS)[11] realizzato nel 2005 “il 40% degli spagnoli non gradirebbe come vicini dei gitani”. A questo si aggiunge che uno spagnolo su quattro non vorrebbe che il proprio figlio fosse in classe con coetanei gitani. Questo significa, conclude il CIS, che i gitani restano un gruppo sociale discriminato, più dei migranti e i senzatetto. Una condizione, secondo Isidro Rodriguez, che resta comunque meno grave che altrove: “Se paragoniamo la nostra situazione con gli altri Paesi europei ci rendiamo subito conto che qui è migliore. Il sistema spagnolo garantisce protezione sociale e programmi di intervento per diminuire le diseguaglianze. Sono migliori anche le condizioni sociali e di accesso ai diritti per le comunità gitane. La realtà è ben più drammatica nei Paesi dell'Est Europa ma anche in Italia e Francia”.

 

Il “modello spagnolo”

Ma è soprattutto su istruzione e lavoro che il “modello spagnolo” di inclusione sociale è preso come esempio in altri Paesi europei, tra cui Bosnia e Romania. È il caso del progetto di promozione all'impiego “Acceder”[12] che sviluppa programmi specifici con l'idea di apprendere attraverso il lavoro. A Barcellona sono stati creati dei percorsi di inserimento all'interno della Croce Rossa e numerosi progetti imprenditoriali dedicati ai giovani.

Queste esperienze hanno avuto riscontri positivi soprattutto ora che il mercato del lavoro è entrato in crisi. Negli ultimi sei anni il tasso di disoccupazione presso i gruppi gitani è triplicato, mentre per il resto della comunità è duplicato. Le maggiori preoccupazioni, considerata l’età media piuttosto bassa, riguardano i ragazzi tra i 15 e i 19 anni che vengono definiti “ni-nis” perché non studiano né lavorano. Tra i “chavales”[13] sono più del 43%, mentre tra il resto della popolazione il 12%.

Malgrado tutte le difficoltà sociali, però, in Spagna si respira aria di cambiamento. Il fiorire di una nuova idea di politica permette di vedere la società con occhi nuovi. Lo assicura Miguel Angel Vargas Rubio, gitano, scenografo e attualmente impegnato a Sevilla nel partito di Pablo Iglesias, Podemos: “è politicamente un errore considerare i gitani un problema. Essere gitano è semplicemente uno dei modi di non partecipare al pensiero egemone che vorrebbe far credere che l'Europa e l'Occidente siano migliori rispetto al resto del mondo”.

 


 

Cristina Artoni

12 giugno 2015

Con il sostegno di:

Comunità gitane in Spagna, la scommessa degli “chavales” | Miguel Angel Vargas Rubio, Podemos, Sevilla, Isidro Rodriguez, Joaquín López Bustamante, Cuadernos Gitanos, Hospitalet de Llobregat, Sant Andrià del Besòs, Cristina Artoni, R.O.M. Rights of Minorities



  1.    Joaquín López Bustamante (Valencia, 1961), è condirettore e presentatore di ‘Gitanos: arte y cultura romaní’, una trasmissione della Radio Nacional nata a Radio Exterior.
  2. “Apayar” significa rendere un gitano “payo”, termine utilizzato in Spagna dalle comunità gitane per denominare “i non gitani”.
  3. Fundaciòn FOESSA, Fomento de estudios sociales y de sociologias aplicada: http://www.foessa.es/publicaciones_periodicas.aspx
  4.      Fundaciòn Segretariado Gitano, 2013 https://www.gitanos.org/actualidad/archivo/102969.html
  5.      “Non gitana”.
  6.      Intervista a Basilio Perona, http://www.museuvirtualgitano.cat/ca/entrevistes/basilio-perona-un-concejal-gitano-en-sant-adria-del-besos.html, 31/5/2015.
  7.      Mapa sobre vivienda y comunidad gitana www.gitanos.org
  8.      http://benestar.xunta.es/web/portal/plan-desenvolvemento-xitano
  9.      http://www.mitele.es/programas-tv/los-gipsy-kings/temporada-1/programa-1/
  10.    Campagna video: “Yo no soy Trapacero”: https://www.youtube.com/watch?v=07AOykW9KxI).
  11.    https://www.gitanos.org/centro_documentacion/documentos/fichas/25179.html.es
  12.    http://www.gitanos.org/iguales/gitanos_empleo/gitanos_y_empleo.html
  13.    “Ragazzo”, termine che proviene dalla lingua romanì.