Il "duende" gitano in Spagna | Barrio Gotico, Tete el Gitano, Andalusia, Los Tarantos, Sergio Rodriguez, Blas Infante, Aniya la Gitana, Somorrostro, Vicente Escuder, Carmen Amaya, Farruco, Federico Garcia Lorca, Nuria Leon de Santiago, Cristina Artoni, R.O.M. Rights of Minorities.
Il "duende" gitano in Spagna Stampa
Cristina Artoni   

//Tete el GitanoTete el GitanoHo iniziato a suonare con accanto una birra sempre fresca e una chitarra scordata. Ero un ragazzino ma già sapevo che il ‘ventilador’ poteva salvare qualsiasi accordo”. Mentre parla in un baretto del Barrio Gotico di Barcellona, Tete el Gitano[1] ha già carburato. Dopo una serie di chupitos, si è fatto allungare dal bancone l'intera bottiglia di tequila che “serve a rendere più lieve il racconto”. Musicista, Tete ha sangue gitano da parte di padre. Nato a Huelva, in Andalusia, si è trasferito a Barcellona all'età di dieci anni con la madre: “Sono cresciuto tra i suoni del flamenco nelle feste andaluse ma qui in Catalogna nelle comunità gitane si suonava la rumba. Bastava poco per accendere la festa, quello che noi chiamiamo il jorgorio. Qualche chitarra per scatenare dei ritmi che aprono le danze, e che ancora oggi realizziamo muovendo le dita sulle corde proprio come se imitassimo la velocità e il frullare di un ventilatore. E quando c'è la base tutti possono partecipare, con un battito di mani sincopato, dei cucchiai o delle pentole. Fondamentali, poi, sono la danza e il ritmo delle ballerine attraverso i tacchi. A differenza del flamenco, che è molto più rituale, nella rumba non ci sono regole e nemmeno limiti”.

 

Passa anche da qui, da queste parole, la consapevolezza dell'importanza delle antiche tradizioni gitane nell'arricchimento culturale in Spagna. Nel Paese si percepisce in modo palpabile che quando sulla scena entrano in campo artisti, conosciuti o meno, in cui scorre sangue gitano la festa è garantita. “Io arrivo con la mia arte – dice Tete – e tra il pubblico si respira immediatamente una sensazione di allegria. Non so cosa sia il razzismo e lo dico con orgoglio. Forse in passato i nostri parenti ne hanno sofferto, ma è un tipo di disprezzo che io non conosco”. La consapevolezza di Tete è il risultato del lungo percorso a ostacoli compiuto da un popolo da sempre respinto. E questa fierezza è condivisa da molti artisti gitani, come per esempio Los Tarantos, che affermano: “Se davvero siete curiosi di sapere chi siamo, venite a vederci suonare. Una notte di flamenco vi dirà tutto di noi”[2].

Quei ritmi incantatori aiutano a comprendere cosa si intenda per duende, un concetto difficile da definire che nel flamenco esprime una sorta di alchimia magica, autentica e carismatica. Chi possiede il duende ha un’anima, dicono i grandi artisti gitani. Quest’idea aveva affascinato anche Garcia Lorca che provò a spiegarlo riportando le parole di un anziano chitarrista: “Il duende non si esprime con il canto attraverso la gola. È uno spirito che attraversa il corpo partendo dalla pianta dei piedi”.

Ma, a parte il duende che avvolge questo mondo con un velo di mistero dalle mille interpretazioni, nella loro lunga storia segnata da sofferenza e isolamento anche i gruppi romanès spagnoli sono da sempre stigmatizzati dagli stessi pregiudizi diffusi anche negli altri Paesi di insediamento.

“Da un lato sono considerati […] culturalmente predisposti a essere esclusi dalla società, perché ladri o mendicanti – spiega il professor Sergio Rodriguez[3] – oppure vengono percepiti come persone che ‘hanno un dono per l'espressione artistica innato nel sangue’. Entrambe le affermazioni sono false ma, mentre la prima non fa parte della cultura gitana, l'arte, che spazia dalla musica alla letteratura, (ne) è parte integrante […] già dall'infanzia. Ma si tratta di una disposizione culturale, non certo naturale – prosegue Sergio Rodríguez – che porta i gitani addirittura a trasformare la propria esistenza in un'opera d'arte. Se l'etica si può definire come “l'arte del saper vivere”, vediamo che nel corso della storia i gitani hanno dimostrato la capacità di superare con gran dignità le carenze materiali anche in condizioni estremamente difficili”.

 

Il flamenco

Il "duende" gitano in Spagna | Barrio Gotico, Tete el Gitano, Andalusia, Los Tarantos, Sergio Rodriguez, Blas Infante, Aniya la Gitana, Somorrostro, Vicente Escuder, Carmen Amaya, Farruco, Federico Garcia Lorca, Nuria Leon de Santiago, Cristina Artoni, R.O.M. Rights of Minorities.Ma in questa arte del sopravvivere la cultura gitana ha dovuto aprirsi alla società e lasciarsi alle spalle il proprio ermetismo per mostrare al mondo, in cambio di denaro, i suoi aspetti più preziosi. Così, la musica gitana ha cominciato a essere suonata in pubblico a partire dal secolo XVI durante celebrazioni religiose o in occasione di banchetti alle corti dei ceti nobiliari. I due secoli di persecuzioni contro le comunità gitane in Spagna hanno, successivamente, portato alla nascita clandestina del flamenco, un genere musicale scaturito, secondo molti studi, dall'incontro tra ritmi e tonalità di origine indiana e melodie legate alla cultura islamica. Il vocabolo “flamenco”, secondo una ricerca dello scrittore e politico Blas Infante[4], proviene dall'espressione andalusa “fellah min gueir ard” che significa “contadino senza terra” o da “fellah-mangu” che nell'arabo parlato in Marocco voleva dire “canto del contadino”. Secondo questa versione le comunità gitane e arabe si allearono contro la repressione esercitata dai Reali spagnoli.

I due popoli condividevano, infatti, la stessa condizione di minoranza etnica e vivevano ai margini della cultura dominante. Da questa vicinanza nacque il flamenco e si sviluppò nella bassa Andalusia (il triangolo formato dalle province di Jerez de la Frontera, Cordova e Siviglia) come espressione del dolore provocato dall'oppressione. “Il flamenco rappresenta un grido primordiale – diceva il poeta e scrittore Ricardo Molina[5] – di un popolo costretto alla povertà”.

Che tristezza i miei pasti”, lamenta un'antica canzone gitana, “limoni al mattino, limoni a mezzogiorno”[6].

Nato intorno alla seconda metà del 1700, sarà solo dopo il 1840 che il flamenco abbandona la condizione semiclandestina per conquistare il palcoscenico nei café chantant. Da questo momento in poi, malgrado i pregiudizi razzisti difficili a morire, le comunità gitane diventano un punto di riferimento imprescindibile della cultura in Spagna, e l’espressione artistica diventa un veicolo attraverso cui si compie un lento ma incessante processo di integrazione.

 

//Carmen AmayaCarmen AmayaDonne, artiste, rivoluzionarie

Anche le donne hanno un ruolo importantissimo nel flamenco, non solo nel canto e nella danza ma anche nella storia della chitarra classica. Tra le figure più importanti spicca Anilla de la Ronda, originaria di una delle cittadine andaluse che ha conservato maggiormente la sua struttura araba. Con il nome d'arte Aniya la Gitana, armata della sua chitarra, nel 1890 calcava le scene dei principali locali di Malaga, come il Café de Chinitas, fino ad arrivare a esibirsi nel Teatro Spagnolo di Ronda e in seguito alla corte della Regina Vittoria Eugenia. L'artista fu anche citata insieme ad altri musicisti gitani nella conferenza di Garcia Lorca sulla cultura flamenca[7]. Queste donne sono considerate delle pioniere e hanno lasciato un’importante eredità per coloro che ancora oggi si dedicano al flamenco: “Sono moltissime le donne che hanno lottato per ottenere un proprio spazio in questo mondo esclusivo”. sottolinea Lorena Chuse[8], docente di etnomusicologia. “Sono state donne forti, dedicate alla musica e all'insegnamento, che hanno arricchito con la propria arte creativa il flamenco. Questo non significa che ancora oggi non ci siano ostacoli: l’attitudine machista persiste, ma l'impegno per abbattere le porte di accesso è davvero grande”.

Una rivoluzionaria in questi termini è stata Carmen Amaya. Nata a Barcellona nel 1915, nella baraccopoli del Somorrostro, nel quartiere gitano diventato ora Vila Olimpica, imparò all'interno della comunità i primi passi di flamenco. Ma, adattandoli al suo fisico esile e asciutto, si mise a “imitare le onde del mare”, come confessò lei stessa. E la sua audacia era accompagnata da una sicurezza di fondo. Con un ritmo dalla forza di una mitraglia[9], Carmen inizia una carriera che la porterà fino a Hollywood. Sui mille palchi che conquista con la sua danza magica in cui sprigiona un potere di seduzione unico, Carmen si esibisce indossando i pantaloni e utilizzando passi di flamenco fino a quel momento riservati agli uomini. Giovanissima, viene invitata nei più importanti tablaos in Catalogna e Andalusia dove viene ribattezzata La Capitana. Fino a che debutta a Madrid in un locale del Palacio de la Musica. Vicente Escuder[10], importante bailaor, disse di lei: “Questa gitanilla rivoluzionerà il baile flamenco, perché è la sintesi geniale di due grandi stili: quello della bailaora antigua, dalla cintura alla testa, con un braceo incredibile e una rara luminosità nello sguardo, e lo stile trepidante del bailaor nel suo prodigioso zapateado”.

La massima espressione della cultura gitana conquista, così, un riconoscimento mondiale e permette nella società spagnola l'istaurarsi di una nuova fratellanza nel nome dell’arte tra gitani e non gitani (los payos). “Paco de Lucia[11] – racconta Tete el Gitano – senza dubbio il chitarrista più virtuoso al mondo, era considerato uno di noi, anche se non aveva sangue gitano. Ma era immerso nella cultura del sud dove si condivide prima di tutto la passione per il duende[12] nel flamenco”.

Anche Irene Bazzini, giovane italiana di Pavia ha trovato a Siviglia un luogo dove fermarsi: “Dal 2009 – racconta – faccio parte della compagnia di flamenco della famiglia gitana dei Farruco, una delle più importanti. Sono stata accolta fino anche a essere ribattezzata Irene la Sentìo[13]. A lezione La Farruca[14], figlia del leggendario Antonio Montoya Farruco[15], mi diceva: “Non è normale quello che hai: ti muovi come se avessi un sesto senso!”. E in quel caso si riferivano al senso del ritmo, della musicalità, del saper cogliere l'essenza di quello che si sta realizzando durante una danza. E infatti sento che il nome d’arte che mi hanno dato mi rispecchia anche a livello personale”. Irene da bambina era rimasta affascinata durante una festa a Voghera vedendo alcuni ballerini di flamenco dal sapore folcloristico: “Ballavano flamenco e rumba. Quando li ho visti sono rimasta senza fiato e ho capito che quella sarebbe stata la mia strada. Ora so che si può essere gitani anche senza esser nati direttamente all'interno di una comunità. La cosa essenziale è condividere un modo di sentire intensamente la vita e di assaporarne i momenti. Anche questo è un modo di essere gitani. Non si tratta del solito stereotipo sul ‘gitano che vive alla giornata’, quanto piuttosto di una persona che assapora con passione l'esistenza. Qui in Spagna i gitani sono considerati dei maestri assoluti, soprattutto nell'ambito artistico. Io con i Farruco ho imparato a volare attraverso il flamenco e ormai so che a volte  Antonio Montoya Farruco  non ha senso razionalizzare. Ci sono cose che non vanno spiegate ma ‘sentite’ per conservare la loro magia”.

 

Una letteratura tramandata oralmente

Un contributo essenziale nel fare luce sulle comunità gitane lo aveva dato il poeta Federico Garcia Lorca[16] quando, senza eccessi esotici, parlò del loro ruolo all’interno della cultura andalusa. Negli anni Venti Garcia Lorca è uno dei primi scrittori contemporanei a prendere coscienza delle rivendicazioni su cui si fondano le arti espressive gitane. Con intuizione e sensibilità, il poeta e drammaturgo spagnolo pubblica due dei suoi libri più famosi sul mondo gitano: “Poema del Cante jondo” e “Romancero gitano” dove trasmette il mistero del duende e riproduce magistralmente l'essenza dell'arte gitano-andalusa: “Verde ti voglio proprio verde / Verde vento / Verdi rami / La barca sul mare e il cavallo sulla montagna”[17]. Oppure sulla sofferenza del popolo gitano: “Oh città dei gitani! Agli angoli bandiere. La luna e la zucca con le amarene in conserva. Oh città dei gitani! Chi t'ha vista e non ti ricorda? Città di dolore e di muschio con le torri di cannella”[18]. Il

Ne emerge un affresco universale, che rimanda al lungo cammino di un intero popolo frastagliato da secoli di erranza forzata. Ed è anche a causa, o meglio per riflesso, di questa peregrinazione imposta che ulteriori forme d'arte come la letteratura e la poesia del mondo gitano si sono sviluppate soprattutto oralmente.

Come conseguenza dell'importanza anche della sonorità e della musica nella cultura gitana – precisa Sergio Rodríguez – la letteratura è stata per secoli circoscritta inevitabilmente alla narrazione orale di storie e racconti. La maggior parte delle opere artistiche gitane hanno cominciato a essere trascritte solo a metà del secolo XIX, da esperti e studiosi non gitani”. Secondo alcuni, la natura di questa tradizione orale sarebbe da ricercare anche nel carattere espressivo dell'arte gitana, soggetta sempre alla volontà dell'artista, come sottolinea il pittore italiano Bruno Morelli: “Bisogna accettare l'opera come una parte della vita. Lontana da qualsiasi elemento terreno, o dalla vita reale del proprio autore, l'opera vive già un'altra vita ed è passata a un altro stato d'animo”[19].

Ma anche nella letteratura contemporanea ci sono passi avanti che indicano in Spagna che un'integrazione di comunità “altre”, come quelle gitane, è possibile. Lo dimostra Nuria Leon de Santiago, cresciuta a Barcellona e figlia della Chana[20], una delle più grandi bailaoras di tutti i tempi. Cresciuta tra grandi personalità del flamenco e della rumba, come il musicista Peret, Nuria è considerata la prima scrittrice gitana in Spagna. La sua opera appena pubblicata è una biografia romanzata dedicata a Gustav Mahler intitolata “L'angelo di Mahler”. “Io ho avuto la fortuna – racconta Nuria – di crescere circondata da personaggi come Dalí, Manolo Caracol o Paco de Lucia. Vivere in questo ambiente mi ha fatto capire che l'arte non appartiene a nessuno, ma è un patrimonio universale. Una sinfonia di Mahler sprigiona in me le stesse emozioni di un canto flamenco o di un fandango. Sono generi musicali diversi ma tutti ti fanno venire la pelle d'oca e ti provocano un nodo alla gola dall'emozione”[21].

 


 

Cristina Artoni

29/9/2015

Realizzato con il contributo di:

Il "duende" gitano in Spagna | Barrio Gotico, Tete el Gitano, Andalusia, Los Tarantos, Sergio Rodriguez, Blas Infante, Aniya la Gitana, Somorrostro, Vicente Escuder, Carmen Amaya, Farruco, Federico Garcia Lorca, Nuria Leon de Santiago, Cristina Artoni, R.O.M. Rights of Minorities. 

 

 


 

  1. Un estratto di un concerto a Barcellona di Tete el Gitano:  
  2. https://www.facebook.com/gallego.grial/videos/1641601806087944/?pnref=story Clarín, 24/07/2005
  3. Docente di Scienze Politiche e comunicazione sociale a Barcellona, attualmente è direttore dell'Istituto Cervantes di Roma e autore tra l'altro di “Gitanidad, otra manera de ver el mundo”, Kairòs edizioni.
  4. Autore del libro “Origenes de lo flamenco y secreto del cante jondo”, Ediciones de la Consejeria de Cultura de la Junta de Andalucia.
  5. “Misterios del arte flamenco: ensayo de una interpretación antropológica” edizioni Sagitario, Barcellona, 1967

  6. “Duermete curro” interpretata da Perla de Cadiz, link: https://www.youtube.com/watch?v=T9gWPFrmK8s
  7. "Importancia Histórica y artística del primitivo cante andaluz llamado Cante Jondo" del 1922 a Granada. http://gnawledge.com/pdf/granada/LorcaCanteJondo.pdf
  8. Docente presso l'Università di Berkeley, California, autrice del testo “La mujer y la guitarra flamenca” Jerez 2015.
  9. Video preziosi di Carmen Amaya: https://www.youtube.com/watch?v=FCca6d2ceI0
  10. Conferenza di José de la Vega “Lo andrógino y lo arquitectónico del baile flamenco. Recordando a Carmen Amaya Vicente Escudero”, Barcelona, 23/5/2013
  11. http://www.pacodelucia.org/
  12. Uno spirito misterioso
  13. Irene la Sentìo: https://www.youtube.com/watch?v=LzvsoWliW9c
  14. La Farruca: https://www.youtube.com/watch?v=jMQfE3Z8w2c
  15. El Farruco: https://www.youtube.com/watch?v=BhWvCNKlGVM
  16. Federico Garcia Lorca , "Un poeta en Nueva York" (conferencia-recital).
  17. Federico Garcia Lorca “Romance sonambulo”, Romacero Gitano, 1928.
  18. Federico Garcia Lorca “Romance de la Guardia Civil Española”, Romacero Gitano, 1928.
  19. Dal libro di Sergio Rodríguez “Gitanidad, ota manera de ver el mundo”, pag. 287.
  20. Esibizione tutta improvvisata della bailaora la Chana con il maestro della rumba catalana Peret https://www.youtube.com/watch?v=EY_k5CAjmS8 Fundacion Segretariado Gitano, La primera novelista gitana: https://www.gitanos.org/actualidad/archivo/105580.html .