Le espressioni artistiche romanès   | Alexian Santino Spinelli, Nazzareno Guarnieri, Avezzano, Chieti, Pescara, Roma, Tony Gatlif, Charlie Chaplin, Mohammed di Ghazni, Bruno Morelli, Federica Araco, R.O.M. Rights of minorities.
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Federica Araco   

Seppur presenti sul territorio da circa seicento anni, i rom continuano a vivere in condizioni di forte marginalità ed esclusione sociale e questo ostacola la loro partecipazione alla vita politica e culturale del Paese.

La conoscenza di quel complesso “mondo di mondi”, a livello linguistico, storico, antropologico e artistico, è generalmente piuttosto limitata e lacunosa. Inoltre, i pochi studi disponibili, quasi unicamente realizzati da non rom, contribuiscono a rafforzare stereotipi e pregiudizi poiché, denunciando l’estremo disagio socioeconomico che tuttora colpisce molte persone, rischiano di farlo apparire come rappresentativo dell’intera comunità.

Ma esiste un’"arte rom"? Se sì, quali sono i suoi elementi distintivi? Quali i suoi principali ambiti di espressione e autori di riferimento? Quali modelli culturali ne emergono?Può la creazione artistica essere uno strumento di affrancamento dall'esclusione sociale e dall'emarginazione che in molti ancora subiscono ovunque nel mondo?

 

Un genocidio culturale silenzioso

È ancora oggi opinione assai diffusa che non esistano forme di produzione artistica né culturale romanès. “Ma in realtà una cultura rom esiste ed è viva, sopravvissuta nei secoli a persecuzioni e tentativi diassimilazione da parte delle società maggioritarie. E ne esistono numerose varianti a seconda dei diversi contesti di insediamento”, spiega Santino Spinelli, docente di Lingue e processi interculturali e Lingua e Cultura Romanì all’Università di Chieti.

In un articolo del febbraio scorso, Spinelli, discendente dalle prime famiglie rom arrivate in Abruzzo alla fine del 1300, denuncia ilgenocidio culturale silenzioso ma sistematico” perpetrato a danno della “sua gente”. In Italia, scrive, la letteratura romanì non arriva nel circuito librario e nel sistema industriale, la pittura e la scultura romanì non arrivano nelle grandi gallerie artistiche, i film e i documentari dei rom non arrivano nei circuiti televisivi e cinematografici nazionali, la musica romanì è sempre di nicchia, la lingua romanì non si insegna nelle scuole pubbliche e gli stessi bambini rom non la parlano più in famiglia perdendo quotidianamente un numero importante di vocaboli che rimpiazzano con i termini che ascoltano in televisione”[1].

Come può una cultura così invisibile riuscire a sopravvivere, domanda Spinelli, quando milioni di euro sono sperperati “per creare assistenzialismo becero e campi segreganti che degradano quotidianamente la cultura romanì stessa”?

 

Verso una romanipè 2.0

//Nazzareno GuarnieriNazzareno GuarnieriNazzareno Guarnieri è il presidente della Fondazione Romanì Italia (FRI). Leader rom, esperto di processi di interazione culturale, con la sua struttura da anni promuove numerose iniziative per la partecipazione attiva delle comunità romanès nel Paese.

“Abbiamo realizzato diversi progetti per far conoscere al di fuori delle nostre comunità i valori della romanipè, l’identità culturale romanì, che è il fondamentale punto di riferimento per tutte le persone che con fierezza rivendicano questa appartenenza etnica e culturale”, racconta a babelmed.

Esistono numerose tradizioni locali nate dalla reciproca contaminazione con i diversi contesti culturali di transito e insediamento, ma anche elementi trasversali comuni, spiega Guarnieri. “Al centro dell’universo rom c’è la persona, la cui ricchezza si misura in base al prestigio sociale e all’ascendente positivo che esercita sulla comunità, e non sui suoi beni materiali. La famiglia allargata è il fulcro del sistema sociale romanì e il legame affettivo nei confronti della collettività prevale sugli interessi del singolo. Diverse famiglie convivono insieme, garantendo aiuto e protezione ai loro membri, e gli anziani godono del rispetto di tutti”.

C’è, inoltre, una chiara differenza di ruoli tra l’uomo e la donna: “il capofamiglia riveste la funzione di rappresentanza verso l’esterno”, racconta, “mentre la donna svolge mansioni domestiche, di cura ed educazione dei figli, occupandosi della gestione interna del nucleo allargato”.

Dal punto di vista religioso, normalmente i rom adottano il credo del contesto in cui vivono: sono musulmani, protestanti, ortodossi, cattolici e negli ultimi anni molti aderiscono alla Chiesa Evangelica.

Esclusi, emarginati, perseguitati e spesso vittime di episodi di esasperata ostilità, i gruppi romanès per secoli si sono dovuti confrontare con la drammatica scelta di abbandonare la propria cultura per essere assimilati nel contesto circostante oppure di “ziganizzare” elementi culturali altrui facendoli propri. “In generale, queste comunità hanno sviluppato un profondo senso di difesa nei confronti della propria identità culturale praticando una sorta di ostracismo verso qualsiasi intervento esterno”, spiega Guarnieri. “Questa scelta ha rafforzato la tendenza a concepire l’universo rom, thèm romanò, come radicalmente diverso rispetto a quello dei non rom, i gagè, alimentando una profonda frattura e una visione duale della realtà”.

Secondo la sua decennale esperienza sul campo, “non è semplice promuovere l’arte e la cultura di un popolo senza che questi sforzi siano sostenuti da una precisa strategia politica”. L’attuale processo di trasformazione identitaria di queste comunità richiede l’individuazione di strategie efficaci per avviare un confronto culturale attivo, propositivo e critico, che permetta di essere protagonisti di una nuova dimensione dell’essere rom e dell’essere minoranza. “Si impone oggi un percorso di emancipazione e modernizzazione per realizzare il passaggio da una condizione tribale a un’organizzazione politica”, conclude. “Bisogna elaborare una nuova ‘romanipè 2.0’, per identificare proposte mirate, fondate sul concetto di legalità come cultura dei diritti esigibili e sul modello di partecipazione attiva dei rom nel contesto in cui vivono”.

 

La centralità della lingua e la ricerca sulle origini

Un altro aspetto importante è l’uso di una lingua comune, il romanì (o romanès, o romanò), il cui studio ha permesso di far luce sulle origini e sulla storia di questi gruppi arrivati nell’attuale territorio europeo alla fine del XIV secolo.

“Per molto tempo la lingua romanì venne ritenuta un gergo incomprensibile, costruito ad arte per non essere capiti e per poter meglio ingannare il prossimo”, scrive Roberto Sacco in Zingari[2]. “[…] Nel Settecento, con lo sviluppo della filologia e della linguistica, nascono i primi studi […]. Si notò così l’analogia […] (con) alcune lingue indiane e il sanscrito e la presenza al suo interno di numerosi vocaboli e forme grammaticali derivate dall’armeno, dal persiano, dal greco-bizantino e da tutte le lingue parlate nei luoghi […] presumibilmente attraversati. Quindi, grazie agli studi linguistici, è stato possibile formulare nuove ipotesi sulle aree di provenienza […] e tracciare una mappa attendibile delle migrazioni che dall’Asia li avrebbero condotti […](verso) l’Europa”[3].

Le espressioni artistiche romanès   | Alexian Santino Spinelli, Nazzareno Guarnieri, Avezzano, Chieti, Pescara, Roma, Tony Gatlif, Charlie Chaplin, Mohammed di Ghazni, Bruno Morelli, Federica Araco, R.O.M. Rights of minorities.Gran parte dei ricercatori concorda nel ritenere i gruppi romanès originari dell’India nord-occidentale. “Era un popolo stanziale e molto numeroso, suddiviso in diversi gruppi”, racconta a babelmed Santino Spinelli che nel suo libro Rom. Genti libere[4] ripercorre il loro viaggio dal Sudasia attraverso il Medio Oriente fino all’attuale territorio europeo, confrontando fonti storiche con elementi di musicologia e linguistica comparata. “Parole come kher (casa), giukhel (cane) e papinì (tacchino) si riferiscono a uno stile di vita stanziale e domestico, dunque non nomadico”, continua Spinelli. “L’esodo cominciò probabilmente quando il sultano afgano Mohammed di Ghazni guidò diciassette campagne militari alla conquista degli attuali Uttar Pradesh, Punjab, Rajasthan e della Valle del Sindh. Tra il 1001 e il 1027 tutti i villaggi della regione furono saccheggiati e migliaia di uomini vennero deportati come schiavi. La parola gagiò, che noi usiamo per indicare tutti i non rom, deriva dal termine sanscrito gavjo, che unisce gav, villaggio, e jo, uomo, quindi villano, uomo del villaggio. Altri, invece, la collegano al nome di Mohammed di Ghazni, che nell’immaginario comune è rimasto il nemico per eccellenza”.

In dieci secoli il romanì ha mantenuto un impianto essenzialmente oralista e si è evoluto in diverse varianti, frutto dell’interazione con altre lingue, pur conservando una matrice comune. In alcuni territori fu bandito, e questo ha contribuito a un progressivo inaridimento lessicale e, in alcuni casi, al suo completo abbandono[5].

In Italia, ancora oggi non gli è riconosciuto lo status giuridico di minoranza linguistica.

“La lingua è il fattore principale di unità e di identità di un popolo, dunque la sua diffusione a tutti i livelli non esprime solo una comprensibile necessità comunicativa, ma vuole essere uno strumento di riconoscimento politico e culturale”, spiega Nazzareno Guarnieri che con la FRI ha recentemente presentato in parlamento una proposta di legge per ottenerne il riconoscimento formale da parte dello Stato.

“Manca, inoltre, una lingua standard che vorremmo definire con l’aiuto di linguisti e ricercatori universitari”.

Tale passaggio, continua Guarnieri, “agirebbe su due livelli: per le comunità romanès sarebbe lo strumento più efficace per raggiungere l’unità interna, agli occhi del resto della società, invece, un importante veicolo di legittimazione culturale e politica”.

Una cultura che non si evolve muore, conclude il leader della FRI. “Le parole storia e favola sono tradotte in lingua romanì con lo stesso termine: paramisi. La storia è la narrazione di fatti i cui contenuti presentano problematiche che pongono domande, alle quali è doveroso tentare di rispondere in modo appropriato. La favola, invece, è un racconto narrativo il cui contenuto ha l'obiettivo di trasmettere un messaggio che possa costituire un insegnamento morale. Potremmo dire che la favola fa respirare la storia permettendo la sua evoluzione. Siamo legati al nostro passato che ci consente di comprendere meglio il nostro presente, ma questo non ci autorizza a restare immobili accettando passivamente lo status quo. Il passaggio dall’oralità alla scrittura è, oggi, un fondamentale elemento di evoluzione e integrazione”.

 

“Se vuoi conoscere un popolo conoscilo attraverso la sua musica”

Dal flamenco spagnolo al jazz di Django Reinhardt, dagli ottoni della famosa Kocani Orkestar fino ai ritmi di rumba dei Gipsy Kings, il panorama musicale romanì è molto vasto e articolato ed è forse l’espressione artistica più conosciuta e apprezzata di quel mondo, benché anche il cinema offra importanti esempi di registi e attori famosi di origine rom, come Tony Gatlif, Charlie Chaplin, Rita Hayworth, Bob Hopkins e Michael Caine, solo per citarne alcuni.

//Alexian Santino SpinelliAlexian Santino Spinelli“Una frase di Confucio dice: se vuoi conoscere un popolo conoscilo attraverso la sua musica”, continua Santino Spinelli, che alle attività accademiche affianca una brillante carriera di musicista e compositore, sotto il nome di ‘Alexian’[6]. “Le sonorità romanès sì sono sviluppate e arricchite mescolandosi con gli elementi autoctoni delle sei aree geografiche interessate dall’esodo. Ognuna di queste regioni ha visto nascere al suo interno diversi stili che nel tempo sono confluiti nel patrimonio etnofonico locale. Nell’area orientale notiamo molti elementi affini

alla musica indiana e persiana: in questa zona i rom, che non conoscevano l’armonia, crearono canti accompagnati dalla ritmica, che altro non erano che i tala e i raga indiani riattualizzati. Questi elementi nei Balcani si mescolarono con strutture modali su cui si innestarono canti e ritmiche particolari. In Russia si impose invece l’uso della voce e le cantanti romanès spopolarono nelle corti dove i signorotti dissipavano i loro averi pur di intrattenersi in loro compagnia. Nell’Est Europa nei primi dell’Ottocento cominciò a diffondersi la czardas, un genere musicale da osteria tipicamente romanì che univa una parte lenta, in minore, a una più allegra con ritmo forsennato, in maggiore. Questa alternanza rappresenta l’emblema stesso dell’indole romanì, che ondeggia tra disperazione e celebrazione, profonda tristezza e gioia intensa. Quando Brahms compose le Danze Ungheresi, nel frontespizio del primo spartito aveva indicato che la musica era una rielaborazione di alcune czardas rom, ma per motivi editoriali questa indicazione fu tolta dalle successive ristampe”.

Nell’area astro-ungarica, continua Spinelli, il verbunkos settecentesco usato per il reclutamento delle truppe era intonato da fanfare rom, magiare e giannizzere e influenzò molte composizioni colte dell’epoca, tra cui la Marcia alla turca di Mozart.

//Kókai Rezső - Verbunkos Rhapsody - Mészáros Tivadar hegedű Kókai Rezső - Verbunkos Rhapsody - Mészáros Tivadar hegedű

Nel resto d’Europa i gruppi romanès conobbero l’armonia: “le complesse scale orientali si adattarono a quelle temperate occidentali creando altri stili, come lo straordinario jazz manouche inventato da un rom autodidatta e illetterato, Django Reinhardt, il cui nome significa ‘colui che sa’”, spiega.

//Minor Swing - Django Reinhardt & Stéphane Grappelli Minor Swing - Django Reinhardt & Stéphane Grappelli

“In Spagna la nostra musica contribuì alla nascita del flamenco, in cui confluirono quattro diverse culture: quella romanì, l’andalusa, la mozarabica e l’ebraica, che condividevano l’uso delle scale orientali”.

In Sudamerica, infine, i moltissimi rom deportati dalla Spagna diffusero il tetracordo dorico tipico del flamenco. Dall’incontro con l’etnofonia locale nacquero molti stili, come la salsa e il merengue.

Il rapporto dei rom con la musica, conclude l’artista, si sviluppa su tre livelli: “nel primo, suoniamo per gli altri, per i gagè, per condividere le nostre tradizioni culturali. Poi, suoniamo per la comunità, accompagnando momenti di festa o riti di passaggio, come nascite, matrimoni o funerali. Infine, suoniamo per noi, all’interno del nucleo famigliare, che è il nostro spazio più intimo e privato”.

 

Bruno Morelli e la ricerca di un’estetica zingara

Nato ad Avezzano nel 1958 da una famiglia arrivata alla fine del Settecento, Bruno Morelli è un creatore poliedrico considerato da molti “la migliore espressione professionale dell’identità romanì nell’arte”[7]. Ha negli anni realizzato numerosi lavori, spaziando dalla poesia alla scultura, dalla pittura alla saggistica accademica.

//Bruno MorelliBruno Morelli“Un’arte rom non esiste”, spiega a babelmed “almeno non nelle classificazioni create dalla critica per scopi didattici. Le espressioni creative delle nostre comunità non sono mai state codificate, benché siano sempre esistite con forme, linguaggi e stili diversi, a seconda del contesto. Se, però, consideriamo l’arte un semplice codice espressivo, allora uno zingaro non potrà mai fare arte perché ha fatto della sua stessa vita un’opera d’arte, adottando un modus vivendi pienamente artistico, nell’accezione indicata da Benedetto Croce”.

Ma se un’“arte romanì” non esiste, possono comunque essere individuati alcuni elementi trasversali comuni alle creazioni di matrice romanì.

Nel suo articolo L’estetica zingara. Un mito nel mito[8], Morelli afferma che il rom non inventa nulla, ma ricrea, interpretando contenuti e linguaggi di altri. “Parliamo di persone in movimento, o perché costrette dalle amministrazioni locali o per i lavori itineranti che svolgevano: non potevano, dunque, fermarsi a strutturare una riflessione artistica propria, ma coglievano elementi dall’ambiente esterno e li rielaboravano con la loro creatività e sensibilità”. Improvvisare, spiega l’autore, è parte della mutevolezza del mondo che, in continua trasformazione, non ha nulla di stabile: “Tutto viaggia, in un dolce contrasto palpitante di vitalità, un turbolentomovimento dominato dall’umana passione per la vita e la natura, è un tuffo nel luogo dell’equilibrio del corpoe della mente”.

L’estetica zingara esprime, inoltre, molti dei contrasti che caratterizzano il thèm romanò.

“Il puro e l’impuro, il bene e il male, la gioia e il dolore nell’allegoria sono identificati come il giorno e la notte, il sole e la luna, il bello e il brutto, il dentro e il fuori, la morte e la vita, l’essere gagiò e l’essere rom”. Tra queste opposte polarità si inseriscono accostamenti inusuali: Nella stesura dei colori sono ricorrenti gli accostamenti marcati e dei complementari”, spiega l’artista. “[…] Toni accesi, ora teneri, ora languidi, ora cupi e violenti, nella continua ricerca di un’armonia che tende a realizzarsi nel contrappunto delle discordanze cromatiche”.

Nell’iconografia pittorica, precisa, è quasi del tutto assente l’elemento architettonico, a favore di scene di natura e motivi ricorrenti “come il ritmo floreale, la semisfera, la stella, il cavallo e l’albero”, che rimandano all’idea di viaggio.

Il tema religioso è centrale e lo stesso Morelli ha realizzato diversi lavori a riguardo, come la “Piccola Chiesa a Cielo Aperto” dedicata al Beato Zeffirino, martire gitano spagnolo, presso il Santuario della Madonna del Divino Amore a Roma. “È un luogo di pellegrinaggio dove ogni anno migliaia di cattolici si raccolgono in preghiera. Ora è un punto di riferimento anche per moltissimi rom”.


 

Federica Araco

23/09/2015

 

Realizzato con il contributo di:

Le espressioni artistiche romanès   | Alexian Santino Spinelli, Nazzareno Guarnieri, Avezzano, Chieti, Pescara, Roma, Tony Gatlif, Charlie Chaplin, Mohammed di Ghazni, Bruno Morelli, Federica Araco, R.O.M. Rights of minorities.

 

 

 



  1. http://www.magazzininesistenti.it/un-silenzioso-genocidio-culturale-e-la-sinistra-che-non-ti-aspetti-di-alexian-santino-spinelli/
  2. R.Sacco, Zingari, in a cura di F.Tolledi “Tamburi e coltelli. La festa di San Rocco, la danza scherma, la cultura salentina”, Quaderni di Astragali, Lecce, 1998.
  3. R.Sacco, op.cit. ppg.58-59.
  4. S.Spinelli, Rom, genti libere, Baldini&Castoldi, 2012.
  5. Nel1768 l’imperatrice Maria Teresa d’Ungheria emanò una legge che vietava l’uso del romanì nel tentativo di unificare i popoli del suo vasto territorio integrando anche i gruppi rom che cominciavano ad essere sempre più numerosi. In Spagna Filippo IV proibì ai Kalè di esprimersi nel proprio idioma, riesumando un bando emanato nel secolo precedente che lo considerava un “mezzo di tradimento”.
  6. http://www.alexian.it
  7. A cura della Fondazione Romanì Italia, “Romanipè 2,0. 99 domande sulla popolazione romanì”, Futura Edizioni, Pordenone, 2014, cit. p.28.
  8. Articolo disponibile in formato Word sul sito dell’artista: http://www.brunomorelli.com/testiartisticiricerche/ .