Il muro di Madrid | Cristina Artoni
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Cristina Artoni   
Il muro di Madrid | Cristina ArtoniPer molto tempo, nella sinistra europea il capo del governo spagnolo è stato ribattezzato con l’elogio a perdifiato di «Vivazapatero». José Luis Rodriguez Zapatero ha, infatti, rappresentato il politico pronto a rispondere alle sfide della modernità con soluzioni nel nome della civiltà. Zapatero si è così garantito una ferrea reputazione di paladino dei diritti civili. Una realtà che, però, si è presto fermata negli stretti confini dei cittadini spagnoli, di coloro, cioè, che hanno le carte in regola per vivere sul suolo della repubblica.

Per tutti gli altri, i migranti “sin papeles”, il volto del leader socialista non si è dimostrato di larghe vedute. Alla stregua degli altri Paesi europei, Madrid applica una dura politica di chiusura delle frontiere. Per certi versi il premier spagnolo è stato addirittura il precursore dell’attuale politica di controllo militare delle frontiere fuori degli immediati confini europei per contrastare i flussi migratori.

Il pugno fermo di Madrid arriva nel 2005, quando l’estate trascorre con gli sbarchi dei “cayucos”, le tradizionali imbarcazioni dei pescatori africani gremite di persone in rotta verso un Eldorado chiamato Canarie. In pochi mesi 33.000 migranti sub-sahariani arrivano nell’arcipelago spagnolo facendo scattare un dispositivo diplomatico e di sicurezza per bloccare il flusso. Il governo Zapatero si mobilita per coinvolgere l’Unione Europea e rafforzare il ruolo di Frontex, l’agenzia per la sicurezza delle frontiere. Iniziano i controlli militari nell’Atlantico che divide l’Africa dalle Canarie e nel Mediterraneo.
Nasce il “Plan Africa” (approvato nel maggio del 2006) inizialmente della durata di tre anni dal 2006 al 2009, ora rinnovato fino al 2012.

Il piano è composto da una serie di accordi di riammissione e i Paesi coinvolti (Mauritania, Gambia, Guinea-Conacry, Mali e Capo Verde) ricevono più aiuti allo sviluppo sulla base delle collaborazione nell’accettare i rimpatri forzati. Chi rifiuta, ne paga le conseguenze. È il caso del Senegal, contro cui Madrid ha scatenato un’offensiva diplomatica ottenendo il rimpatrio forzato dalla Spagna di cinquemila senegalesi immigrati negli ultimi anni.
In cambio il governo Zapatero ha garantito il taglio del debito, gli aiuti allo sviluppo e i permessi di soggiorno regolari per duemila lavoratori senegalesi nel settore della pesca e settecento nella raccolta delle fragole.

Il premier ha sempre rivendicato il proprio ruolo nella costruzione del “muro” intorno all’Europa: «La nostra politica sull’immigrazione – ha detto – ha un principio: possono venire qui e restare coloro che sono arrivati in modo legale. Questo significa lotta con determinazione contro l’immigrazione clandestina»(1).

La politica dei controlli di Frontex ha indubbiamente portato alla drastica diminuzione degli arrivi di migranti in rotta verso la Spagna.
Nel 2007, ad un anno dalla sua introduzione, gli arrivi verso l’arcipelago spagnolo sono calati del 60%. Secondo i dati ufficiali di Madrid, nel 2009 gli immigrati illegali entrati nel territorio spagnolo sono stati circa 7mila, il 50% in meno rispetto all’anno precedente.

Ma a questo non ha corrisposto un netto calo delle vittime, che ogni anno vanno dalle 700 alle 800(2). Si tratta soprattutto di giovanissimi che si mettono in cammino verso l’ Europa, spesso si tratta di minori. I controlli impongono la scelta di rotte oceaniche, sempre più pericolose, pur di sfuggire alle pattuglie militari. Così le attività di Frontex incrementano gli affari dei passeur e delle reti criminali che si alimentano con il traffico di esseri umani.

Negli ultimi quattro anni, la Spagna ha inoltre negato l’ingresso a 400mila persone in corrispondenza del suo confine terrestre con il Marocco nelle enclaves di Ceuta e Melilla. Si tratta di veri e propri respingimenti che avvengono in aree geografiche in cui la possibilità di violazione dei diritti umani è più concreta per la scarsa possibilità di esercitare un controllo da parte delle organizzazioni umanitarie.
Da questo quadro emerge una politica d’immigrazione severa che, anche se applicata fuori dai confini del Paese, ha importanti ricadute interne. Da una parte si diffonde il risentimento, dall’altra si autorizza a praticare l’esclusione.

È in questa chiave che, con la complicità del vento di crisi, si sono recentemente alzati i toni nei confronti dei cittadini considerati “di serie B”, perché privi di documenti.

Il pretesto è arrivato con la recente rivolta guidata da alcuni sindaci contro una legge del 2004 che garantisce il diritto alla salute anche agli immigrati irregolari, che una volta iscritti ai municipi di residenza, hanno la possibilità di usufruire dell’assistenza sanitaria.

La rivolta, fomentata anche dal Partito popolare, ha fatto chiaramente emergere la reale ostilità nei confronti dell’“altro”.
Il dato viene confermato anche da un’inchiesta realizzata dall’Osservatorio sul razzismo del Ministero del Lavoro e dell’Immigrazione, secondo cui la richiesta di aumentare le restrizioni contro i migranti è salita di 18 punti negli ultimi cinque anni.

Il 42% dei tremila intervistati ritiene “troppo tolleranti” le leggi che regolano l’accesso e la permanenza degli stranieri in Spagna.
Alla domanda del sondaggio in cui si chiede se sul territorio spagnolo risiedano troppi immigrati, il 77% degli intervistati definisce la loro presenza “eccessiva”.
Fino al 1996 a pensarla così era solo il 28% dei cittadini spagnoli.

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Note:
(1) Intervento di José Luis Zapatero durante la campagna elettorale del marzo 2008.
(2) Fonte: Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía http://www.apdha.org/index.php


Cristina Artoni
Settembre 2010




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