I nuovi latinoafricani spagnoli | Cristina Artoni
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Cristina Artoni   
I nuovi latinoafricani spagnoli | Cristina Artoni“Ho scelto Barcellona nel nome del sole” dice Oscar mentre asciuga la base del trombone che poi chiuderà dentro la custodia. Ha 28 anni e sembra poco più che ventenne. Da quattro anni vive nel capoluogo catalano. Si è lasciato alle spalle Asunción e il Paraguay dopo il diploma al conservatorio. Dice di aver sempre bisogno di nuovi orizzonti: “Dalle mie parti non si poteva sperimentare – racconta – la musica l’ho scelta perché non ha confini. Quando ho capito che avevo intorno un perimetro limitante, ho deciso di prendere il largo”.

Incontriamo Oscar per strada, dove suona quasi ogni giorno con il gruppo di musica reggae Microguagua. Dovrebbe rimanere nascosto o almeno apparire nervoso considerato che da due mesi è un immigrato illegale: “Diciamola pure la parola chiave, sono un clandestino. Sono diventato uno dei tanti senza documenti. Ma non ho paura, anche perchè ho trovato la soluzione per rimanere in Europa per sempre. Mi sposo con la mia ex-fidanzata. È strano, lo so. Fino a che siamo stati insieme non ci avevamo mai pensato, ma ora che sono in difficoltà ha pensato subito ad aiutarmi. Ha un cuore grande”.
Oscar era arrivato dal Paraguay con un permesso di soggiorno per studiare trombone e ha trovato in Europa il centro del suo mondo: “Non voglio tornare in America Latina, mi sentirei stretto a vivere lì. Mi manca un po’ la famiglia, ma ora con Skype li posso anche vedere e la nostalgia è meno pungente”. Barcellona rappresenta per Oscar lo stile di vita che cercava: “Ho vissuto anche un periodo negli Stati Uniti, nello stato di New York. Ma non era il posto che faceva per me, qui mi sento bene. Credo che essere a proprio agio in un luogo sia importante per riuscire ad esprimersi al meglio”.

Musicista avviato, Oscar sorprende per come reagisce con leggerezza al suo nuovo status di immigrato illegale, un po’ come se le cose gli scivolassero addosso: “Non voglio farmi influenzare negativamente. Venendo da un Paese più povero rispetto alla Spagna, so di dovermi sottomettere a determinate regole. Vogliono i documenti? Li porterò tutti. Vogliono cose impossibili? Ok, mi sposerò. Ma l’importante è riuscire a restare dove voglio, con il mio trombone e dove c’è il sole”.


I nuovi latinoafricani spagnoli | Cristina ArtoniEd è proprio seguendo gli ultimi raggi del sole di marzo che sul lungomare della Barceloneta si trova Habib. Il suo negozio è racchiuso in un foulard sistemato scrupolosamente per terra, dove ha disposto le borse all’ultima moda copiate da Gucci. Habib è il più giovane del gruppo di colleghi che vendono per strada ai turisti diretti verso il mare. Ha solo 18 anni ed è arrivato sei mesi fa dalla Guinea Conakry. “Da qui a là non ci sono solo dei chilometri. In mezzo c’è tanta paura di morire, c’è gente che pensa solo ai soldi, c’è il freddo”. Non ha molta voglia di parlare Habib, il suo racconto è fatto di monosillabi. Ma dalle sue labbra esce una parola chiara: “nunca”. “Mai” dice avrebbe pensato di dover soffrire tante difficoltà per arrivare in Europa: “Con mio cugino avevamo pensato di partire. Mio zio ci ha dato quasi mille euro per pagare il viaggio. I soldi dovevano bastare per il passaggio di tutti e due”. Habib è partito da Saint Louis, il famoso porto senegalese al confine con la Mauritania: “Siamo saliti su quella barchetta senza pensarci troppo. Non dovevo pensare, altrimenti sarei tornato indietro. Era strapiena e da qualche parte nel buio c’era una donna che piangeva. Appena siamo arrivati al largo ci hanno detto di buttare in acqua i documenti che portavamo con noi”.

Habib ferma le parole, non vuole continuare il racconto. “Si è alzato il vento” dice. A finire la storia sono gli altri del gruppo, Habib accenna solo un sì con il capo. Lo sbarco alle Canarie è stato brutto. Il cugino è stato rispedito in Guinea, mentre Habib è riuscito a fermarsi in Europa perchè era ancora minorenne. “Sono qui – dice – perchè ho delle responsabilità nei confronti della mia famiglia e di mio zio. Ma se potessi tornerei indietro. Ora devo dimostrare che ha avuto un senso tutto questo… devo mandare i soldi per permettere a tutti di stare bene. E se torno non posso arrivare a mani vuote. Prima mi immaginavo una vita diversa per me”.
In coro, il gruppo di venditori che lavorano con Habib mi dicono che il problema è il lavoro. Non c’è altro lavoro, spiegano se non quello che la maggior parte di loro faceva già dall’altra parte del mare: “Con mio fratello più piccolo andavamo già al mercato a vendere. Ora qui ho solo cambiato i prodotti, ma faccio lo stesso. Però almeno ero a casa mia e venivo rispettato. Qui non sei nessuno. Sto imparando lo spagnolo perchè mi piace parlare, mi è sempre piaciuto. Ma ancora non riesco a dire molte cose. Prima o poi parlerò anche con gli spagnoli. Per ora gli unici con cui ho a che fare sono i poliziotti e non è un divertimento...”.

Negli ultimi anni, lungo la passeggiata che porta dai quartieri della Ciudat Vella di Barcellona verso il mare, capita di diventare testimoni delle retate dei “mossos”, la guardia urbana della città contro i venditori ambulanti. All’improvviso scattano gli inseguimenti dei vigili a bordo di scooter verso i gruppi di venditori, che cercano di salvare la mercanzia nella loro corsa. Quando non ci riescono, i “mossos” sequestrano tutto. “Viviamo nell’angoscia di perdere quel poco che abbiamo. È questo che intendo quando dico che pensavo ad una vita diversa, qui in Spagna”. Habib chiede, infine, che non gli si facciano foto.
“C’è vento”, dice.



Cristina Artoni
Settembre 2010

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