Spagna: la vittoria della cultura di strada | Cristina Artoni
Spagna: la vittoria della cultura di strada Stampa
Cristina Artoni   
Si parla di miracolo, o addirittura di resurrezione, per il quartiere Almanjáyar, nella periferia nord di Granada. A portare tanta buena vibra è stata la realizzazione di un remake della fortunata serie USA del telefilm “Starsky & Hutch” .



I protagonisti sono alcuni degli abitanti del quartiere, a maggioranza gitana, che a Granada ha una cattiva reputazione. Il progetto è stato prodotto, realizzato e finanziato (con un bugdet di 70 euro) dai fratelli Antonio e José Emiliano Rodríguez che, armati solo di una piccola videocamera, hanno girato sequenza dopo sequenza il film coinvolgendo una ventina di persone. Dall’esperienza sono nati nuovi rapporti e la pellicola è stata accolta con entusiasmo da tutto il quartiere durante le proiezioni pubbliche.

“Per un mese abbiamo visto sfrecciare per le vie del quartiere una Seat 124 Sport Coupé”, dice Pablo, uno degli abitanti di Almanjáyar. “Io non ho partecipato direttamente alle riprese ma mi sono divertito molto, anche perchè un giorno la polizia, pensando si trattasse di gare d’auto truccate, è intervenuta a sirene spiegate. Dopo aver appreso dai registi che si trattava di un film, gli agenti si sono fermati a guardare le riprese”.
In 110 minuti, il film racconta l’intervento di Starsky e Hutch per risolvere il caso di un misterioso omicidio avvenuto nel Poligono di Almanjáyar. Seguendo la pista indicata da una portinaia, unica testimone, i due improbabili detective arrivano sulla pista de el italiano , personaggio enigmatico che nel quartiere controlla il mondo del crimine e della droga.
Le riprese, che hanno coinvolto tutto il barrio , hanno regalato momenti di incontro e scambio: “Io non avevo mai parlato con i miei vicini gitani – racconta Lupe, di 22 anni – ma durante i lavori sono venuti a chiedermi in prestito una parrucca o un vestito. È stato divertente partecipare”.
Alla nuova versione della pellicola hanno collaborato anche le donne della comunità gitana del quartiere, nei ruoli di “donne del mestiere”: “Non c’era il copione – dice una delle attrici – io ero la Madame del gruppo e abbiamo improvvisato tutto. Mio marito invece ha interpretato il ruolo di guardia del corpo”.

Nel barrio di Almanjáyar vive il 15% della popolazione gitana di Granada. In città, è considerato un posto malfamato, pieno di traffico di droga, prostituzione e criminalità. Per questo “Starsky y Hutch” sono sbarcati nel quartiere, per ripulire le strade dalla sua malafama

Piccoli grandi passi di una band emergente
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Francesco Casatta
Cosa ci fa un italiano in mezzo a una band di latinoamericani?
“Costruisce il proprio sogno in un posto dove ancora si può sognare di creare, vivendo del proprio mestiere di musicista” dice con un sorriso, e con perfetto accento porteño, Francesco Casatta, leader della band reggae
Microguagua, il gruppo emergente di questa estate barcellonese. “Nel 2003 – racconta Francesco – quando ho deciso di lasciare l’Italia, scelsi la Spagna e in particolare proprio questa città per il tipo di musica che si poteva realizzare. È il sonido mestizaje , un miscuglio di tutti i generi dal reggae, al latin, dal punk al rock. Mi sono immerso nella sperimentazione, che il più delle volte scaturisce dall’incontro con altre culture. Poi, in un secondo momento, ho sentito l’esigenza di tornare verso un reggae più puro”.

La band, che suona per le strade dei barrios centrali del capoluogo catalano, è il risultato di un cocktail di culture. Ad esprimerlo sono le note che vengono trasmesse dagli argenitini Coti e Gaucho (basso e chitarra), dai cileni Tomas e Tatan (batteria e tromba), da Oscar, il trombonista del Paraguay e Francesco, italiano di origine milanese. “Con Microguagua hanno collaborato molti brasiliani ma poi non hanno retto i ritmi – ride Francesco –. Ma possiamo già dire di essere una band composita... la formazione non è completa, mancano ancora due elementi per realizzare quello che abbiano in testa. È una band composta da tanti sudamericani, pochi europei e nessuno spagnolo… e va bene così” .
Il gruppo si è fatto conoscere per strada ed è che ha perfezionato il proprio
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Microguagua

Spettacolo: “Da tre anni suoniamo praticamente tutti i giorni in strada, nei locali e nelle sale. Il nome dal gruppo ha cominciato a girare ed è arrivato fino agli organizzatori del Festival reggae Rototom Sunsplash, dove quest’anno abbiamo suonato per la prima volta. Il salto è arrivato con il nostro secondo disco, Barrio santo . Diciamo che siamo dei lavoratori che stanno cercando di emergere…”.

È questo l’elemento che rende la Spagna un luogo dove c’è ancora la possibilità di realizzare il proprio progetto partendo dal basso.
Senza troppa retorica, a dimostrarlo è anche l’accoglienza ricevuta, lo scorso agosto a Bénicassim, dal più grande festival reggae europeo, il Rototom Sunsplash. Costretto all’esilio per pressioni politiche dopo oltre 15 anni di edizioni ad Osoppo, in Friuli, la Spagna è diventata per questa prestigiosa rassegna indipendente una terra di accoglienza. Il risultato: più di 100mila partecipanti: “Gli attacchi contro il Rototom sono solo un segnale in più di questa bella Italia”, sottolinea il leader dei Microguagua. “Le cose stanno andando così male che non si riesce nemmeno a realizzare un festival pacifico e innocuo. Il Rototom rappresentava forse un pericolo perchè era indipendente, senza sponsor, e quindi troppo puro in un paese dove vincono ancora le manovre sottobanco”.

www.microguagua.com

Cristina Artoni
(22/09/2010)




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