Forum Sociale Mondiale a Tunisi: intervista ad Annamaria Rivera | Annamaria Rivera, Alessandro Rivera Magos, Chokri Belaid, Forum sociale mondiale a Tunisi, Gustave Massiah, Tribunale Bertrand Russell, Torce umane
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Alessandro Rivera Magos   

Si terrà a Tunisi dal 26 al 30 marzo il Forum sociale mondiale. La Tunisia è stata designata ad accogliere il FSM di quest'anno in omaggio alle sollevazioni che hanno portato alla caduta di alcuni regimi dittatoriali nel Maghreb e nel Mashreq, e che hanno avuto inizio con la rivoluzione tunisina. Come scrive Gustave Massiah, figura storica del FSM, presidente del CRID (Centre de recherche et d’information pour le développement), vice-presidente di Attac France e membro del Tribunale “Bertrand Russell”, proprio sul sito del FSM di Tunisi 2013, una delle priorità di questo Forum sarà quella di cercare un modo nuovo e unitario per inserirsi con più forza nei confronti sulla crisi finanziaria e sociale, sullo sfruttamento delle risorse, sulla destabilizzazione permanente come metodo di governo neo-colonialista.

Nella Tunisia della transizione si tende a vedere la spinta per un nuovo ciclo dell'antagonismo allo status quo economico e politico: vari comunicati del FSM insistono sulla necessità di connettere il mondo dei “nuovi” movimenti - l'attivismo e i movimenti popolari scaturiti dalle rivolte - con i movimenti storici del mondo altermondialista. Un dialogo che comincia proprio da Tunisi e che si realizza in molte delle presenze al Forum e nelle istanze che saranno portate alla riflessione.

La presenza dell'attivismo proveniente dal Maghreb e dal Mashreq all'interno del Forum sarà marcata e caratterizzante: dai movimenti per i diritti umani e delle donne, marocchini, tunisini, siriani, egiziani, palestinesi e iracheni, alle associazioni di migranti sub-sahariani, le associazioni che appoggiano la resistenza anti-Assad in Siria, le associazioni palestinesi. Di conseguenza, a Tunisi faranno il loro ingresso anche tematiche più specifiche della realtà euro-mediterranea.

Nella dimensione euro-mediterranea del Forum saranno centrali il tema dei diritti dei migranti e la presenza della associazioni dei migranti sub-sahariani, che proprio in molti dei paesi delle rivolte cominciano la loro odissea. Ugualmente centrale sarà la questione palestinese, eterna presente, che arriva a Tunisi dopo il riconoscimento della Palestina come membro osservatore dell'Onu: nel corso del Forum saranno presentate le conclusioni del tribunale Russel sulla Palestina, alla quale è dedicato anche il corteo che il 30 marzo chiuderà questo importante meeting mondiale. Fino a comprendere una riflessione sull'Islam politico, tema centrale in un contesto come quello tunisino.

In tutto ciò, l'omicidio di Chokri Belaid e le dimissioni del primo ministro Jebali hanno il doppio effetto di proiettare sul Forum ansie e aspettative ulteriori.

//Annamaria RiveraProprio in forza dei numerosi intrecci di questa edizione del FSM con i fatti della Tunisia e del mondo arabo, abbiamo interpellato Annamaria Rivera, antropologa, attivista e antirazzista, profonda conoscitrice e frequentatrice assidua della realtà tunisina. Ha fra l'altro pubblicato di recente “Il fuoco della rivolta. Torce umane dal Maghreb all'Europa”, in cui precisa il senso che lega il fenomeno dei suicidi, diffuso nel Mediterraneo in questi ultimi anni, alle crisi economiche e politiche, restituendogli valore di protesta sociale.

 

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L'omicidio di Chokri Belaid, figura eminente dell'opposizione laica e di sinistra tunisina, ha provocato un clima di instabilità e tensione. E questo, a ridosso del FSM. Può essere a rischio il suo pacifico svolgimento?

Per quel che concerne il piano della sicurezza in senso stretto, gli organizzatori internazionali del Forum, che si sono riuniti recentemente a Tunisi, hanno comunicato che all’interno del campus vi sarà un servizio di sorveglianza da parte di attivisti del sindacato e delle organizzazioni sociali tunisine, e all’esterno saranno le forze dell'ordine e l'esercito a svolgere questo compito.

Se mi è concessa una battuta, non mi tranquillizza troppo l’idea di essere protetta dalla polizia tunisina, dopo averla vista all’opera, anche direttamente ai miei danni, il 9 aprile scorso, anniversario della Giornata dei Martiri (in ricordo dell’eccidio coloniale del 1938): allorché, come sapete, spalleggiata da miliziani armati di bastoni, attaccò, con estrema durezza e arbitrio assoluto, non solo i manifestanti che tentavano pacificamente di sfilare in Avenue Bourguiba, a Tunisi, ma anche chiunque si trovasse da quelle parti, giornalisti stranieri compresi.

Al di là della battuta, penso che in un momento così difficile per il Paese, le istituzioni ed Ennahda, il partito maggioritario, abbiano tutto l’interesse a che la quattro giorni del FSM si svolga regolarmente, pacificamente e senza incidenti. Per il partito islamista potrebbe essere addirittura un’occasione per rifarsi la faccia, dopo l’omicidio politico – una vera e propria esecuzione - di Chokri Belaid e tutto ciò che ne è seguito. Ricordo che i familiari di Belaid e i dirigenti del Fronte popolare continuano tutt’oggi ad additare Ennhada come responsabile politico dell’assassinio, anche dopo che due salafiti sono stati arrestati e un terzo è ricercato per questo crimine. Con qualche ragione: in effetti il partito islamista non è stato capace di arginare l’escalation di minacce e violenze che ha preceduto l’omicidio di Belaid, nel cui catalogo c’è di tutto, compreso un altro assassinio politico, quello di Lotfi Naqdh, dirigente locale di Nida Tunes.

D’altro canto, non sappiamo come evolverà la crisi politica: l’iniziativa di affidare l’incarico per un nuovo governo transitorio ad Ali Laaryedh, ministro dell’Interno, dopo tutto ciò che è successo, non è particolarmente felice e non è detto che si concluderà a breve con successo. Se lo stato di crisi politica e di vuoto di potere si dovesse perpetuare, penso che ad approfittarne sarebbe anzitutto l’attivismo aggressivo, diciamo così, dei salafiti-jihadisti, che d’altro canto ancor oggi continuano con le loro incursioni e provocazioni.

 

Per alcuni, le istanze che il Forum mondiale porterà in Tunisia potrebbero rafforzare la spinta riformista e laica che la popolazione tunisina continua a rivendicare con forza.

Il FSM a marzo potrebbe aiutare il processo democratico tunisino, come fu per il primo Forum di Porto Alegre nel 2001, che portò all'elezione del primo governo Lula?

Voglio crederlo, anche se la fase attuale della transizione mi sembra la più problematica. E’ vero, di positivo vi sono l’attivismo della cosiddetta società civile, la capacità e volontà di presa di parola e di partecipazione collettive, la maturità e vivacità politiche di una buona parte della società tunisina, e la sua aspirazione alla democrazia, all’uguaglianza, alla giustizia sociale. Tutto questo si è manifestato nel modo più netto il giorno delle esequie di Belaid, quando, secondo lo stesso ministero dell’Interno, è sceso in piazza almeno un milione e quattrocentomila persone, su una popolazione di poco più di dieci milioni di abitanti. Questa risposta di massa ha in qualche misura rafforzato l’opposizione e conferito un certo prestigio al Fronte popolare.

Ma vi sono anche aspetti assai problematici. Oltre alla crisi politica, cui ho fatto cenno, c’è quella economica e sociale. Le sofferenze sociali – disoccupazione, precarietà, miseria, emarginazione - che hanno prodotto l’insurrezione popolare che ha rovesciato il regime si sono ancor più acuite, riproducendo la spirale di rivolte spontanee e repressione che è tipica della storia della Tunisia indipendente. Tutto questo è destinato ad aggravarsi a causa di ragioni molteplici: dagli effetti della crisi economica mondiale al crollo del turismo, dalla fuga di investitori e imprenditori stranieri provocata dall’instabilità politica e dal clima di violenza, fino all’impennata del tasso d’inflazione (per i prodotti alimentari ha raggiunto nel mese di febbraio l’8,6%, il più alto negli ultimi sette anni). Inoltre, approfittando della crisi di governo, il Fondo monetario internazionale cerca d’imporre il suo Piano di aggiustamento strutturale, finanziato con 1,78 miliardi di dollari. Come è ben noto, le “riforme” prescritte dal Fmi, per “stabilizzare” le economie nazionali, sono state sempre un’autentica iattura per i Paesi dipendenti, compresi quelli del Maghreb, e per la Tunisia in specie.

Tuttavia, il Forum potrebbe essere un esempio e una spinta – un’utopia concreta - non solo per difendere e allargare l’agibilità politica nel Paese, ma anche per proporre analisi, programmi e strategie finalizzati a sfuggire alla morsa dei grandi decisori economici mondiali e per articolare in un discorso coerente le rivendicazioni sociali che sono state alla base della rivoluzione del 14 gennaio: la lotta contro la disoccupazione, soprattutto giovanile, contro l’esclusione sociale, contro l’emarginazione delle regioni non costiere e dei quartieri urbani popolari, in definitiva per la dignità e la giustizia sociale.

 

Ne “Il fuoco della rivolta”, ha osservato un fenomeno che in Maghreb coinvolge soprattutto le fasce più deboli, che costituiscono la maggior parte della popolazione tunisina. Cosa può rappresentare per questa fascia della società il Forum Sociale Mondiale?

Sarebbe irrealistico aspettarsi una partecipazione diretta al Forum delle fasce più deboli ed emarginate della società tunisina, fra le quali si trovano i senza voce che cercano di prendere la parola nel modo più clamoroso e autolesionista, cioè dandosi fuoco. Tuttavia, sono certa che saranno presenti attivamente almeno quelli che ne rappresentano gli interessi: non solo l’Ugtt, la centrale sindacale più importante, e altri sindacati, ma anche organizzazioni di base come i comitati dei laureati-disoccupati della Tunisia “profonda” e dei quartieri popolari diseredati.

In ogni caso, io spero che il Forum riesca a “parlare”, almeno da lontano, alle classi subalterne che insorgendo hanno reso possibile la rivoluzione del 14 gennaio. A parlare nel senso che ho detto prima: proponendo programmi concreti e strategie unitarie. E spero che il Forum abbia, tra gli altri effetti, quello di rafforzare e dare più fiducia alle forze politiche e sociali tunisine per le quali “transizione” non è una parola vuota di senso, ma significa un percorso concreto – certo, necessariamente accidentato e contraddittorio - di partecipazione e rivendicazione attive da parte della popolazione tunisina, secondo i principi e i valori che hanno caratterizzato la rivoluzione del 14 gennaio.

 

Da studiosa e attivista, cosa si aspetta dal Forum sul tema delle migrazioni?

Penso che sarà uno dei temi centrali. Non solo perché riguarda pressoché tutti i Paesi che saranno rappresentati nel Forum, ma anche perché la rivendicazione della libertà di circolazione, il diritto dei migranti e dei rifugiati ad avere dei diritti, la necessità di contrastare il razzismo in tutte le sue forme costituiscono un fascio di questioni dal valore davvero universale.

Credo che sarà fra i temi più dibattuti anche in rapporto alla transizione tunisina. I governi provvisori che si sono succeduti finora non sono riusciti a risolvere una sola delle questioni riguardanti i diritti dei migranti. Per quel che ne so, è ancora in vigore la legge del 2004 che prevede pene detentive fra i tre e i venti anni di prigione e ammende fra gli ottomila e i diecimila dinari per chiunque sia implicato, direttamente o indirettamente, non importa con quale ruolo e responsabilità, anche solo morale, in un fatto di emigrazione o immigrazione illegale o solo in un tentativo o in un’azione preparatoria. Per non parlare del rinnovo degli accordi bilaterali con l’Italia per contrastare l’emigrazione-immigrazione irregolare e della mancata risoluzione del dramma dei giovani migranti tunisini partiti a marzo del 2011, dei quali si sono perse le tracce. Come è noto, malgrado la protesta incessante dei familiari, in Tunisia e in Italia, le autorità dei due Stati continuano a rimpallarsi le responsabilità, in un ping-pong tragico e grottesco.

Le rivoluzioni in atto e le esperienze di società in fermento pongono il mondo arabo come protagonista di una fra le più sorprendenti rimessa in discussione della realtà degli ultimi tempi. Un invito a cambiare passo nella lotta alla globalizzazione economica e all'organizzazione del mondo che ne deriva, come auspicano alcuni?

Io oso sperare non solo che l’irruzione delle insorgenze delle popolazioni a maggioranza araba si rifletta sulla partecipazione e sulla qualità di questo imminente Forum di Tunisi, ma anche che contribuisca a restituire vitalità a quello che un tempo si chiamava movimento altermondialista. Il quale nel periodo più recente mi sembra alquanto appannato, non più capace come ai vecchi tempi di unificare, almeno idealmente, i movimenti sociali più disparati e lontani, e d’imporsi sulla scena internazionale. E ciò proprio nella fase più acuta della crisi economica mondiale e delle politiche di austerità, quando se ne manifestano gli effetti tragici sulle condizioni di vita delle classi subalterne, cioè proprio quando ci sarebbe più bisogno di un movimento alternativo su scala globale.

Sarebbe troppo lungo cercare di spiegarne qui le cause. Fra le quali forse c’è anche una certa burocratizzazione delle strutture dirigenti dei forum mondiali. Ma questa, più che una causa, è uno degli effetti della perdita di slancio del movimento altermondialista, che dovrebbe essere analizzata anche come risultato del mutamento della fase economico-sociale e conseguentemente politica. Da questo punto di vista non siamo certo noi, gli attivisti e le attiviste italiani/e, a poter dare delle lezioni, visto che abbiamo permesso che movimenti sociali importanti fossero rappresentati da un’entità politico-elettorale quanto meno discutibile. E’ piuttosto la riva sud del Mediterraneo a poterci dare qualche lezione, malgrado le fasi assai critiche che attraversano oggi la transizione tunisina e ancor più quella egiziana.

 


Alessandro Rivera Magos

04/03/2013

PROGRAMME FSM 2013