Rivolte in atto e i movimenti artistici arabi. Intervista a Paola Gandolfi | Paola Gandolfi, Alessandro Rivera Magos, Gafsa, En Nahda, edizioni Mimesis, social network tunisini
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Alessandro Rivera Magos   

Rivolte in atto e i movimenti artistici arabi. Intervista a Paola Gandolfi | Paola Gandolfi, Alessandro Rivera Magos, Gafsa, En Nahda, edizioni Mimesis, social network tunisiniIl processo rivoluzionario tunisino, cominciato con i sollevamenti che hanno portato alla caduta del regime di Ben Ali, è in buona parte ancora incompreso. Si ripete molto spesso da più parti (analisti, studiosi, molti fra gli stessi protagonisti delle rivolte): nessuno poteva immaginarlo!

Se sono poche le voci che hanno saputo leggere gli avvenimenti che hanno portato al 14 febbraio 2011, quasi altrettante sono quelle che ancora adesso riescono a ricostruire un quadro approfondito di quali siano stati i protagonisti del processo rivoluzionario in atto e quale sia stato il loro diverso contributo ad esso. Fra le poche cose che si sanno per certe, c'è la pressoché totale assenza di organizzazione politica e partitica dietro alle rivolte. E se ci sono state entità organizzate che non hanno mai smesso una certa attività di opposizione al regime benalista o che hanno intensificato negli ultimi anni il montare di una certa protesta, la loro attività e il loro peso nell'esplosione della rivolta sono stati sicuramente minoritari rispetto a tutta un'altra serie di attori non inquadrati, suscitati spontaneamente dalla cosiddetta società civile, cioè dal popolo.

Un altro elemento che aggiunge complessità al quadro riguarda un aspetto fondamentale del “meccanismo rivoluzionario” tunisino: la sua comunicazione. Quella che è servita a dare una lingua alle rivolte in atto, a darle identità attraverso una voce, attraverso i blog e facebook su internet, e quella che per anni è andata formando un “immaginario” della rivolta, attraverso diversissime forme espressive, mainstream e underground, come il fenomeno dei graffiti, il mondo dell'hip hop contestatario, il cinema e il teatro che di tanto in tanto provavano la pazienza della censura di regime.

Un aspetto molto dibattuto, che Paola Gandolfi, arabista e ricercatrice dell'Università di Bergamo, dove insegna “Politiche educative dei paesi arabo-islamici del Mediterraneo”, ha affrontato attraverso una ricerca sul campo, incontrando anche molti dei protagonisti delle diverse fasi della rivolta. Ricerca che è diventata un libro, “Rivolte in atto. Dai movimenti artistici arabi a una pedagogia rivoluzionaria”, edito per le edizioni Mimesis. Nel libro entrambi gli aspetti “espressivi” delle rivolte tunisine vengono interrogati, il mondo underground dei gruppi rap, dei graffitisti e quello di cineasti e artisti riconosciuti. Un libro che serviva.

 


 

Qual era la condizione dei movimenti artistici ed espressivi in Tunisia durante il regime di Ben Ali? Perché hanno assunto importanza sempre crescente nella contestazione al regime?

I movimenti artistici durante il regime di Ben Ali vivevano spesso in una condizione marginale, pressoché invisibile e underground, sotto pressione e sotto censura costante, specialmente nella misura in cui esprimevano un dissenso e una contestazione rispetto al regime stesso. Hanno assunto importanza crescente negli ultimi anni poiché da un lato esisteva una concomitanza di fattori socio-economici e politici che rendevano la maggior parte della gente provata ed estenuata e quindi particolarmente ricettiva ad un messaggio di critica dello status sociale e politico. Tanto che negli anni e nei mesi immediatamente precedenti alla rivoluzione, la pressione sociale e la contestazione si sono resi visibili per le prime volte tra i lavoratori e i cittadini a Gafsa e altrove. Da un altro canto, bisogna però anche sottolineare quanto i social network e l’uso della rete hanno permesso (o almeno per alcuni versi hanno facilitato, nonostante i controlli polizieschi operassero anche a quel livello) a molti movimenti artistici giovanili di autoprodursi e farsi conoscere, anche al di là delle censure e della totale mancanza di una politica artistica e culturale.

Qual è stato il ruolo di questi movimenti durante le rivolte?

Credo innanzitutto che il primo ruolo di questi movimenti da mettere in luce sia quello precedente alle rivolte. Una parte della produzione artistica e culturale ha contribuito, narrando la realtà per quello che era e denunciando le ingiustizie, a diffondere un certo immaginario tra i giovani. Credo non si possa tralasciare questo aspetto, ovvero che una certa produzione artistica soprattutto giovanile avesse già espanso orizzonti creativi capaci di supporre delle alternative rivoluzionarie. Si è andata diffondendo una geografia immaginativa basata su quelle stesse idee di libertà, dignità, giustizia sociale che poi sono state il centro del processo rivoluzionario.

Se da un lato i nuovi media e la società civile hanno determinato sotterranei luoghi di apprendimento di un’alternativa sociale (prima ancora che politica), anche la produzione artistica aveva espanso a livello visuale e immaginativo, in termini sia estetici che ermeneutici, lo spazio narrativo capace di parlare di alternative rivoluzionarie.

Essi hanno dunque costituito originali spazi di costruzione del cambiamento che hanno contribuito a far esplodere le rivolte. Il punto è comprendere parte delle creazioni artistiche anche prima delle rivolte nelle loro strategie di resistenza e di emancipazione. Poi, questa stessa arte underground - che da tempo ci stava narrando di sguardi dal basso su una società, una gioventù, un paese che stavano cambiando - nel corso della rivoluzione è uscita finalmente sulla strada, ha invaso ogni spazio pubblico e privato.

L’ intento del libro è di comprendere tali dinamiche in divenire alla luce di un insieme di fattori e di pratiche di resistenza e di militanza quotidiana che a più livelli hanno agito sul lungo termine, nei mesi ed anni passati, sino a convergere nell’evento – sempre sperato ma imprevisto – della rivoluzione.

Alcune voci hanno registrato una certa distanza fra le fasce popolari e quelle della media borghesia, che si è palesata per esempio a ridosso delle rivolte con i due sit-in opposti alla kasba e alla Kobba a Tunisi. Questo vale anche per gli ambienti underground e mainstream dei movimenti artistici che ha analizzato?

Come ci raccontano gli artisti stessi, a lungo gli ambienti underground e gli artisti inseriti nei circuiti dei mercati dell’arte e nei canali istituzionali di formazione e di fruizione delle opere artistiche non hanno in alcun modo interagito. Nel corso delle proteste e delle manifestazioni però, gradualmente, la distanza tra questi ambienti artistici e culturali è andata diminuendo, tanto che in seguito alle rivolte non solo i movimenti underground hanno acquisito finalmente visibilità, ma abbiamo osservato anche un certo grado di interazione tra i diversi ambiti artistici. E’ successo cioè quello che è accaduto anche ad altri livelli, ovvero che nel pieno del processo rivoluzionario le fasce della popolazione le più diverse si sono per la prima volta incontrate e hanno manifestato e agito insieme, sulla strada, come collettività.

Non c’era una volontà politica di diffusione delle arti ( basti riferirsi per esempio al cinema e al teatro) durante l’epoca di Ben Ali. Forse era soprattutto all’estero che potevano esserci degli impatti del cinema e del teatro tunisino. Mentre è la cultura alternativa che ha giocato senza dubbio più un ruolo di diffusione dal basso. Gli artisti alternativi erano ai margini della società, agivano dal di fuori della società ed è anche per questo che non c’è probabilmente mai stata una reale comunicazione tra i rappresentanti della cultura alternativa e gli artisti, noti e meno noti, ma comunque sia coloro che avevano un loro spazio di azione o di seppur minima visibilità nella società. Il ravvicinamento è avvenuto dopo, al momento della rivoluzione, ed è così che ,

per esempio, dopo la rivoluzione possiamo trovare dei film, soprattutto documentari (ma anche qualche film di finzione) in cui suonano anche dei rapper. Inoltre i rapper o i graffitari nei mesi successivi alla rivoluzione sono stati invitati in alcuni eventi artistici e culturali e a realizzare le loro opere in spazi prima inaccessibili. In altre parole, un merito della rivoluzione è stato quello di avvicinare gli artisti alternativi agli artisti “tout-court”. Anche se ora nella delicata fase di transizione le cose sono tornate a complicarsi.

In questa fase del processo rivoluzionario tunisino, scenario, obiettivi e situazioni sono cambiati. Qual è, adesso, il ruolo dell'attivismo intellettuale e artistico?

I movimenti artistici divengono contesti esemplari dove misurare anche oggi il grado di mantenimento dello spazio pubblico e di pratiche di partecipazione. Naturalmente non sono gli unici contesti in cui misurare questo, ma come dicevo sono esemplificativi della realtà socioculturale e sociopolitica.

Nel clima di tensione e di difficoltà che ha seguito la rivoluzione, molti intellettuali e artisti hanno subito minacce e sono stati perseguitati anche in modo violento. Il loro perseguire nel rivendicare una libertà di espressione e di azione, anche talora rischiando fisicamente e personalmente, è una forma di resistenza e costituisce una parte di quella dinamica di “rivoluzione continua” e ancora in atto di cui sanno di essere protagonisti. Quello che è in gioco ora più che mai è lo spazio pubblico e la lotta per i diritti, tutto ruota intorno ad esso. Oggi il ruolo degli intellettuali e degli artisti, secondo quanto dicono essi stessi, esattamente come per gli attivisti per i diritti umani, per gli studenti, per i disoccupati, per i cittadini in generale, è di continuare la loro lotta per mantenere la libertà e lo spazio pubblico. In un certo qual modo il loro ruolo è anche però di continuare questa dinamica di lotta e di rivendicazione sapendo di non essere soli e di poter rivolgersi a quelle diverse forme di militanza quotidiana che ad un certo punto hanno saputo unirsi e che dunque in qualche modo sono ancora potenzialmente forti.

 

Non crede che questi movimenti in questo momento possano correre il rischio di non rappresentare le istanze delle fasce più deboli: la lotta alla povertà, la disuguaglianza sociale, la disoccupazione?

Se ci si riferisce ai movimenti artistici, credo si debba ricordare che la cultura alternativa ha contribuito molto a formare gli immaginari dei giovani, ad esprimere le loro idee ed essere portatori della loro rabbia e dei loro desideri. Oggi però con il clima in cui ci si ritrova anche loro hanno tendenza a ritornare alla clandestinità. Se ci si domanda da dove viene questa cultura alternativa, ci si rende conto che essa viene dai margini, dai posti dimenticati, dalle regioni più povere, dalle periferie disastrate, dai luoghi di lavoro degli operai, dagli spazi in cui la povertà e la mancanza di libertà erano il pane quotidiano. È da questi contesti che nascono questi giovani artisti. E quel che più ha giocato in queste condizioni sono stati i social network, la rete: molti di loro, tra musicisti e altri, hanno potuto trovare un modo nella rete di esporre le loro opere in modo facile ed accessibile, di diffondere la loro musica, i loro video, i dipinti. Basta osservare quanto ricca è stata la creatività artistica nelle due settimane successive al 14 gennaio 2011. Abbiamo assistito ad una produzione artistica così intensa ed elaborata che è apparso chiaro a chiunque che non potesse venire dal nulla in due settimane. È diventato visibile a tutti, a quel punto, da quanto tempo e a che livello questi giovani stessero da tempo lavorando dal basso, ma senza una grande possibilità di diffusione delle loro opere, se non appunto tramite i nuovi media. Il rap è forse alla testa di questa cultura alternativa ed è importante osservare che il potere, inteso come partito En Nahda in particolare, ha cercato di recuperare alcuni di loro, ma senza grandi esiti.

Ci sarebbe anche da fare tutto un discorso su quanto molti di loro rivendichino, anche con orgoglio, di essere musulmani, ma di non riconoscersi nelle forme di estremismo e di integralismo islamico. I testi degli Armada Bizerta tradotti nel libro sono eloquenti in questo senso.

D’altronde, proprio poiché molti musicisti cantavano un rapporto positivo e libero con la propria religione e si dichiaravano musulmani, talora anche con orgoglio, un primo tentativo del partito islamista al potere è stato quello di manipolarli. Ma la maggior parte dei gruppi hip hop è rimasta svincolata e si è espressa fin da subito per la libertà di espressione e denunciando nuovamente le ingiustizie. Stessa dinamica di alcuni politici che, come ci racconta Meen-One, sono stati per esempio affascinati dai graffiti e hanno voluto servirsene per la campagna elettorale. “Personalmente sono contro questo recupero dei graffiti da parte dei politici. Un graffitaro è indipendente e ha il ruolo di denunciare, sempre” dice il graffitaro tunisino Meen One.

Il potere ha talora reagito in modo indiretto all’azione degli artisti alternativi ed è così che per esempio il cantante del gruppo Phoenix è stato imprigionato, ufficialmente per avere fumato della cannabis ma in realtà molto probabilmente come segno di dissuasione verso l’attività del suo gruppo e le sue canzoni contestatarie. La differenza rispetto a prima, raccontano i rapper di Armada Bizerta e Phoenix, è che ora c’è un sentimento diffuso di sfiducia e di minaccia latente. Non solo, passata la fase della libertà di espressione dell’immediato post Ben Ali essi si sentono perseguitati e sotto controllo come sotto la dittatura, con la differenza che a più riprese nel clima delle minacce dei salafiti ci si sente insicuri a livello fisico, personale (e si tratta dello stesso sentimento che raccontano cineasti affermati come Mohamed Zran o Brhaim Ltaief ).

In molti evidenziano l'originalità delle rivolte tunisine e delle dinamiche che le hanno caratterizzate, sottolineando come la loro comprensione necessiti di nuovi strumenti e nuovi approcci di ricerca. Qual è il senso nuovo degli eventi tunisini?

A lungo le analisi sulla società tunisina (ma lo stesso si potrebbe dire di altre società arabe) non hanno abbastanza tenuto in considerazione i vissuti delle persone e i loro discorsi, le loro narrazioni, le loro rivendicazioni, i loro desideri. In questo contesto, non solo al momento delle rivolte ma anche in questo lungo e complesso momento di transizione, le parole e le azioni dei cittadini, anche dei più marginali, non possono più essere ignorate. E se ancora restano ignorate in gran parte dalle forze al governo, non possono esserlo dai ricercatori e da qualsiasi tipo di serio osservatore.

Per fare questo, siamo obbligati a riposizionare gli sguardi e a leggere la complessità di queste società arabo-islamiche che invece si è spesso cercato di ridurre e semplificare. È avvenuta una rottura col passato e con i paradigmi che hanno lungamente strutturato l’immaginario politico. La rivoluzione in Tunisia – e a seguire le altre – ha portato una smentita storica alla prevalente dottrina sulla fitna e ciò ha ripercussioni importanti sulla legittimità del potere e dello Stato. Inoltre, i movimenti di protesta si sono pensati e hanno agito come collettività, esprimendo pubblicamente quel che fino a poco prima si diceva solo singolarmente o a piccoli gruppi. Ne è derivata un’azione collettiva inaspettata a fronte di sporadiche azioni individuali o minoritarie. Quanto avvenuto ci obbliga a ripensare questa società dentro a una combinazione complessa tra perimetri nazionali, spazi transnazionali e logiche del capitalismo mondiale.

La rivoluzione ha messo così al centro una popolazione che ha occupato la strada e che si è riappropriata in modo inedito del suo spazio. E’ questa riappropriazione degli spazi e il suo carattere inedito che rendono nuovi gli eventi tunisini.