Tunisia, libertà di stampa a rischio della vita | Medit, Mosaique FM, Moncef Ben Mrad, Nahdha, Nebil Karoui, Nessma Tv, Ben Ali, Tv Al Moutawassat, Mohamed Brahmi, Zied Al Hani, Olfa Rihai, Rafik Ben Abdessalem
Tunisia, libertà di stampa a rischio della vita Stampa
Jalel El Gharbi/Medit   

La stampa non è mai stata così libera e i giornalisti così soggiogati. Questo paradosso, in tempi tumultuosi, deriva dal fatto che una realtà e la sua negazione coesistono. I giornalisti tunisini sono liberi. La sfera del proibito si è ridotta notevolmente. I tabù politici sono caduti. In ogni palinsesto televisivo, nei talk-show che fanno il successo delle emittenti tv e anche in quelle radiofoniche come Mosaique FM, i politici sono bersaglio di una critica implacabile.

Tunisia, libertà di stampa a rischio della vita | Medit, Mosaique FM, Moncef Ben Mrad, Nahdha, Nebil Karoui, Nessma Tv, Ben Ali, Tv Al Moutawassat, Mohamed Brahmi, Zied Al Hani, Olfa Rihai, Rafik Ben AbdessalemPoliticamente sembra non ci siano limiti alla critica, ma quando si tratta di religione o di morale è meglio essere prudenti. Oggi, si può dire che qualunque cittadino può chiamare una radio ed esprimersi liberamente. Il Paese a volte sembra un Hide Park con il suo Speakers’Corner e i tunisini indulgono apertamente nell’esercizio della libertà. E ne hanno un gran bisogno dal momento che la realtà è deprimente. I giornali si abbandonano volentieri a una libera espressione, spesso ribelle o sediziosa, impensabile prima del 14 gennaio. Intanto, un’altra forma di giornalismo è fiorita nel Paese: il giornalismo investigativo, d’inchiesta. La stampa in Internet da questo punto di vista è affidabile. Siti come http://athawranews.net/category/journal_electonique (in arabo) si specializzano nella lotta contro la corruzione. Si può citare anche questo portale francofono specializzato nell’informazione politica ed economica http://www.kapitalis.com. Un terzo sito, spesso ben informato, è http://businessnews.com.tn (in francese). Il direttore di questo giornale on line ha pubblicato un libro consacrato agli errori del Presidente della Repubblica, il cui titolo riprende un’espressione desueta usata da Moncef Marzouki, “Bontà divina! L’uomo che non ha saputo essere presidente”. Una volta ci si accontentava della lettura di libri scritti da giornalisti francesi su Ben Ali. E si stava attenti a non stampare testi così compromettenti.

Oggi la Tunisia sembra avere più bisogno di un’informazione d’inchiesta che di opinione.

Rivelare certe verità sembra essere di un’importanza cruciale. Non stupisce pertanto che si sia affermato il giornalismo investigativo. Giornalisti e blogger vi si dedicano con passione.

L’Università di Tunisi non è rimasta a guardare: sta per lanciare un master professionale in giornalismo d’inchiesta.

E’ grazie ai media – classici o alternativi – che vengono rivelati gli scandali, mettendo in discussione per esempio la pretesa di probità grazie alla quale Nahdha ha avuto accesso al potere. Altro paradosso: il partito al potere, che sa bene come la libertà di stampa gli sia dannosa, sa anche che è suo interesse dimostrare che i media sono liberi. Per risolvere questo paradosso, il partito al potere se ne vanta ufficialmente, mentre dietro le quinte incoraggia ogni azione contro i giornalisti, tanto che la professione è diventata una delle più rischiose: si va dall’aggressione fisica alla precarietà professionale. Secondo Moncef Ben Mrad, direttore generale del giornale “Akhbar al Joumhouria” (Le notizie della Repubblica), le sfide che devono affrontare i giornalisti tunisini dopo la rivoluzione sono innumerevoli, “violenza esercitata contro i giornalisti dal discorso della Troika al potere o dai loro partigiani, aggressioni fisiche, minacce successive e persistenti contro i giornalisti e la libertà d’informare, processi, precariato delle associazioni della stampa indipendenti che fa temere la perdita del posto di lavoro, assenza di un quadro giuridico di sostegno e ambiguità nell’ambito dell’applicazione del decreto 115, autoinganno di tutta la classe dirigente che vuole mettere al passo la libertà d’informare”.

Il Decreto 115 limita fortemente la concentrazione di media in mano a singoli e tutela la libertà di stampa, il diritto all’informazione e la protezione delle fonti, oltre alla libertà dei giornalisti di accedere a tutti i documenti amministrativi presso gli enti pubblici (ndr).

Numerosi tunisini non capiscono come si possa attentare alla libertà di stampa dopo la rivoluzione. E’ la nozione stessa di libertà che è meglio rivedere. La libertà: un avvicendarsi ininterrotto di liberazioni, di lotte.

La stampa è repressa dal momento che un regime cerca di apparire per quello che non è. Ben Ali voleva passare a tutti i costi per democratico, Nahdha vuole essere considerato come il miglior partito al governo di tutti i tempi. Ora, niente può privare i Tunisini di una libertà che hanno atteso troppo a lungo. Zied Krichen, del giornale Le Maghreb, l’ha detto chiaramente dai microfoni di una radio indipendente Mosaique FM, il 23 ottobre 2013: “Preferisco vivere in un Paese dove c'è libertà d’espressione, anche se la mia vita è minacciata, piuttosto che vivere in un Paese sicuro dove non ho il diritto di esprimermi”. Le parole di Zied Krichen sono state riprese in modo diffuso. Zied Krichen e Hamadi Redissi, professore di Scienze politiche, sono stati attaccati il giorno in cui erano andati a sostenere Nebil Karoui nel processo denominato “Persepoli”. La scena è stata filmata e si vedono dei teppisti attaccare violentemente i due uomini.

//"Persepolis",dal film di Marjane Satrap"Persepolis",dal film di Marjane SatrapIl 3 maggio 2012 Nebil Karoui, capo della Tv privata Nessma che trasmette in tutto il Maghreb, è stato condannato a un’ammenda di 2400 dinari (1200 euro) per attentato alla morale e per disturbo dell’ordine pubblico, in seguito alla diffusione il 9 ottobre 2011 di Persepolis, il film di Marjane Satrapi, ispirato al suo fumetto, che suscitò la collera dei salafiti e l’indignazione dei seguaci di Nahdha. Tuttavia, gli islamici dovrebbero sospettare che la diffusione di questo film li abbia favoriti, visti i risultati elettorali”. Il caso è superato perché il film è già stato proiettato a Tunisi senza che nessuno si sia indignato.

Non è la prima volta che Nessma Tv è vittima dell’intolleranza: i suoi principali editorialisti, i due Soufiene, sono stati aggrediti e minacciati di morte. Soufiene ben Farhat, che ha lasciato l’emittente, vive sotto protezione della polizia. Quanto a Soufiene Ben Hmida, è stato aggredito verbalmente e fisicamente. Oggi Ness-Nessma, il talk show quotidiano della Tv è senza dubbio la trasmissione che batte tutti i record nonostante il boicottaggio da parte di persone come Habib Ellouz, eletto della costituente, che ha manifestato la sua posizione favorevole alla sua chiusura. L’emittente ha annunciato in un comunicato all’opinione pubblica di aver ricevuto delle minacce. Pesano ancora oggi una serie di minacce su questa televisione. Per esempio, è stata accusata di far parte dei “media della vergogna”, una definizione che vuole ricordare ai media di essere compromessi col regime di Ben Ali. Questa etichetta è distribuita generosamente dagli islamisti per designare tutti quelli che rifiutano di omologarsi.

Stranamente, il partito al potere non vede che sono piuttosto i suoi media che rassomigliano a quelli di Ben Ali. Quando il canale Tv Al Moutawassat , vicino al partito al governo, afferma che non ci sono terroristi ma cercatori di tesori, o quando il giornale Al Fajr, organo del partito Nhadha, passa sotto silenzio l’assassinio di Mohamed Brahmi, questi media fanno meglio di quelli di Ben Ali. Comunque i tunisini riservano loro lo stesso trattamento: li boicottano.

Più di una volta, il potere ha dato l’impressione – per usare un eufemismo – di avere difficoltà ad accettare la libertà di stampa e di pensare che la libertà sarebbe tessere le sue lodi.

Molti giornalisti ne hanno fatto le spese. Il giornalista Zied Al Hani, per esempio, ha avuto problemi con la giustizia ed è stato anche incarcerato. E’ uno dei rari giornalisti che non temeva di farsi sentire sotto il governo di Ben Ali, tuttavia quest’ultimo non ha mai osato arrestarlo.

Abdessalem Kekli, che per molto tempo ha collaborato al giornale Al Maoukef, una delle rare pubblicazioni indipendenti, spesso sequestrata dal Governo, non ha dimenticato le restrizioni del regime di Ben Ali. Tuttavia, il suo status di universitario e soprattutto di sindacalista gli dava un’immunità relativa. “Chi non ha fatto del giornalismo prima della rivoluzione – ci confida Abdessalem Kekli – non può immaginare il peso delle pressioni che il regime di Ben Ali esercitava sui giornalisti. Ho collaborato per sette anni al Maoukef fino al momento della rivoluzione. Questo giornale era uno delle rare tribune dell’opposizione. Pubblicarlo era un’impresa azzardata. Era spesso sequestrato in tipografia e persino sulle bancarelle. Il potere faceva di tutto per vietarne l’accesso ai lettori. Inoltre, i giornalisti subivano la doppia pressione della censura e dell’autocensura… Oggi il giornalismo si è liberato dalla paura, ma il potere non accetta questa libertà”. E’ vero che non si contano più i tentativi mirati a mettere la museruola ai media. Il più spettacolare di tutti fu senza dubbio il sit-in della televisione nazionale. Il 2 marzo 2012, dei manifestanti vicini a Nahdha e alla sua rete di sostenitori della rivoluzione, decidono di tenere un sit-in davanti alla sede della televisione per chiedere che venga ”liberata” da esponenti di sinistra e dagli ex del RCD (Rassemblement Constitutionnel Démocratique, il partito di Ben Ali). La sede fu liberata soltanto due mesi dopo, grazie all'intervento del ministro dell’Interno: i disordini tra i dimostranti e i giornalisti, stanchi per le provocazioni giornaliere dei “barbuti”, erano all'ordine del giorno e la situazione rischiava di degenerare.

//Manifestazione davanti alla sede della TV nazionaleManifestazione davanti alla sede della TV nazionaleOggi in Tunisia, sembra che il ruolo dei media non si limiti solo a informare. I giornalisti si trovano costretti a essere “la voce di chi non ha voce”, come dice la frase presa a prestito a Lamartine e che piace ripetere a Tunisi. I giornalisti tunisini si sono trovati investiti da una missione che altrove non attiene all’informazione: mettere a nudo la miseria sordida nelle zone frontaliere, e soprattutto prevenire il paese contro la minaccia terrorista. Sono i giornalisti che hanno rivelato l’esistenza dei campi di addestramento. I giornalisti hanno ugualmente messo a nudo dei casi di corruzione. Il più éclatante riguarda Rafik Ben Abdessalem, in quello che è stato definito “Sheratongate”, affaire che ha coinvolto il giovane ministro. La blogger Olfa Riahi rivela le “leggerezze” del ministro che deve il suo ruolo più al suo status di genero di Ghannouchi che alle sue competenze. Rafik Ben Abdessalem si difende: non avrebbe fatto altro che pagare una camera d’albergo a una cugina venuta a trovarlo! Non si rimprovera a questo ministro solo le sue notti tumultuose. Si è reso responsabile di malversazione, ma il caso non sembra preoccupare Rafik Ben Abdessalem. E’ Olfa Rihai che ha invece dovuto preoccuparsi dal momento che le era stato impedito di lasciare il paese. Reporter senza frontiere è dovuto intervenire.

Secondo il Centro di Tunisi per la Libertà della stampa si contano 25 aggressioni al mese contro i giornalisti. Queste aggressioni, quasi quotidiane, vanno dall’intimidazione all’aggressione fisica passando per le molestie e le minacce di morte.

Come è chiaro, l’informazione è al centro di una battaglia decisiva in cui una parte del popolo aspira a un modello che perpetui i valori nazionali, aperti a tutte le culture e contro un modello di ubbidienza integralista che promuove purezza e purghe.

 


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Traduzione Stefanella Campana

dicembre 2013