Mobilità in Tunisia all’indomani della rivoluzione | Jalel El Gharbi, Nahdha, emigrazione, quartiere di Ennasr, safirat, commercio non equo, campo di Choucha, contrabbando
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Jalel El Gharbi   

Tunisi. All’indomani della rivoluzione, il governo contava sull’emigrazione per risolvere i problemi economici del Paese: i Paesi fratelli pronti ad assorbire la mano d’opera e i diplomati disoccupati. La Libia avrebbe sistemato volentieri un milione di Tunisini e il Qatar avrebbe accolto le decine di migliaia di diplomati delle scuole superiori senza lavoro. Ma la storia dà ragione ai giovani tunisini che vedevano le cose ben diversamente. Non era verso l’Est che i giovani tunisini intravedevano l’Eldorado, ma verso il Nord. Il flusso migratorio preconizzato dai ministri di Nahdha è avvenuto ma in senso inverso: non meno di 500 mila Libici sono venuti in Tunisia a trovare un rifugio. Fino ad oggi continuano a viverci, alcuni in condizioni precarie, altri nel quartiere nuovo residenziale di Ennasr.

//Eritrei a LampedusaEritrei a Lampedusa

I Tunisini che si recano in Libia lo fanno nell’ambito della cooperazione terroristica (fatte salve le persone oneste che vi si recano per lavorare nonostante le condizioni difficili). Essi vengono istruiti prima di essere inviati a rompersi le ossa in Siria. I giovani, quelli che hanno optato per la vita, affrontano tutti i pericoli e prendono le barche della morte per recarsi in Italia, che sovente non è la destinazione finale. Tra i trenta e quarantamila Tunisini sono sbarcati a Lampedusa nel 2011, mettendo in agitazione tutta la Tunisia e suscitando reazioni negative in Italia.

In Francia, Marine Le Pen, conosciuta per “l’affetto” che ha nei confronti degli emigrati, s’indigna per queste maree umane che considera come una minaccia per l’Europa. A Tunisi, non si capiva perché l’Europa si spaventasse per qualcosa come trentamila persone quando la Tunisia ha accolto più di un milione di rifugiati provenienti dalla Libia. Per oltre un anno il Paese ha giocato il ruolo di frontiera avanzata dell’Europa, ospitando come poteva oltre un milione di rifugiati di tutte le nazionalità africane e asiatiche nel campo di Choucha. Questo campo, sorto nel febbraio 2011 si è chiuso solo nel giugno 2013. Le autorità si sono presto trovate travolte da questo flusso migratorio. Gli ultimi rifugiati di questo campo si sono lamentati per metodi discriminatori , razzisti. La maggior parte di essi rifiutano di stabilirsi in Tunisia e vogliono raggiungere l’Europa. Tuttavia, va detto che le forze militari, la Croce Rossa tunisina e i volontari hanno assicurato i rifornimenti alimentari e quelli necessari per la salute. Nonostante la scarsità dei mezzi, non c’è stata alcuna epidemia, alcuna penuria. Certo, si deplorano alcuni incidenti e persino delle morti sospette ma occorre considerare che la Tunisia non ha risparmiato alcun sforzo per accogliere questi rifugiati.

//Il campo di ChouchaIl campo di Choucha

La stagione della migrazione verso l’Est era dunque impossibile e la questione non poteva che essere un problema degli arabi. I Tunisini, quelli che non l’avevano capito, correvano il rischio di farsi aggredire in Libia. Non si contano infatti il numero di aggressioni, rapimenti subiti da Tunisini in Libia. Per i Tunisini dell’interno è meglio che si accontentino di Tunisi, Sousse, Sfax, e non spingersi oltre. E così l’interno del Paese si svuota. Sul piano sociale, ci vorrà ancora molto tempo perché le città possano assorbire questo flusso di esodo rurale di cui la Tunisia non aveva conosciuto con una tale dimensione dopo l’indipendenza nel 1956. Attualmente non sono le popolazioni rurali che si urbanizzano; sono le città che si ruralizzano.

E’ la parte costiera della Tunisia, considerata privilegiata, che attira i Tunisini. Così si diventa venditore ambulante, commerciante di alimentari o di paccottiglia cinese importata dalla Libia come contropartita delle derrate alimentari sovvenzionate dallo Stato, o di prodotti di contrabbando infiltrati dall’Algeria: carburante, sigarette, bevande gassose. E’ un commercio non equo che nuoce gravemente all’economia e all’industria del paese e priva lo Stato di risorse fiscali.

La mobilità femminile è certamente quella che ha sofferto di più dopo la rivoluzione. Non si contano le angherie commesse nei confronti delle donne che hanno osato uscire senza velo (“safirat”) o “nude”, come sono state definite giusto perché non indossano il velo. Il partito islamista intendeva islamizzare la società e per realizzare questo si può supporre che avesse contato sui salafiti, la parte più rigorista dell’islam, d’ispirazione wahabita. Oggi Nahdha ha pagato il prezzo di questo errore madornale. Tutti sembrano aver capito che le conquiste della donna tunisina sono acquisite per tutte le donne - comprese le islamiste che hanno votato per la parità uomo-donna alla Costituente – ma anche per gli uomini. In Tunisia, la questione femminile non si limita ad essere un problema di genere ma ha a che fare con l’evoluzione del paese. La libertà della donna è di natura identitaria: anche questo è parte essenziale del paese. E i Tunisini, in maggioranza, non sono disponibili a relegare le donne in uno statuto preistorico.

Tuttavia, ci sono degli aspetti negativi che le donne tunisine subiscono. Certamente sono le più soggette a delle restrizioni per quanto riguarda la mobilità. Basta uscire di sera per vedere che le città sembrano popolare di soli uomini. La libertà non è mai acquisita per sempre. E ancora si continua a rivendicarla.                                                                                

La prospettiva di raggiungere l’”altrove” è per tutti una realtà lontana. Tutto fa si che la possibilità di muoversi liberamente diventi di giorno in giorno più lontana. Oggi, con la svalutazione del dinaro, il rialzo vertiginoso dei prezzi, l’Europa è sempre più irraggiungibile. A tutto questo si deve aggiungere il problema dei visti. Eppure, ci fu un tempo in cui il mondo era senza visto, a portata di mano. Ci fu un tempo in cui un giovane tunisino poteva, durante le sue vacanze scolastiche, recarsi in Europa, avere questo bagno di vicinanza, perfezionare la sua conoscenza del francese, apprendere l’italiano o lo spagnolo, imparare a conoscere l’altro e scoprire magari come si è poco diversi. All’epoca, quando si aveva diciotto anni, si era di sinistra, si citava Gramsci e si ascoltava Joan Baez. Oggi che le frontiere sono chiuse, si hanno altri riferimenti. Quello che intendo dire è che la chiusura delle frontiere, le condizioni umilianti per avere il visto – e questo succede quasi per tutti quelli che lo richiedono – non sono estranei al fiorire dell’anti-occidentalismo e che dei regimi sostenuti dall’Occidente mantengano questa situazione nel paese.

In Europa, si è coscienti che questo modo di rilasciare i visti non può più durare e si opta piuttosto per una “immigrazione scelta”. Degli accordi in tal senso stavano per essere conclusi con la Tunisia, come è avvenuto con il Marocco, ma l’Europa ha scelto di rimandare la firma di questi accordi, preferendo evidentemente non trattare con un governo poco rappresentativo come quello di Nahdha. In effetti, è meglio che questa firma sia stata rimandata. Forse conviene rivedere i termini da stabilire per un vero partenariato solidale che non faccia della Tunisia una semplice guardia-frontiera nei confronti del flusso dei migranti sub-sahariani o mediorientali che scelgono di passare dalla Tunisia nel quadro di quello che si è convenuto chiamare “esternalizzazione delle frontiere europee” e soprattutto per tenere conto delle esigenze della società civile tunisina.

La gestione politica della mobilità deve considerare l’opinione delle persone coinvolte. Non deve in nessun caso ridursi a un problema di sicurezza. L’importanza del volano culturale dell’emigrazione non deve essere occultata. Si tratta soprattutto di esigenze alle quali si è tenuti tutti a rispondere. Per esempio, conciliare la lotta contro l’emigrazione clandestina con il diritto di tutte le persone a lasciare il proprio paese. E’ stridente la disparità tra l’accoglienza riservata agli Europei a Tunisi-Cartagine e quella riservata ai Tunisini nei paesi europei dove a volte sono attesi ai piedi dell’aereo e soggetti a dei trattamenti umilianti, indegni: nuocciono sia a quelli che li subiscono sia a quelli che li fanno subire.

 


 

Jalel El Gharbi

Traduzione di Stefanella Campana

18/03/2014