Davanti al Consolato d’Italia a Tunisi | El Menzah, Consolato d’Italia, libertà di movimento, Medit, Paralleli, Stefan Fule, Matteo Renzi
Davanti al Consolato d’Italia a Tunisi Stampa
Ben Salah/Medit   

//Consolato d’Italia a TunisiConsolato d’Italia a TunisiEl Menzah. Marzo 2014, ore 13.30. Ufficialmente gli uffici del Consolato d’Italia aprono alle 14h30. Ma, come per entrare a teatro o per partire per una crociera, si arriva in anticipo.

Scena uno: un uomo dalla corporatura imponente sorveglia la strada. S’indigna nel vedere delle auto parcheggiate davanti alla porta del Consolato. Busto sporgente, braccia penzoloni, sguardo corrucciato, grida: “Di chi è quest’auto? Spostatevi in fretta…”. È in abiti civili – jeans, giacca color blu con la firma “Nike” – ma dal comportamento arrogante, tutti capiscono che è della polizia. I soldati etruschi calzavano coturni per avere un aspetto più minaccioso. Qui si tratta d’intimidire le persone stipate sul marciapiede.

Ore 15. Piove. Siamo a marzo, eppure la temperatura è invernale. Non è ancora arrivata la primavera e il Consolato è sempre chiuso. Scena due: arriva un altro poliziotto. È in uniforme regolamentare. Vuole mettere ordine prima che la porta si apra. Scambia qualche strizzata d’occhio di intesa verso qualcuno, promette a qualcun altro di farlo passare con la precedenza, sorride a un terzo, lo prega di pazientare e si mostra intransigente verso tutti gli altri. Scena tre: arriva un altro poliziotto come rinforzo. È armato. La sua Shtayer gli dà sicurezza e si mostra ancora più fermo, ma meno aggressivo. “Tutti devono fare la coda dietro le sbarre, salvo quelli di cui [il secondo poliziotto] ha preso nota”. Per ingannare l’attesa, si parla. Ecco quello che dice una cinquantenne: “È la terza volta che vengo. Tutte le volte mi dicono che manca un documento. E pensare che hanno già incassato i 130 dinari di spese [65 euro], oltre a 12 dinari per il diritto di registrazione fatta al telefono. È piuttosto fiorente questa impresa!”. Poi spiega che ha dovuto tradurre tutti i documenti per il Consolato. L’uomo accanto a lei, che si ripara sotto lo stesso ombrello, osserva che tutti i documenti devono essere convalidati. Se sul vostro passaporto c’è scritto “ingegnere”, questo non vi esime dal provare che lo siete veramente. Se siete un funzionario, dovete provare che vi guadagnate da vivere. Dovete soprattutto provare che non andate in Europa a mendicare.

Mi viene da pensare che a forza di veder trattare gli altri come meno di niente questo si riflette su noi stessi.

“Sono inflessibili con le donne”, precisa la signora. “Ritenetevi fortunata che vi rivolgono la parola - risponde il suo vicino – io, mi accontenterei di un cenno di testa”. Quello che è sorprendente, è che sanno essere affabili. Li ho visti con i miei occhi sorridere all’unico Italiano che è venuto per il visto di qualcun altro. Sorriso discriminatorio, come tutto il resto.

Ore 15.05. I cancelli del Consolato si aprono. Alla porta, una donna in uniforme, dietro due guardie del corpo, giusto prima del metal detector per il controllo delle persone. Il tutto è gestito da tunisini, tutti sul piede di guerra. Il solo italiano che vedo è seduto dietro a un tavolo. Controlla su un foglio i nomi di quelli che sono autorizzati a entrare e fa no con la testa a quelli che devono tornare un’altra volta, quelli che devono restare sul marciapiede. A volte tutto questo assomiglia a un trasferimento di schiavi. Sull’isola di Gorée, nella baia di Dakar, i guardiani degli schiavi erano dei locali: i negrieri sapevano delegare il lavoro sporco.

Mi viene da pensare agli anni Settanta. Gli studenti andavano a lavorare nei campi in Italia, in Francia o altrove. Perfezionavano la loro conoscenza delle lingue, facendosi amici in Europa, amavano parlare di Gramsci, di Pasolini o di Moravia, attraversavano in lungo e in largo l’Europa imparando soprattutto che l’altro non è diverso. Oggi, i loro figli imparano che l’altro è quello che ti chiude la porta in faccia. Mi chiedo se non sia “l’altro” ad alimentare l’odio.

Un uomo, esasperato per la durata del soggiorno che gli hanno dato, s’infuria, promette di non mettere mai più piede al Consolato e di scrivere all’Ambasciatore. Il preposto risponde che si fa beffe dell’Ambasciatore e del Ministro. Sembra che al Consolato italiano non ci si curi delle dichiarazioni fatte la sera prima dal Stefan Fule, Commissario europeo all’Allargamento e alla Politica europea di Vicinato, in occasione della sua visita a Tunisi il 13 e 14 marzo. Sembra che non ci si preoccupi delle dichiarazioni del Primo Ministro italiano Matteo Renzi, che vuole recarsi a Tunisi per la sua prima visita ufficiale. Quando ho riferito in famiglia quello che ho vissuto in coda fuori dal Consolato, mi è stato raccontato che a un eminente scienziato che doveva partecipare a un dibattito a Roma in settembre, il Consolato d’Italia ha risposto, nel giorno stesso in cui doveva recarsi in Italia, che il visto non era pronto. Il giorno seguente gli hanno consegnato il suo passaporto con un visto retrodatato. La sua conclusione: “Il razzismo a volte si manifesta in maniera perversa”. Il problema del visto non è soltanto un problema di visto.

 


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07/05/2014