Tunisia: elezioni, la risposta al terrore  | Kasserine, Battaglia di Badr, Jalel El Gharbi, Matteo Mancini, Nahda, oasi di Al-Farafra, Abdelmalek Sellal, Mehdi Jomaa
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Jalel El Gharbi   

Un attacco atteso

Il 16 luglio, in pieno Ramadan, allo scadere del digiuno giornaliero, due posizioni dell'esercito tunisino sono il bersaglio di un attacco da parte di una sessantina di terroristi armati di kalashnikov e di lancia razzi RPG. I numerosi morti, la violenza dell'assalto suscitano rabbia e indignazione in tutto il paese. Gli abitanti di Kasserine sono stati i primi a protestare e a urlare minacce ai terroristi. Una rabbia ancor più acuta alla vista di certi gioiosi salafiti che si prosternano per ringraziare il proprio Dio.

 //La battaglia di BadrLa battaglia di Badr
Così i terroristi commemorano la Battaglia di Badr (17 Ramadan dell'anno 624). Si sono lasciati alle spalle 15 morti e 23 feriti, perdendo un solo uomo, un ventenne. Vittime carbonizzate, identificate soltanto dopo giorni. Il gruppo terrorista attacca lo stesso punto dove esattamente un anno prima aveva ucciso otto soldati profanandone selvaggiamente i corpi. C'è da dire che in molti si aspettavano un attacco, soprattutto ora che i servizi segreti tunisini sono di nuovo operativi, anche grazie alla stretta collaborazione dei colleghi algerini.

 
La reazione popolare non si è fatta aspettare, sono state organizzate manifestazioni di denuncia contro il terrorismo e di sostegno all'esercito che ha protetto la rivoluzione del gennaio 2011. Il governo ha preso misure durissime : è stata creata una cellula di crisi ed è stato deciso di arrestare ogni persona che aveva espresso solidarietà nei confronti dei terroristi. Certe moschee divenute luogo di comizio pro terrorista sono state chiuse, associazioni coinvolte nel finanziamento dei gruppi salafiti sono state sciolte. Anche se la maggioranza dei tunisini hanno accolto in modo positivo queste misure, gli ambienti islamisti non hanno perso l'occasione di criticarle. Ma il governo non sembra disposto a tirarsi indietro, la tolleranza nei confronti del terrorismo è finita. Perfino il movimento Nahda, il cui leader dichiarò che i salafiti “predicano una nuova cultura” resta nel coro di denuncia. Ormai, è chiaro che i tunisini rifiutano questa “nuova cultura” della morte. Anche il movimento Nahda, che guarda con avidità alle prossime elezioni, l'ha capito e non è più disposto a pagare il prezzo politico per la sua parentela con i salafiti. Dopo l'attentato del gennaio 2012 contro l'ambasciata statunitense, i numerosi omicidi politici e gli attacchi all'esercito, i Tunisini hanno condannato con forza questa violenza terroristica nuova per il paese, e di conseguenza anche il movimento Nahda.

I funerali dei soldati si sono trasformati in cortei e saluti ai martiri, i cui slogan e bandiere contro il terrorismo o a favore dell'esercito e della polizia chiedevano una sola cosa: la fine di questo oscurantismo. I media hanno seguito questa linea ideologica e i partiti hanno stigmatizzato il terrorismo all'unanimità. La società civile ha mostrato la propria compattezza e unità nella protesta. Una società civile che conta e che pesa sulle decisioni dello Stato: è lei che ha fatto destituire Nahda, è lei che ha tracciato la rotta del paese in questo periodo di transizione. 

 

Le implicazioni geopolitiche  
In Tunisia sono tutti d'accordo sulla dimensione regionale e internazionale dell'attacco jihadista. Non è un dato strettamente locale. Finora il terrorismo è confinato alla frontiera ovest del paese. La geografia svela le carte in gioco: è l'Est che procura le armi e l'addestramento, ma è a Ovest, alla frontiera con l'Algeria, che si svolgono gli attacchi. Senza voler fare complottismo, ricordiamo che per numerosi esperti e osservatori il bersaglio principale è l'Algeria. I finanziatori del terrorismo spendono cifre colossali nell'intento di far cadere lo Stato algerino. Sembra che il potere finanziario sia il punto forte dei terroristi: succede loro di comprare il pane ad un prezzo duecento volte superiore al prezzo di origine.

Tre giorni dopo l'attentato all'esercito Tunisino, eventi simili hanno colpito l'Egitto. È curioso che la somiglianza tra i due attacchi sia sfuggita ai numerosi osservatori. Il 19 luglio, un gruppo armato ha attaccato le truppe egiziane presenti nell'oasi di Al-Farafra nel Sud Ovest del paese, ovvero alla frontiera libica. L'assalto ha causato la morte di 22 soldati. I terroristi hanno utilizzato lo stesso tipo di armi usate durante l'attacco sul Monte Chaambi : lanciarazzi RPG e Kalashnikov. A conferma che i terroristi ricevono gli ordini dall'estero e che gli attacchi in Tunisia sono battaglie di una guerra più ampia che coinvolge buona parte del Nord Africa e del Medio Oriente.  

 

La scommessa Tunisina

Dal punto di vita della politica interna, i terroristi stanno cercando di sabotare le prossime elezioni che porranno un termine al periodo transitorio e faranno entrare il paese in una fase di stabilità e democrazia. Tutti i partiti aspettano le elezioni legislative che si svolgeranno il 26 ottobre, le elezioni presidenziali invece si terranno il 23 novembre. È ben chiaro ormai che i salafiti rifiutano il principio delle elezioni e provano a perturbare quest'esercizio democratico. Ma tutto sembra indicare che i Tunisini sono consapevoli della grande posta in gioco, e dopo aver snobbato e boicottato in un primo momento le liste elettorali si sono finalmente iscritti in massa per andare a votare. Sul piano politico sembra che i Tunisini considerino necessario un rafforzamento del potenziale militare e difensivo del proprio paese, dopo aver per anni privilegiato la costruzione di scuole e ospedali. La guerra al terrorismo si è imposta al paese, che cerca di entrarci in modo lucido e razionale, nel massimo rispetto dei diritti umani e assicurando le condizioni per una vittoria perentoria. I Tunisini andranno al voto perché la lotta al terrorismo esige di darsi prima i mezzi per combatterla: visto che il terrorismo ha una dimensione regionale, deve essere combattuto a livello regionale grazie alla stretta collaborazione con i paesi coinvolti, ovvero l'Algeria. I rapporti con questo paese hanno un'importanza strategica e sono fonte di speranza per i Tunisini.  

 
Per la Tunisia è un bene che l'Algeria non sia precipitata nella primavera araba. Così facendo ha evitato dure prove per il proprio paese e ha risparmiato anche lo Stato tunisino, che si sarebbe senz'altro sgretolato con conseguenze disastrose per l'intera regione.  

  
//Mehdi JomaaMehdi Jomaa//Abdelmalek SellalAbdelmalek SellalL'Algeria ha già attraversato la difficile prova del terrorismo e da questa esperienza ne ha tratto preziosi insegnamenti che la Tunisia ha intenzione di seguire. Peraltro, gli ambienti legati alla sicurezza nazionale di Tunisi o di Algeri non nascondono che la cooperazione tra i due paesi ha raggiunto un livello visto solo durante la lotta anticoloniale. È in questo ambito che il primo ministro tunisino Mehdi Jomaa si è recato in visita ufficiale a Tebessa – a 40 km dalle frontiere tra i due stati – invitato dal suo omologo algerino Abdelmalek Sellal. Il Signor Jomaa gode di una grande stima ad Algeri. Nonostante siano arrivate pochissime informazioni riguardanti la seduta di lavoro dei due primi ministri, sappiamo per certo che hanno trattato prima di tutto le questioni di sicurezza interna, di coordinazione tra i due eserciti e tra le due polizie per affrontare le sfide delle regioni frontaliere. È noto che i due Premiers guidano i rispettivi paesi, perché da una parte il Presidente Algerino Abdelaziz Bouteflika ha raggiunto la sua veneranda età e dall'altra il Presidente provvisorio Tunisino Moncef Marzouki ha solo una carica simbolica e non è di certo la personalità tunisina di riferimento per lo Stato algerino.   

Sul piano della sicurezza, le campagne di arresti negli ambienti salafiti si sono moltiplicate e il Ministero dell'Interno ha mostrato un'efficacia e un professionismo che gli hanno permesso di sventare numerosi attentati. Due sono le ragioni di una tale efficacia :   

  • le istituzioni di sicurezza pubblica sono di nuovo operative  
  • i cittadini cooperano in pieno con la Polizia  

In tal modo, anche se non si escludono altri attacchi terroristici, la Tunisia resta unita nonostante le numerose divergenze e l'ombra che circonda alcuni partiti, in attesa delle preziose elezioni, l'arma politica contro un terrorismo islamico radicale che sogna un anacronistico califfato. 

 


Jalel El Gharbi  

Traduzione dal francese di Matteo Mancini 

21/08/2014