La Tunisia sotto la lente del “Corriere di Tunisi” | Silvia Finzi, Corriere di Tunisi, libertà di stampa, libertà delle donne, Costituzione tunisina, emigrazione, PD, Ben Alì, Ennahda
La Tunisia sotto la lente del “Corriere di Tunisi” Stampa
Rosita Ferrato   

Silvia Finzi italo tunisina, docente universitaria, direttore del Corriere di Tunisi, nel 2013 candidata al Senato per il Pd. La incontriamo nella capitale, nella sua bella casa vicino alla spiaggia. Un cancello verde si apre e un giardino incantevole appare. La casa è fresca e ariosa, una villetta su due piani, arredata con gusto. Una casa animata da donne e giovani uomini, i figli di Silvia e da sua madre. Lei ha i capelli corti e un bel viso espressivo, modi schietti ma gentili.

La Tunisia sotto la lente del “Corriere di Tunisi” | Silvia Finzi, Corriere di Tunisi, libertà di stampa, libertà delle donne, Costituzione tunisina, emigrazione, PD, Ben Alì, Ennahda

 

Nata a Tunisi, la sua famiglia (repubblicana e mazziniana) nella prima metà dell'800 da Livorno emigra in Tunisia per ragioni politiche. Ci racconti di lei

Insegno una materia che nel sistema universitario francese si chiama Civiltà italiana contemporanea. Questa è la mia attività, tutte le altre vi girano intorno: faccio ricerca, lavoro sulla storia della collettività italiana, e mi sono dedicata ad alcuni progetti che riguardano la storia di migranti italiani (arte, architettura, alimentazione, mestieri, scrittura, politica), dai primi insediamenti in Tunisia, da quando arrivarono gli esuli nei primi dell' 800 fino ad oggi, all'indomani dell'indipendenza.

 

È anche direttore di un giornale

Dopo la sua scomparsa, l'anno scorso, ho preso il posto di mio padre nella direzione del “Corriere di Tunisi”, sola testata italiana in tutta la fascia sud del Mediterraneo - compresa anche parte di quella sub sahariana - e unica nel Medio Oriente. Il Corriere nasce nel 1868, finisce le sue pubblicazioni nel 1881 con l'inizio del Protettorato, ed è poi ripreso dalle generazioni successive con l'indipendenza nel '56. Oggi, speriamo si possa continuare: aldilà dell'affetto, quella del giornale è una storia condivisa che rischia di sparire. Sono frontiere che diventano sempre più invalicabili, mentre il Corriere rappresenta una storia: di italiani, di tunisini, un momento comune per parlare un linguaggio che le realtà politiche del mondo, da nord a sud, non condividono più, perché ormai si sta estinguendo la pluralità: le varie dimensioni profonde, che erano quelle del tunisino, l'appartenere a più culture, a più lingue, a più esperienze di vita comune, tutto questo si sta estinguendo.

 

E di chi è la responsabilità?

In Europa, l'emigrazione avrebbe potuto movimentare la sua identità, invece il modo in cui si sta costruendo questa migrazione è una catastrofe. Certo, è un fenomeno difficile da gestire, ma andava pensato meglio; la marginalizzazione – culturale, economica, sociale - dei migranti in Europa, ci ritorna poi in Tunisia in negativo. Difficile allora costruire un rapporto diverso: siamo quindi nella regressione pura, regressione che ci arriva dai paesi cosiddetti democratici, e questo è terribile; i sintomi sono apparsi con il ritorno, anche sporadico, dei migranti che hanno accumulato il rifiuto e che l'hanno riversato in una sorta di risentimento. Un risentimento percepibile.

 In Italia, in Francia, in Inghilterra le politiche verso l'immigrazione sono una vera catastrofe: nell'insieme queste scelte degli ultimi 20 anni, comunitariste e non più d'integrazione, hanno fatto sì che oggi un gran numero di giovani, magari nati in Francia (sono le seconde e le terze generazioni, non i loro genitori), settemila ragazzi e ragazze, francesi di nazionalità, siano andati a fare il jiad in Siria. Questo mi sembra abbastanza significativo per capire di che tipo di integrazione si parli.

Tutto ciò ha delle ripercussioni anche qui. I primi veli integrali che abbiamo visto in Tunisia venivano dalla Francia o dall'Inghilterra. Vero è che evidentemente esiste il terreno favorevole allo sviluppo di questi fenomeni, che si diffondono più facilmente, ma certamente l'Europa è molto deludente. In tutto. Nelle sue scelte politiche rispetto al mondo arabo: hanno cantato vittoria democratica, forse hanno fatto di questa rivoluzione una specie di specchio, si sono rivisti nel maggio del '68, non lo so. Invece di sostenere i democratici hanno sostenuto gli anti democratici; non che si voglia giudicare o parlare di complotto internazionale, ma tutto ciò è comunque molto strano. E' strano l'intervento della Francia in Libia, paese che ci sta minacciando ogni giorno; hanno fatto fuori un paese, come oggi stanno facendo fuori la Siria, o l'Iraq, per dei giochini loro. Come è possibile?

 

Quello che sta succedendo in Iraq avrà delle ripercussioni qui in Tunisia?

Quello che sta succedendo in Libia, non è lo stesso? Ormai il paese è in mano a bande scatenate, e la prima cosa che fanno è di mettere a fuoco a tutti i simboli delle tradizioni popolari - che si condividano o meno, sono le tradizioni più sane, più integrative - tipo i marabout o i luoghi tra superstizione e religione, ma che fanno parte dell'humus; è come se in Italia si sparasse alla gente che crede nel miracolo di san Gennaro.

 

E perchè?

Perchè vogliono un islam particolare, che è totalitario e rigidissimo, inquisitoriale, dove tutto è eretico, e solo la loro interpretazione è giusta, e tutto ciò che non è loro è perseguibile. È una forma contemporanea di Inquisizione: quando si pensa che in Iraq si distrugge una moschea del VII secolo che è l'origine dell'Islam perché è pluralista, perché ci vanno tutti, è pura follia! Poi i giochi vanno aldilà dei paesi, sono giochi di interessi internazionali, ma è pazzesco sacrificare paesi interi in nomi di lobby economiche. Quando si tratta di sradicare un dittatore che ha ben aiutato gli interessi internazionali, come in Libia, allora si manda un esercito e lo si lincia addirittura; sosteniamo la democrazia, dicono: ma non si è mai sentita una parola contro il Qatar e contro l'Arabia Saudita, e quelle sono forse delle democrazie? Quando i sauditi hanno mandato i loro carri armati in Barhein non hanno messo a fuoco l'Arabia Saudita, ma l'Iraq sì. Chi ha aiutato i ribelli in Siria? Non i democratici: c'erano, ma non se ne sente più parlare. Quante persone dalla Tunisia sono state mandate in Siria, pagate per andarci: erano mercenari, dei giovani reclutati nei quartieri popolari, partiti senza e arrivati con i documenti, come hanno fatto a passare le frontiere? Sono passati dalla Turchia, e la Turchia ha dato loro il permesso di entrare sul suo territorio, è quindi complice. Ma Erdogan vince al primo giro. Anche lui non è un santo e anche lì le libertà, delle donne in particolare, stanno diminuendo. Un mondo mostruoso, il contrario di quello in cui credevamo, che era un mondo mescolato. Nella mia vita, mai avrei pensato di dover sentire ad ogni frase il nome di dio, oppure continuamente il termine di peccato, di odio. È il contrario di quello che abbiamo costruito.

 

Si arriverà così lontano?

Si è già arrivati a questo.

 

Dopo le elezioni è possibile che le cose si sistemino?

Come si fa a mettere a posto le cose quando c'è un massacro a Gaza, un problema in Iraq, una guerra in Siria, e l'Arabia Saudita e il Qatar finanziano questi gruppi di fondamentalisti; quando la Libia è un caos con armi, droga, soldi che circolano, mercati mafiosi... Come può, la Tunisia, essere un enclave, è forse fuori dal mondo? Per un paradosso, bisognerebbe che la si “ritagliasse” e andasse altrove, per poter sopravvivere. Ma come può farcela da sola? Non ha i mezzi, non ha niente.

 

Cosa è cambiato nel paese dopo la rivoluzione?

Dopo la rivoluzione, la gente è diventata estremamente incivile: le strade sono sporche, non si hanno più regole, la gente non ha integrato il fatto che le norme di convivenza civile non hanno bisogno di un poliziotto, quindi non c'è soltanto l'interno della propria casa, della propria famiglia, c'è anche l'esterno. Se il fuori dalla porta non esiste, se il bene pubblico non ha più nessun valore, come si può costruire una società? Amare il proprio paese non significa solo rivendicare l'identità arabo mussulmana, ma anche farne un posto più pulito, più civile, dove esistono regole di convivenza. Questo è amare il proprio paese, altrimenti lo si distrugge: e stiamo assistendo ad una distruzione del paese.

 

Perchè?

La gente è delusa, non sa dove sta andando, non vede in modo chiaro il proprio avvenire; ci sono sacche di povertà molto forti, tanti sopravvivono soltanto con il commercio illecito, ma più è presente il commercio illecito più lo stato si impoverisce. È tutto comprensibile, ma il risultato è pessimo. Adesso c'è un governo tecnico, però la maggioranza del parlamento continua ad essere il partito che ha vinto alle elezioni, e blocca quello che vuol bloccare, fa passare quello che vuol far passare, e ora è tutto intento a vincere le elezioni che probabilmente vincerà, visto che i cosiddetti laici (che poi laici non sono, perché nessuno osa dire di esserlo, è quasi blasfemo dirlo, quando è l'unica cosa che salvaguardia la pluralità) non sono capaci di mettersi insieme; stanno facendo quello che hanno fatto alle prime elezioni, ovvero costituire tantissime formazioni che faranno perdere un sacco di voti. Insomma, non si sa bene dove andremo.

 

Mi parli del suo impegno politico. Lei ha affermato: “partecipo attivamente alla definizione di una posizione equilibrata dell'Italia per fare del Mediterraneo un'area di pace”.

Possiedo una tripla cittadinanza (italiana, tunisina e francese poiché mia madre è francese), mi sento partecipe delle tre realtà. Voto a sinistra in tutte e tre i paesi e se posso contribuire a far vincere anche solo una sinistra molto moderata, slavata, la preferisco ad una destra dura. Ovunque. Vengo da una tradizione familiare laica, socialista, comunista; quando ero in Italia votavo Pc poi Ds e poi PD. Quando abbiamo potuto ottenere il diritto di voto per gli italiani all'estero ho votato, poi abbiamo creato un circolo PD a Tunisi e siamo rimasti attivi, tentando di sostenere i candidati che si presentavano per la nostra circoscrizione. Per l'Italia sono impegnata in questo senso, idem per la Tunisia.

 

Il futuro del suo paese

Spero si possa continuare a vivere qui, certo con gli integralisti sarebbe difficile, sia che ti chiami Silvia o che ti chiami Fatma.

 

La Tunisia sotto la lente del “Corriere di Tunisi” | Silvia Finzi, Corriere di Tunisi, libertà di stampa, libertà delle donne, Costituzione tunisina, emigrazione, PD, Ben Alì, EnnahdaEsiste oggi in Tunisia la libertà di stampa?

Potrei dire che la libertà di stampa c'è, basta non toccare argomenti religiosi; ma allora, se non si può discutere liberamente di religione, c'è libertà? Lo spazio pubblico è invaso dal religioso, quindi se non si discute di religione non si discute, perchè di questo bisogna parlare. Certo, c'è rispetto a prima: con Ben Alì non si osava fiatare; la gente, anche in casa, spegneva il cellulare perchè aveva paura che, non si sa per quali onde, potessero ascoltare, quindi rispetto ad allora c'è una grande libertà, non è che tutto sia negativo. È vero che oggi ci sono spazi di libertà che non c'erano. Bisogna vedere come evolve la situazione: perchè una costituzione può essere girata e rigirata come si vuole; ci sono principi molto modernisti e adesso il problema è modernismo o conservatorismo. Dipende da chi governa. Non so come andrà il mondo, è questo che bisognerà vedere.

 

E i giornalisti?

Libertà di stampa sì, rispetto a prima, ma i giornalistidi inchiesta, sul campo, non si sono ancora adeguati. Forse cinquant'anni di impossibilità non hanno permesso l'esercizio della libertà di stampa e non è da un giorno all'altro che cambia: libertà di stampa non è solo mettersi a urlare dalle colonne di un giornale, è anche fare delle analisi, avere degli elementi, delle notizie verificate o meno. Non so se c'è una deontologia, so che ci sono dei giornali più seri di altri: c'è per esempio una testata che si chiama Il Maghreb in arabo, che sembra più serio, però credo che ci voglia un assestamento: come diceva Platone, non si può passare dal blackout alla luce, senza accecarsi, dalla caverna al cielo ci sono dei passaggi. Ed era la caverna il livello delle libertà, eravamo nella caverna, legati, vedevamo l'ombra della libertà e non la libertà. Adesso la gente è uscita dalla caverna, ma credo non abbia ancora distinto cosa c'è sotto la luce del sole. Ora a poco a poco bisogna cominciare a distinguere le cose. È un po' presto per parlarne.

Il vero problema sono le libertà accademiche: se l'università sarà capace di creare veramente un ceto intellettuale, critico, allora le future generazioni saranno molto più libere di noi, ma se c'è una cappa sull'università, come nella nostra in particolare hanno cercato di fare, allora non ci sono speranze. Credo nell'università, nell'insegnamento, è importante; libertà non è solo potersi esprimere, ma è accedere alle informazioni, altrimenti non si è liberi. Significa poter avere accesso alla conoscenza, e perchè questo avvenga, si debbono avere libri, mezzi a disposizione. Questo è il rischio: un'università che non ha libri, che non dia accesso alle fonti, questo potrebbe essere il vero problema. Se invece si farà questo in modo corretto, non dico subito ma tra dieci o vent'anni si potrà costruire un paese libero, più democratico. Senza l'accesso al sapere, se l'unica fonte di conoscenza rimane il dogma, non c'è speranza. Adesso la stampa è libera, ma è libera in tutto? Secondo me è un po' come se si fosse messa la museruola al cane per anni e avendogliela tolta bruscamente, si è messo ad abbaiare tutto il tempo, senza più distinguere quando sia giusto farlo e quando è invece meglio rimanere in silenzio. Per il momento noi abbaiamo, e se si abbaia in continuazione, le cose importanti non passano più. Ma è momento di transizione, è comprensibile. Io stessa abbaio in continuazione (ride) e probabilmente abbaio anche male. Sono come tutti; non è facile. Vedremo.

 

La Tunisia sotto la lente del “Corriere di Tunisi” | Silvia Finzi, Corriere di Tunisi, libertà di stampa, libertà delle donne, Costituzione tunisina, emigrazione, PD, Ben Alì, EnnahdaIn tutto questo le donne? Nella nuova costituzione ci saranno degli elementi di novità come la parità tra uomo e donna. Si va in questa direzione?

Non mi sembra. Mi sembra che la condizione della donna a livello sociale sia peggiorata tantissimo. Sono nata qui: quarant'anni anni fa uscivo in costume da bagno da casa mia: provi a farlo oggi! È un dettaglio, ma vada in spiaggia e conti le donne in costume: sono tutte vestite, e non mi si dica che è un'espressione di libertà; capisco che non lo sia neanche mettersi nude su una rivista a Londra - è vero che questo modo di pubblicizzare a pagamento il proprio corpo per far vendere un prodotto è un modo drammatico di usare il corpo femminile- ma il contrario è terribile ugualmente. Se lei va in giro, come è vestita oggi, con una canottiera e le braccia nude, è percepita come nuda.

 

Andando in giro per la città questo non si avverte

Ancora esiste un gruppo di donne che resiste, quindi nessuno osa, poi lei è straniera può fare quello che vuole, però vada nei quartieri popolari, molto popolari, e guardi le donne. Lo vedo dalle mie studentesse: insegno in una facoltà umanistica frequentata per la maggioranza da donne. Il fenomeno del velo per esempio è iniziato sotto Ben Alì non con Ennahda. Ben Alì ha voluto combattere gli islamisti diventando islamista lui stesso, non nel senso politico, ma ha voluto essere lui lo Stato, il riferimento religioso, quindi in un certo senso ha statalizzato la religione. Ha fatto delle concessioni molto forti per mostrare che lo Stato rispettava la religione, e quindi è iniziato questo movimento delle donne che hanno progressivamente cominciato a velarsi negli ultimi vent'anni anni, e molto progressivamente. Alcune delle mie studentesse erano come lei e come me a capo scoperto, e dall'oggi al domani hanno cominciato a indossare le gonne lunghe, poi il mezzo velo, poi i guanti.. Però non c'era il velo integrale, non esisteva del tutto; è apparso tre anni fa. In facoltà, non dico nell'insieme della Tunisia - perchè ci sono zone dove le donne sono tutte velate, altre dove lo sono parzialmente e alcuni quartieri dove non lo sono proprio - ma all'università, su 100 studentesse, anni fa erano fra i 20-30 % le ragazze velate, adesso sono il 60%. Un fenomeno aumentato moltissimo in questi ultimi tempi: è questo un sintomo di libertà della donna? Certo, l'abito non fa il monaco, è vero che si può essere liberi e velati, ma perchè mettersi il velo?

 

Già, perchè?

Quando si è fra donne non lo si mette, se si è in un salotto dove si è solo donne, lo si toglie: è solo la presenza maschile che fa mettere il velo, e perchè velarsi davanti a un uomo? Come può essere un simbolo di libertà? Le ragazze dicono che la loro è una scelta per tanti motivi: una dice che è perchè così trova marito, un'altra perchè così nei quartieri non è molestata, un'altra ancora perchè essendo più rispettata ha più libertà di movimento; sono tantissimi i motivi per cui la donna si vela e non sono tutti motivi religiosi, lo sono anche, ma non solo. Il risultato è però che si velano. E così mettono una barriera tra loro e lo spazio pubblico. Il risultato è questo, no? Mettere una frontiera immaginaria tra loro e il mondo, il mondo maschile. E cos'è il mondo maschile qui? È lo spazio pubblico. La strada appartiene agli uomini; le donne camminano per strada, circolano, ma non investono lo spazio pubblico. I luoghi dove la gente conversa, discute, dibatte, che sono i caffè, sono uno spazio maschile (certo, ci sono degli spazi misti, ma sono spazi differenti, un po' più chic, più cari, in quartieri diversi, ma se si va in un quartiere qualsiasi popolare e si fa il giro dei caffè si vedranno solo uomini).

 

Dov’è che si fa politica?

Si fa politica in due posti: al caffè e alla moschea. Alla moschea le donne sono separate dagli uomini, hanno un'altra entrata e sono invisibili; e poi nei caffè. È cambiato questo? No, anzi è peggiorato. Quindi non si può parlare di libertà finchè le donne, nello spazio pubblico, passano solamente. L'unico mese in cui sono più libere di movimento è il mese di Ramadan. Le donne amano il mese di Ramadan anche se si stancano moltissimo perchè possono uscire a qualsiasi ora la sera e gironzolare. Anche solo tra loro, per strada: è una cosa molto simpatica perchè – e lo si vede bene d'estate - sono da sole e a spasso fino alle due di mattina; è l'unico mese in cui circolano, camminano, però non si fermano. È interessante che non si fermino. Non so se questa è libertà...

 

Nel 2005 la percentuale di donne scolarizzate in Tunisia è del 100%; sono presenti nell'istruzione secondaria, e per più del 57% in quella superiore. Sono donne metà degli universitari, il 42% dei medici, il 66% dei dentisti, 72% dei farmacisti, ...

Le donne sono migliori degli uomini, hanno risultati estremamente positivi; studiano, sono serie, mentre i ragazzi hanno voti molto più scadenti. Allora l'élite dovrebbe essere, non dico integralmente, ma al 70% femminile. Ma non lo è. I migliori diplomati sono tutte donne, in tutti i campi, dall'ingegneria alla medicina alla letteratura, però poi nel mondo del lavoro ai vertici ci sono solo uomini. Ad esempio, sono il 90% le donne che insegnano, ma chi controlla e giudica il loro lavoro sono pochi uomini, non c'è neanche una donna, neanche una.


 Rosita Ferrato

26/10/2014