A El Guettar, gli abitanti reinventano la democrazia diretta | Ebticar, El Guettar, Gafsa, Tunisi, Redeyef, Thala, Groupe Chimique tunisien, Mabrouk Amar, Paolo Kahn, Rafika Bendermel
A El Guettar, gli abitanti reinventano la democrazia diretta Stampa
Paolo Kahn / Rafika Bendermel   

Prendendo la strada che porta da Gafsa a Gabes, troviamo El Guettar, un paese di 18mila abitanti situato ai piedi di una catena montuosa. La città, come tutti i centri minerari della regione, è stata coinvolta da numerose contestazioni dopo la rivoluzione. Incontriamo Imed Touta, un blogger molto attivo sul territorio che ha scritto parecchio di questi eventi.

//Lavori negli uffici comunali d'El Guettar (Photo: Rafika Bendermel - Tunisie Bondy Blog)Lavori negli uffici comunali d'El Guettar (Photo: Rafika Bendermel - Tunisie Bondy Blog)

Per due volte, chiediamo del commissariato. Per due volte, ci risponde che è stato dato alle fiamme, è fuori servizio. Fuori servizio. E lo stesso vale per numerosi servizi pubblici della città. Manca la guardia nazionale, il commissariato, non ci sono uffici della Soned (l’impresa pubblica che distribuisce l’acqua), non ce ne sono più. Bisogna andare a Gafsa per avere accesso ai servizi amministrativi che qui mancano.

Imed ci porta in un caffè poco lontano dove incontriamo il suo amico Firas, dell’Union des diplômés chômeurs (UDC, l’Unione dei laureati disoccupati). Anche lui molto attivo in città, sta fisso in questo caffè, dove è stata creata una sorta di ufficio. La situazione è un po’ surreale. Ricordiamo gli eventi del 2013, le manifestazioni violente e gli scontri con la polizia.

“A Ksar c’è un posto di polizia per gli abitanti di El Guettar. Qui, è stato bruciato per ben tre volte dopo la rivoluzione. Quando c’è una manifestazione e le cose degenerano con la polizia, loro ci identificano. E quando dobbiamo fare dei documenti in commissariato, ci fermano”.

L’autogestione, o piuttosto l’intraprendenza, è un po’ la regola in molte città del sud: in assenza di strutture amministrative, si tenta per quanto possibile di rispondere ai bisogni degli abitanti. Alcuni di questi posti sembrano “terre di nessuno”, dove possiamo chiederci effettivamente come facciano le persone nel quotidiano.

“Non vogliono ricostruire il commissariato. È come una punizione!”.

Imed e Firas raccontano di una delle ultime manifestazioni, piuttosto violenta. Alcuni abitanti hanno preso di mira il Groupe Chimique Tunisien, una delle principali aziende del Paese, pubblica, incaricata di trasformare e lavare il fosfato estratto dalle miniere:

“Il Groupe Chimique usa tutta l’acqua della città. È per questo che noi organizziamo regolarmente manifestazioni: qualche volta ci ritroviamo addirittura senza acqua. Per reagire, interrompiamo il collegamento tra Gafsa e Gabes: è il nostro unico modo di far pressione”.

Seduti sulla terrazza del caffè, quattro uomini sulla sessantina giocano a carte vicino a noi. Ascoltando da lontano la nostra conversazione, a metà tra l’arabo e il francese, uno di loro, finita la partita, si avvicina. Parla un ottimo francese. Amar è un ferroviere in pensione. E ricorda il passato sui binari. La linea dove ha lavorato per anni è oggi in disuso. “Un centinaio di persone ci lavoravano ancora agli inizi del 2000. Ciascuno aveva la sua qualifica, si facevano turni di otto ore”.

Come per altri servizi pubblici, oggi bisogna andare a Gafsa per prendere il treno. “La nuova linea ferroviaria Gafsa-Gabes è stata finanziata con un prestito della Banca Mondiale. La SNCFT (Société Nationale des Chemins de Fers Tunisiens, Società nazionale delle ferrovie tunisine, n.d.T.) ha dovuto rimborsare quei soldi allo Stato. Da quattro o cinque anni ha smesso di pagare il debito. La Banca Mondiale ha consigliato di ridurre la forza lavoro. Dal 1995, ogni impiegato che raggiungeva i 50 anni poteva prendere la pensione anticipata. Non ci sono state altre assunzioni dopo. I lavoratori sono stati dimezzati”.

La stazione di El Guettar è stata quindi chiusa per mancanza di manodopera e oggi viene usata solo per trasportare fosfato.

E il Comune? Anche quello “fuori servizio”?

Arrivati sul luogo, troviamo i lavori in corso, per ingrandire l’edificio. La calorosa accoglienza che ci viene riservata stride con la tristezza del luogo. Tra i ponteggi, alcune parti ancora senza soffitto, e mobili mancanti, gli impiegati sono al lavoro. “Bisogna continuare a garantire il servizio pubblico agli abitanti”, dice Fathi Hfaied, giornalista locale e tecnico informatico al Comune. Lui ci spiega che anche la loro sede è stata bruciata durante la rivoluzione. “Dividiamo l’ufficio aspettando che finiscano i lavori, si spera a marzo 2015”.

La situazione sociale è molto difficile, si capisce rapidamente che si fa quel che si può per rispondere all’emergenza sociale. Fathi Hfaied confida di essere arrivato a sostenere di tasca propria alcune associazioni.

Come in molte città, gli impiegati del municipio sono stati cacciati o sono fuggiti via dopo la rivoluzione. Una nuova squadra di persone ha preso il loro posto. “Gli abitanti hanno eletto un nuovo sindaco. È onesto ed è un gran lavoratore. Anche se ci fossero nuove elezioni, mi piacerebbe se restasse lui”, spiega.

Entriamo nel suo ufficio. In privato, Mabrouk Amar è anche il caporeparto nel Groupe Chimique tunisien. In verità, non è proprio il sindaco ma è il presidente della delegazione speciale di El Guettar dal 2011, che potremmo definire come una specie di iniziativa politica nata dalla pratica di governance locale. In effetti, in certe zone come questa, gli abitanti hanno creato dei nuovi metodi di gestione locale, una sorta di risposta all’assenza di rappresentanza statale.

“Il comune ha un rapporto diretto con i cittadini. Ci sono 160 impiegati che lavorano. I salari rappresentano il 300 per cento del budget. Gli incassi provenienti dagli atti amministrativi pagati dagli abitanti ci permettono di finanziare una parte degli stipendi. Con il budget attuale non possiamo fare granché”, spiega Mabrouk Amar.

//Photo: Rafika Bendermel - Tunisie Bondy BlogPhoto: Rafika Bendermel - Tunisie Bondy BlogIl comune è il luogo principale della vita sociale di El Guettar. Le associazioni svolgono un ruolo importante. Con il sorriso che gli illumina il volto, il sindaco racconta che lascia spesso il proprio ufficio a disposizione degli impiegati e dei cittadini affinché possano riunirsi per sviluppare i loro progetti. E condivide l’ufficio con il capo servizio.

La condivisione e la solidarietà sono la regola: “Lavoriamo con altre delegazioni della regione per aver maggior voce in capitolo. La lontananza geografica dalla capitale rende difficilmente udibili le rivendicazioni delle città del sud”.

I sindaci di El Ksar, Gafsa e Sned cercano di sostenersi a vicenda. Gli abitanti devono andare fino a Gafsa per pagare le fatture o per usufruire dei servizi postali. Questo costo aggiuntivo grava sui loro salari, già molto deboli.

Curiosi di comprendere come un dirigente del Groupe Chimique, “l’azienda che estrae l’acqua degli abitanti” possa essere allo stesso tempo un rispettato rappresentante politico, poniamo la spinosa questione:

“Tre anni fa, le persone non avevano scelta: hanno eletto me perché ero il più competente. Dopo le cose sono cambiate. Bisogna lasciare che eleggano un nuovo sindaco ora”.

In merito alle tensioni tra la popolazione e l’azienda per cui lavora, spiega: “Sono contrario all’idea di bloccare la ferrovia che trasporta il fosfato perché bisogna rispettare la legge. Se no, non saremo più credibili per le nostre rivendicazioni. Bisogna usare i mezzi legali esistenti. Per esempio organizzare delle riunioni per ascoltare i problemi ed esporli al governo. Prima della rivoluzione non potevamo fare e dire nulla. Oggi, ci sono mezzi di espressione pacifici e legali per far sentire la nostra voce. Stiamo imparando a stabilire un dialogo tra amministrazione e cittadinanza. Il clima sociale è cambiato. Nella mentalità dei tunisini ci sono molte trasformazioni: una presa di coscienza cittadina si sta sviluppando”.


Con queste sagge parole, l’intervista si chiude.

 


    

Paolo Kahn e Rafika Bendermel

Traduzione dal francese di Federica Araco