Fuori i salafiti dalle moschee | Ebticar, Rafika Bendermel, Paolo Kahn, Sidi Bouziz, salafismo, Ennahdha, Ben Ali, Al Quaeda
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Rafika Bendermel   

Fuori i salafiti dalle moschee | Ebticar, Rafika Bendermel, Paolo Kahn, Sidi Bouziz, salafismo, Ennahdha, Ben Ali, Al Quaeda

Lo scorso giugno Thameur Baccari, da poco trentenne, camminando verso la sede della sua associazione di studi coranici, di cui è uno dei responsabili, disse che era stato deciso di mettere delle sbarre di protezione all’entrata: “Non ci sentiamo più sicuri”, ha spiegato.

Tre mesi dopo, a settembre, arrivava sorridente al centro culturale “17 dècembre” di Sidi Bouzid dicendo: “ci siamo, abbiamo recuperato quasi tutte le moschee, a loro ne resta solamente una”.

La città è stata teatro di numerosi eventi violenti, la maggior parte dei quali innescati da gruppi di giovani radicalizzati, nutriti da una lettura letterale della religione musulmana, spesso semplicistica, al punto da diventare pericolosa. Il contesto era favorevole a rendere nuovamente possibile l’atto di culto, controllato sotto il vecchio regime. Questo articolo non vuole affatto accusare chi indossa la tunica e ha la barba lunga, perché ciascuno è libero di vestirsi come desidera, ma critica piuttosto il ricorso alla violenza, giustificato da un’interpretazione parziale delle scritture, per imporre la propria lettura della società islamica.

Fuori i salafiti dalle moschee | Ebticar, Rafika Bendermel, Paolo Kahn, Sidi Bouziz, salafismo, Ennahdha, Ben Ali, Al QuaedaDa dove vengono i salafiti di Sidi Bouziz?

Jilani Omri è un imam ed è il presidente dell’Association régional des Imams di Sidi Bouziz. Nel cuore del centro culturale, partecipa a un corso di formazione intitolato “Leader musulmani e democrazia”, organizzato dall’Association Méditerranéenne pour le Développement Économique.

“Dopo la rivoluzione, il principale cambiamento per noi imam è stato l’aver riconquistato la libertà di espressione”, spiega. “Prima non potevamo parlare, gli imam erano perseguitati. Bisognava sostenere il RCD (il Rassemblement Constitutionnel Démocratique, partito fondato da Ben Ali n.d.T.) per poter svolgere il nostro ruolo. Tutti i discorsi erano dettati. Oggi siamo liberi, ma prima non lo eravamo. Da allora, la maggior parte degli ‘imam del RCD’ sono stati destituiti”.

Per comprendere le origini della violenza di questi gruppi estremisti, Omri Jilani ricorda gli eventi accaduti sulle alture di Slimane, nel 2006. Un attacco armato rivelò delle falle nel sistema di sicurezza di Ben Ali, segnando un punto di svolta nella mentalità delle persone. Il fenomeno del salafismo non è comparso con la rivoluzione. Già da diversi anni, i contingenti dei gruppi armati attivi nei conflitti in Medio Oriente erano in gran parte formati da tunisini, una percentuale molto importante se consideriamo la composizione demografica del Paese, poco popoloso in confronto agli altri Stati della regione che hanno sicuramente combattenti nel jihad, come il Marocco, l’Algeria e l’Arabia Saudita.

“Sono giovani ignoranti che non hanno mai ricevuto un’istruzione”, afferma l’imam, 62 anni, anche lui allievo dell’associazione di Thameur. “Non si finisce mai di imparare”, spiega.

Sotto Ben Ali, l’insegnamento della religione era controllato, a volte addirittura vietato. Gli imam che opponevano resistenza venivano perseguitati. La formazione avveniva talvolta attraverso i canali delle televisioni satellitari, di tendenza wahabita (specialmente sauditi). Nelle prigioni era diffusa un’interpretazione radicale dei testi coranici, e questo è un elemento che spesso è riportato nelle testimonianze degli abitanti di Sidi Bouziz. “Molti giovani delinquenti sono diventati salafiti una volta usciti dal carcere”, spiega Thameur.


L’ascesa salafita tra il 2011 e il 2013

“Dopo la rivoluzione, i salafiti hanno cominciato a comportarsi in modo tale da attirare le persone, specialmente i giovani. Lo Stato era assente così loro cominciarono a gestire l’ordine pubblico, pattugliando le strade e i souk, perché eravamo in un periodo di grande insicurezza. In alcuni posti regolavano loro la giustizia, come a Bizerte”, continua Jilani.

“Ma poco a poco, una volta ottenuta la fiducia delle persone, sono diventati più aggressivi. Hanno chiuso le taverne e addirittura bruciato un commissariato”.

Nel 2012 si sono verificati molti scontri tra i salafiti e i venditori di alcolici. Un hotel che somministrava alcool ai suoi clienti è stato saccheggiato e il proprietario ha chiuso. Nemmeno le moschee sono rimaste indenni.

“Tra il 2012 e il 2013 le hanno conquistate con la violenza fisica o per superiorità numerica. Hanno aggredito la popolazione, anche gli anziani, qualche volta addirittura usando delle copie del Corano! Mi hanno anche schiaffeggiato. Hanno tenuto discorsi in sostegno di Al Qaida e Abou Yadh è venuto due volte a Sidi Bouziz”. 

Per guadagnare la fiducia delle persone “hanno praticato il clientelismo, giocando un importante ruolo sociale e finanziando a volte addirittura dei matrimoni, che, però, sono illegali, non sono riconosciuti dallo Stato”, continua l’imam.

La “riconquista” delle moschee da parte degli abitanti

A gennaio, il voto della nuova Costituzione segna un momento importante. Ennahdha, il partito islamista, al potere da due anni, lascia il governo ed è rimpiazziato da un gruppo di “tecnocrati”. Questo cambiamento è visto con sollievo da coloro che ritengono che Ennahdha avesse sostenuto questi movimenti radicali, se non altro non opponendovisi.

A Sidi Bouziz, nel maggio 2014, su dieci moschee sei erano nelle mani dei salafiti. All’ora della preghiera i cittadini per “prender le distanze” frequentavano le altre quattro. “Eravamo molto numerosi, alcuni pregavano fuori perché non c’era più spazio all’interno”.

La riconquista è avvenuta con il sostegno dello Stato. “Abbiamo fatto una petizione in due moschee, raccogliendo centinaia di firme. Poi siamo andati dal governatore per dire che non volevamo più i salafiti in città. Infine a Tunisi abbiamo incontrato il nuovo Ministro degli Affari religiosi”. 

La reazione delle autorità non si è fatta attendere. I poliziotti hanno effettuato dei controlli nelle moschee e gli imam che non avevano i documenti in ordine sono stati interdetti. Per discrezione, oggi, alcuni hanno rasato la barba. Tutti i capi sono in prigione tranne uno, racconta Thameur. Una manifestazione non autorizzata lo scorso giugno si è conclusa con numerosi arresti.

“Non hanno più rispetto degli anziani, hanno diviso le famiglie, spingendo i ragazzi contro i loro stessi genitori. Decine di loro sono andati in Siria, nelle moschee hanno organizzato delle collette per finanziare i viaggi. Usano le stesse reti degli Harragas, i migranti irregolari che tentano di attraversare il mare per raggiungere l’Europa”.

Per ricreare il legame con i fedeli, spezzato dagli eventi, Thameur propone “una forma di resistenza attraverso il sapere, non basata sulla forza. La nostra religione predica il perdono, la tolleranza e vieta la violenza. Oggi la lotta avviene con l’educazione, è questo che facciamo nella nostra associazione”.

Fuori i salafiti dalle moschee | Ebticar, Rafika Bendermel, Paolo Kahn, Sidi Bouziz, salafismo, Ennahdha, Ben Ali, Al Quaeda

L’Association Coranique régionale di Sidi Bouziz, dove lavora Thameur, è l’unica nel governatorato abilitata a formare e a rilasciare certificati agli imam affinché possano esercitare e questa abilitazione è concessa dal Ministero degli Affari religiosi.

Le elezioni del 2014 hanno sollevato interrogativi importanti per gli allievi e per i docenti dell’associazione. E anche per alcuni imam della città che temono una nuova repressione, se l’aspetto securitario dovesse far scattare una nuova psicosi nel Paese. Il timore è anche legato alla possibilità che si crei una sovrapposizione tra la pratica religiosa e l’estremismo, per via dell’onnipresenza mediatica del jihadismo internazionale.

Per il momento si resta in attesa, tra una potenziale repressione da parte dello Stato e il rischio di un’aggressione di gruppi religiosi radicali.

 



Rafika BENDERMEL

Foto di: Paolo KAHN

Traduzione dal francese di Federica Araco