La tragedia di Parigi vista da un’intellettuale tunisina | Lilia Zaouali, Gérard Biar, Charlie Hebdo, vignette satiriche, jihadisti tunisini, Kerbala
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Stefanella Campana   

//Lilia Zaouali Lilia Zaouali “E’ scontato che ai musulmani si chieda sempre il loro distacco dai terroristi. Non ne possiamo più di chiedere scusa. Noi per primi siamo colpiti dal terrorismo con continui attentati”. Non fa tanti giri di parole Lilia Zaouali, sociologa e antropologa tunisina, sulla tragedia di Parigi. “Dopo gli attentati alla redazione di Charlie Hebdo per due giorni ho avuto dei dolori fisici. Ho vissuto a poca distanza dalla loro sede. Mi manca molto Cabu, tra le vittime: con un piccolo disegno caricaturale sapeva riassumere l’attualità in modo incredibile. Ero a Roma ma il primo giorno dopo l’attentato davanti all’ambasciata di Francia, a palazzo Farnese, non c’era nessuno, mentre a Tunisi c’era tantissima gente”.

Parla in un ottimo italiano Lilia Zaouali. Vive tra Roma, Parigi (“dove ho studiato e insegnato e ho la residenza che mi permette di muovermi liberamente”) e Biserta, dove è nata, città costiera tunisina, madre sarta e padre meccanico navale - forse non a caso è un’esperta di porti mediterranei - ma è ancor più nota per il libro che mescola cultura e cucina “L’Islam a tavola, dal Medio a oggi” e per “Il sogno e l’approdo, racconti di stranieri in Sicilia”, scritto con 5 autori siciliani. Ha abitato a Torino per alcuni anni e vi è tornata per tenere una conferenza su “La tragedia di Parigi vista da un’intellettuale tunisina”.

La tragedia di Parigi vista da un’intellettuale tunisina | Lilia Zaouali, Gérard Biar, Charlie Hebdo, vignette satiriche, jihadisti tunisini, KerbalaPerché la follia di terroristi si è scagliata contro la redazione di Charlie Hebdo e le sue vignette satiriche? Lilia Zaouali scava nella cultura islamica e chiarisce aspetti significativi: “Nel Corano non c’è nulla sulla raffigurazione di Dio, del Profeta. Il riferimento è nei detti, cioè nella trasmissione orale che si è contaminata con altre culture. Nel 1° secolo, sotto il regno dei califfi arabi che governarono l’impero musulmano dal 661 al 750 d.C , nei palazzi di Damasco e di Aleppo sono stati trovati affreschi raffiguranti Maometto. Di origine sciita sono le cartoline e i poster che negli anni Novanta rappresentavano il Profeta come un giovane con turbante. In Iran, tra il 1990-2000 c’è stato un gran dibattito se fosse ammesso rappresentare Maometto. Un teologo iraniano si è detto contrario rispetto al cinema per il rischio che la figura di Maometto si possa confondere con quella dell’attore, ma in Iran si rappresenta nel teatro di strada la strage di Kerbala, l’Ashura. Non c’è da stupirsi: dal 1700 l’Islam non è paralizzato in un solo pensiero; nonostante le difficoltà il dibattito continua tra grandi pensatori”.

Oggi l’intellettuale tunisina si dichiara apertamente per la prudenza: “Viviamo in un periodo difficile, di transizione. Non mi stupisce che nelle periferie di Parigi sia stata cancellata la proiezione di Exodus e vietato un film su un musulmano convertito al Cristianesimo. Anche in Tunisia si sono verificati episodi che ci legano a Charlie, alla libertà di espressione: il divieto per Persepolis, il fumetto disegnato dall’iraniana Marjane Satrapi perché ha disegnato Dio come un vecchio con la barba, e per “Inshallah laicità”, un film modesto, ma con interviste a persone che non rispettano il Ramadan, per affermare il diritto di scelta in libertà”. Si sofferma su un’intervista a Gérard Biar, nuovo direttore di Charlie Hebdo: “ Alla domanda, quali limiti un disegnatore satirico deve porsi, lui ha risposto: la legge. Ma io gli avrei chiesto: quale legge? Per quella francese non è un delitto dare del pedofilo al Profeta, ma due giovani tunisini che hanno pubblicato le caricature di Charlie sono stati condannati a sette anni di prigione. Ogni paese ha leggi diverse.”

Lilia Zaouali ricorda poi che tra i quattro uomini uccisi dal terrorista Coulibaly al supermercato kosher di Porte de Vincennes c’è anche il giovane ventunenne Yoab Hattab, figlio del grande rabbino di Tunisi. Le foto lo ritraggono avvolto nella bandiera tunisina mentre sorridente mostra il dito sporco d’inchiostro dopo aver votato alle prime elezioni democratiche. “E’ terribile vedere quelle immagini del giovane. Il padre rabbino ha detto di sentirsi più sicuro in Tunisia che in Francia. Attualmente in Tunisia sono rimasti pochi ebrei, molti sono emigrati in Israele ma più ancora in Francia”.

La tragedia di Parigi vista da un’intellettuale tunisina | Lilia Zaouali, Gérard Biar, Charlie Hebdo, vignette satiriche, jihadisti tunisini, KerbalaLilia Zaouali parla a lungo della realtà e dell’evoluzione del suo Paese. “In questi quattro anni, da quando è scappato Ben Ali, abbiamo visto di tutto. E’ stata una rivoluzione del popolo per la libertà, giustizia, contro la corruzione, per la dignità. Per la prima volta abbiamo fatto una rivoluzione senza chiamare in causa altro (questione palestinese, ecc.) ma a partire dai nostri problemi. Abbiamo poi assistito con la vittoria degli islamisti di Ennhada e anche alla pretesa di salvaguardare la rivoluzione, tra l’altro, utilizzando noti spacciatori e disoccupati che circolavano in motocicletta per controllare come erano vestite le donne e molte per paura hanno messo il velo. Eravamo disorientati. Per fortuna la società tunisina ha reagito, soprattutto le donne, che andavano nei villaggi a parlare di diritti civili, di tolleranza, anche attraverso teatro, musica, balli, disegni, coinvolgendo madri e bambini. Anch’io vi ho partecipato in quartieri popolari di Tunisi. Dopo la sconfitta di Ennhada ora abbiamo un governo democratico, ma le ultime elezioni hanno rivelato che c’è un nord che ha votato per il presidente laico e un sud più vicino agli islamisti. Comunque, l’importante è che la Tunisia si è salvata e spero diventi un modello anche per altri Paesi. C’è stata una vera rivoluzione anche nei media tunisini, sono nati nuovi canali tv, nuove radio che coinvolgono gli ascoltatori e i loro commenti sono molto interessanti. Ci sono critiche e molto desiderio di giustizia perché nel Paese ci sono ancora tante disuguaglianze”.

“Ma non dimentichiamo – continua - che sono seimila i jihadisti tunisini combattenti in Iraq, Siria: sono in maggioranza neoconvertiti, persone in cerca di status, di un vuoto da riempire, come le ragazze tunisine andate in Siria per diventare prostitute sacre, spose dei guerrieri, scelta che supera l’Islam; molti lo fanno anche per soldi. Non conoscono nemmeno bene cos’è l’Islam”. Ha una speranza, “che i paesi arabi risolvano il problema Isis, senza altri interventi stranieri: basta davvero! “


Stefanella Campana

13/02/2015