Il traghettatore di anime | Ebticar, Sfax, Tunisia, harragas, migranti, Padre Johnatan, Shousha, Ben Guerdane
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Sana Sbouai   

Quando si lascia Sfax per la strada di Gabès, si passa davanti al cimitero cristiano della città. Dalla fine del Protettorato, gli abitanti cristiani della regione vengono sepolti qui. Il parroco è Padre Jonathan. Quando il mare riporta i corpi senza vita dei migranti che hanno fatto naufragio, lui si occupa di rendere un ultimo omaggio a questi viaggiatori dispersi.

Il cielo è grigio, l’aria ancora calda, il tempo opprimente e umido in questa giornata d’autunno. Il grande cancello arrugginito del cimitero è chiuso con un catenaccio. La chiave dev’essersi persa da tempo. In ogni modo, a chi servirebbe? Padre Jonathan spinge la porticina su un lato ed entra in questo luogo sacro.

In fondo al cimitero, il guardiano e la sua compagna stanno spazzando dei rami. Un cane, non si capisce se selvatico o addomesticato, accoglie i visitatori in malo modo. Abbaiando e mostrando i denti. È un ambiente triste per un’ultima dimora.

Il cimitero cristiano di Sfax risale all’epoca del Protettorato. Accanto alle tombe dei cristiani, che qui riposano da decenni, ne troviamo altre in cemento sotto le quali riposano gli ultimi arrivati. I migranti.

Padre Jonathan è di origini nigeriane e ha viaggiato molto prima di arrivare in Tunisia, nel settembre 2010. Due anni fa è diventato responsabile della chiesa cattolica di Sfax e Gabés. Dal suo arrivo in paese, aiuta i migranti e molto spesso è l’ultima persona a render loro omaggio.

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Cammina tra le tombe, si ferma davanti ad alcune di loro e sembra ricordarsi per un breve istante delle cerimonie, dei membri della famiglia e degli amici presenti. O della loro assenza, così pesante. Ha seppellito solo due persone di Sfax dal suo insediamento. Gli altri sono migranti cristiani, raramente accompagnati, di cui non si conosce mai l’identità esatta, per mancanza di documenti.

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Padre Jonathan avrebbe potuto avere un altro destino.

Da giovane aveva intrapreso una promettente carriera da calciatore professionista. Come per nostalgia, continua a giocare regolarmente a pallone con i giovani studenti subsahariani che vivono a Sfax o con i ragazzi tunisini dei quartieri più svantaggiati. Non perde una partita della sua squadra preferita, la FC Barcellona, e va allo stadio a tifare il Club Sportif Sfaxien. Per curiosità, ha voluto provare un altro sport e ha seguito un corso di boxe.

È il tipo di uomo che non si abbatte, né si lascia intimidire e non ha paura delle minacce dei farabutti che gravitano nel mondo della migrazione.

Il mondo del calcio non faceva per lui e ha finito per cambiare completamente percorso, dedicandosi agli studi di filosofia e teologia prima di entrare a far parte dell’ordine.

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Il suo mestiere è aiutare il prossimo, ma non è mai stato preparato a soccorrere migranti e rifugiati. “La realtà ha bussato alla mia porta, e non ho potuto chiuderla”. Appena arrivato in città, ha subito risposto alle richieste di aiuto per far fronte alla crisi umanitaria che si stava verificando nel sud del Paese.

“Tunisia: bisogna proteggere I cittadini stranieri fuggiti dalla Libia”

rapporto di Human Rights Watch

Nel 2011, quando scoppia la guerra in Libia, la popolazione civile arriva in massa in Tunisia. Viene allestito un campo a pochi chilometri dalla frontiera, il campo di Shousha, che accoglierà tra i 3mila e i 4mila migranti. Insediati in Libia, si sono di colpo ritrovati sul territorio tunisino, ma le autorità del posto non erano pronte ad accogliere questi nuovi arrivati. Oltre al fatto di esser stati molto spesso vittima di minacce e di maltrattamenti durante la fuga, questi profughi si ritrovano qui in condizioni di grande disagio. Le tensioni tra loro e con la popolazione locale e con le autorità tunisine hanno causato scontri e morti.

“Sono arrivato a Shousha e non sono potuto più ripartire. Mi sono trovato di fronte una situazione molto simile a quella che avevo vissuto negli anni Novanta, quando ero rifugiato nel mio Paese”. Padre Jonathan aveva allora 16 anni. Un’esperienza che lo ha segnato e che in parte spiega il suo profondo coinvolgimento per la difesa dei migranti.

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Dopo aver passato quasi due anni a Ben Guerdane, la città tunisina più vicina al campo, torna a Sfax nella primavera del 2013, pochi mesi prima della sua chiusura, senza che nel frattempo si fosse trovata una soluzione per le persone presenti sul posto. Qui, continua il suo lavoro umanitario, una missione senza fine. “Non è facile tagliare i ponti quando si lavora con persone che sono dovute fuggire”.

In città, il fenomeno assume un’altra forma. C’è meno emergenza, ma sempre molta violenza sociale. E soprattutto, per chi vuole imbarcarsi e tentare la traversata via mare, Sfax è una regione favorevole e strategica per le partenze clandestine verso l’Italia. Ci sono spesso naufragi al largo di questa città costiera.

Secondo la Croce Rossa tunisina, quattro barche hanno fatto naufragio nel 2013 e nel 2014 causando la morte di otto persone, tra cui un bambino.

L’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (IOM) afferma che nel 2014 sono morti nel Mediterraneo più di 3mila migranti, su un totale di 4077 migranti deceduti in tutto il mondo nello stesso anno. Nel 2013 a perdere la vita nella traversata sono stati 700, 1500 durante i primi nove mesi del 2011. Padre Jonathan è lui stesso un migrante e capisce bene il desiderio di partire che tutti possono provare.

“Non credo che esista una migrazione buona e una cattiva. La migrazione è una caratteristica dell’umanità. Siamo sempre in movimento. Partiamo sempre per cercare sicurezza e pace”.

Ma la parte più difficile del suo lavoro e una delle sue principali responsabilità resta la sepoltura dei corpi.

Dal 2012 ha reso omaggio a più di venti migranti cristiani nel cimitero di Sfax, morti in mare o sulla terra. A un tratto, passeggiando tra le lapidi si ferma davanti a una lastra di cemento impolverata. Nessuna croce, nessun nome. Niente. Assolutamente niente. Sembrerebbe che il terreno sia stato semplicemente cementato. Ma qui sotto sono state sepolte una decina di persone. Senza nessuna identità, come se non fossero mai state lì. Come se non fossero mai esistite.

“Oggi la mia missione è aiutare i migranti e mi va bene. Ma mai avrei pensato che un giorno il mio lavoro sarebbe stato interrare dei morti di cui non avrei conosciuto neanche il nome”, dice disilluso.

Trova tutto questo ingiusto. Vorrebbe poter denunciare con più forza ciò che i migranti subiscono. Specialmente questi migranti, che muoiono da soli. Lui è per la libera circolazione e non riesce ad accettare l’idea che la gente possa morire attraversando delle frontiere.

E poi, nei momenti difficili, si affida alla Madonna di Lourdes che si trova su un piedistallo in fondo al cimitero. Protegge i morti che trovano qui sepoltura. Così, forse, si sentiranno meno soli nel loro viaggio verso l’aldilà.

 


 

Sana Sbouai

Traduzione dal francese di Federica Araco