L’hammam e l’identità tunisina | Sana Letaief, hammam, design, bagni pubblici, Medina di Tunisi
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Rosita Ferrato   

L’hammam e l’identità tunisina | Sana Letaief, hammam, design, bagni pubblici, Medina di Tunisi

Sana Letaief è una studiosa, dottoranda e membro del Laboratoire d’Archéologie. Una giovane donna entusiasta e impegnata. Una designer. Dopo l’intervista mi porterà a visitare un hammam, aperto per l’occasione solo per noi e per permettere ai giovani studenti di architettura di fotografarlo e renderlo così meno invisibile. La incontro agli Archivi Nationali di Tunisi.

«Ho iniziato tempo fa – racconta - una ricerca su questi edifici. È difficile portarla avanti, perché si parla spesso di qualche bagno conosciuto nella Medina ma non di molti altri bagni meno conosciuti. Secondo i documenti, anticamente a Tunisi c’erano 74 bagni pubblici, attualmente ne restano soltanto una ventina. Quindi si tratta di una questione delicata in partenza: anche se sono hammam scomparsi, ho cercato per lo meno di rintracciarne la posizione.»

Lei sostiene che un designer può essere utile alla salvaguardia del patrimonio tunisino: uno strano accostamento.

«In qualità di designer sono stata introdotta nel mondo dell’archeologia e del patrimonio. Credo che il design, in particolare quello che chiamiamo “di servizio”, potrà aiutare a mantenere il patrimonio tunisino. Essere designer significa avere idee nuove e contribuire a mantenere l’antico, l’unione tra ciò che è storico e ciò che è veramente moderno, il design è creatività. Non basta inventare nuovi hammam, è importante capire come il design possa contribuire a conservare un patrimonio così antico.»

Ecco, appunto: in che modo?

«Mi sono sempre occupata di design di prodotto, adesso mi sto concentrando in particolare sul design di servizio. Quindi non tanto sul creare qualcosa su misura, quanto un servizio che aiuti a far rivivere lo spazio. Non vendere un prodotto, un oggetto o un edificio, ma partecipare. Per esempio, ho pensato di introdurre negli hammam tutto ciò che è biologico: sarà un servizio supplementare che potrebbe aiutare a far funzionare le cose.»

Perché ha avvertito la necessità di occuparsi di questo argomento?

«Ho sempre vissuto vicino alla Medina, eppure non la conoscevo. Il giorno in cui ho iniziato a leggerne, mi sono resa conto di avere un tesoro vicino, fino a quel momento ignorato. Si sente spesso dire che Tunisi non ha risorse petrolifere e che quindi non può essere un Paese ricco, ma ha una risorsa culturale e patrimoniale molto importante. Che non si limita alla Medina della capitale ma è nei centri storici di Kef, di Sousse, di Monastir… Insomma, credo che possano essere una fonte di ricchezza. Esistono una cultura, un passato, un patrimonio molto importanti e questo dovrebbe essere valorizzato, per diventare una fonte di reddito per il Paese.»

E quanto introito può arrivare dai bagni pubblici?

«L’hammam, il bagno pubblico, a Tunisi era originariamente un progetto molto proficuo. Una parte del reddito dei grandi edifici e delle moschee veniva proprio da lì. Alcuni facevano costruire bagni pubblici la cui vendita o affitto andavano alla moschea per poterla mantenere, pagare gli studenti e i responsabili. Purtroppo adesso c’è un’inversione di tendenza: l’hammam, da progetto redditizio è diventato l’esatto contrario, il suo significato e le sue funzioni sono state minimizzate. Era il caffè per le donne, un luogo di socialità per tutti, riservava trattamenti estetici, permetteva di affittare gli asciugamani, vi si lavavano i vestiti. La sera, l’ho letto in alcuni documenti d’archivio, funzionava anche da hotel. Era una sorta di complesso commerciale, al suo interno c’erano attività e negozi. Poi, poco a poco, di tutti questi aspetti è rimasto solo quello del bagno, di farsi lavare. Per cui, alla fine, se viene ridotto alla funzione di base, gli si preferisce la sala da bagno nelle case. Il risultato è chiaro: gli hammam non sono più così redditizi e, da questa crisi, deriva la chiusura di diversi stabilimenti.»

È vero che la storia degli hammam abbraccia anche la politica?

«Certo. Durante il periodo coloniale, iniziarono a vietare il servizio alberghiero negli edifici degli hammam, per timore che si svolgessero riunioni politiche. L’architettura stessa dell’hammam lo rende da sempre un luogo riservato e ideale, uno spazio chiuso dove nessuno può essere seguito o sapere che cosa sta facendo. Negli archivi nazionali ho trovato persino lettere scritte dai proprietari in cui si chiedeva di poter mantenere questo servizio perché molto redditizio. Sempre durante il periodo coloniale, negli hammam si tenevano le riunioni che si svolgevano la sera, riunioni che venivano considerate politiche. D’altro canto, durante la seconda guerra mondiale molti proprietari di hammam hanno nascosto ebrei loro amici e questi gesti avevano una forte connotazione politica.»

L’hammam e l’identità tunisina | Sana Letaief, hammam, design, bagni pubblici, Medina di TunisiE oggi?

«Ci riteniamo fortunati ad avere ancora una ventina di hammam. Alcuni Paesi ne contano meno, ad esempio l’Egitto, dove pare ne siano rimasti soltanto cinque. Bisogna cercare di salvaguardarli e bisogna che lo Stato partecipi concretamente al restauro, perché si tratta di edifici antichi. La ristrutturazione, però, è molto costosa. Credo che lo Stato debba farsi sentire, è necessario trovare una formula di salvataggio. Non capisco perché un hammam all’interno di un hotel funzioni molto bene e possa essere molto costoso, mentre un hammam storico sia mantenuto molto male e costi solo pochi dinar, laddove nei documenti scientifici si può leggere che più un hammam è antico e più ha valore.»

Quanto costa il recupero di un bagno?

«Di per sé è già dispendioso ristrutturare un edificio normale, figuriamoci un hammam che risale al 1200 e che deve far fronte al problema dell’acqua e dell’umidità… I costi del restauro dipendono dalle condizioni di manutenzione, non c’è un valore unico. Tutti i proprietari con cui ho parlato mi hanno detto che è molto costoso, ecco perché alcuni smettono di interessarsene. Lo Stato, in questo senso, non sta facendo assolutamente nulla. L’hammam e tutta la Medina sono la nostra identità: se un popolo non ha identità, non ha valore.»

Tra i tanti nodi da sciogliere c’è quello dei lavoratori dei bagni pubblici.

«La crisi ha inciso anche sul personale. Negli hammam degli hotel, per esempio, ci sono massaggiatori professionisti specializzati e ben pagati. In un bagno della Medina poco redditizio, chi se li può permettere?»

Al di là delle tragedie del terrorismo, i turisti potrebbero aiutare a salvarli?

«Non ne sono del tutto convinta. Per alcuni, l’idea di creare un circuito per i turisti potrebbe servire. Ma non bisogna dimenticare che una soluzione turistica potrebbe far nascere problemi per le persone che vivono qui. La gente con cui ho parlato, i clienti dei bagni, mi hanno detto di desiderare un hammam pulito e ben tenuto; d’altra parte, un abitante della Medina non potrà mai entrare in un hammam turistico a venti dinar alla settimana. Quindi va bene lasciare al tunisino della Medina la facoltà di scegliere. Sarebbe interessante averne qualcuno nel circuito turistico, ma quello che bisogna fare è ridare vita agli hammam e lasciarli il più possibile alle persone del posto.»

 


Rosita Ferrato

24/08/2015