Tra terrorismo e guerra civile, i rifugiati libici presi in ostaggio | Tunisie Bondy Blog, EBTICAR, Djerba, Gabes, Sfax, Sousse, Monastir, Hammamet, Tunisi, Manar, Menzah Ennaser, Choucha, Muhammar Gheddafi, Jamahiriyya, Abderrazzek Bousnina, Béji Caïd Essebsi, Daesh, Ben Guerdane, Ennadha
Tra terrorismo e guerra civile, i rifugiati libici presi in ostaggio Stampa
Rafika Bendermel   

//Il campo per rifugiati di Choucha, alla frontiera tra Libia e TunisiaIl campo per rifugiati di Choucha, alla frontiera tra Libia e Tunisia

Principalmente appartenenti alla classe media, o ai ceti più ricchi, in alcuni casi, i libici in fuga dalle violenze del loro Paese si sono perlopiù stabiliti nelle città costiere tunisine come Djerba, Gabes, Sfax, Sousse, Monastir e Hammamet. Nella capitale, molti abitano nei quartieri residenziali di Manar, Menzah e soprattutto Ennaser, soprannominata “la piccola Tripoli” per quanto la composizione di questo quartiere per “nuovi ricchi”, realizzato il decennio scorso, si è modificata negli ultimi anni per l’afflusso di cittadini di questa nazionalità. Alcuni abitanti avrebbero addirittura visto un taxi tripolitano vagare per la zona!

Benché la coabitazione sia perlopiù tra gheddafisti e rivoluzionari, le fazioni che si sono fronteggiate all’inizio delle rivolte contro il Colonnello, non si è mai verificato alcun regolamento di conti tra questi due gruppi rivali in Tunisia. “Se dovessero scontrarsi qui, sarebbero subito rispediti nel loro Paese”, racconta Samah, attivista tunisina. “È per questo motivo che sono così calmi. A voler passare inosservati sono soprattutto i vecchi sostenitori di Gheddafi, perché sanno che non potrebbero mai tornare a casa loro”.

È possibile riconoscere l’appartenenza a uno dei due schieramenti a seconda della placca di immatricolazione dell’automobile: il simbolo della “Jamahiriyya” o la nuova bandiera libica.

 

A Tunisi, convivenza tra quiete e tensioni

Se quando è cominciato l’afflusso, nel 2011, la Tunisia stava attraversando un periodo di grazia alla fine della rivoluzione che ha portato alla caduta del dittatore Ben Ali, la situazione è completamente cambiata dopo. Oggi i libici godono di un’immagine ben poco brillante presso l’opinione pubblica del Paese: “i media non sono mai stati teneri con loro. Ci sono stati episodi diversi, prostituzione, l’immagine del libico ricco che guida un’auto di grossa cilindrata a Sousse, Sfax o Tunisi, tutto questo ha fatto sì che loro venissero percepiti negativamente dai tunisini. Nel sud è molto diverso, sono molto ben integrati, ma al nord c’è uno shock culturale per i libici che sono fuggiti da una società rimasta immobile per generazioni. Quando queste persone arrivano a Tunisi si confrontano con uno stile di vita occidentalizzato molto diverso da quello al quale sono abituate”, racconta Huda Mzioudet, giornalista tunisina, che ha lavorato in Libia negli ultimi due anni.

Benché vicini, è l’incomprensione reciproca a caratterizzare sempre di più i rapporti tra libici e tunisini. “All’inizio li abbiamo accolti senza problemi ma con il tempo il comportamento di alcuni uomini rispetto alle donne tunisine, che da loro venivano scambiate per ‘ragazze facili’ perché più emancipate di quelle libiche, è diventato un problema”, confida Meriem, giovane tunisina. “E il discorso vale sia per i conservatori, molto rispettosi, che non guardano nemmeno le donne, che per i giovani che si comportano spudoratamente con noi”.

Ad eccezione di questo, la presenza dei libici non crea mai alcun problema, per alcuni è addirittura un’occasione per trarre dei profitti. In primo luogo, per i proprietari degli immobili in affitto che non esitano a proporre tariffe molto superiori al reale valore di mercato provocando così un’impennata dei prezzi. Abdallah Mabrouk traduttore libico che lavora per un’organizzazione legata all’ONU, trasferito a Tunisi da meno di un anno, racconta: “Non riesco a trovare un proprietario onesto. Se sei libico pensano che noi abbiamo i mezzi per pagare e che siamo tutti ricchi, ma non è così. La scorsa settimana, due famiglie libiche sono state messe in mezzo alla strada perché non riuscivano a coprire le spese di affitto”.

Ma la tappa tunisina non è sempre una prova difficile per i rifugiati libici. Aya Amead e Firas Salah lavorano entrambi alla BBC Media Action Libye da novembre 2014. Firas era dentista e Aya ha studiato informatica. Sono finiti nel settore dei media un po’ per caso, cogliendo un’opportunità. Quindici giovani libici si sono iscritti a un progetto proposto dalla BBC Media Action la cui principale attività all’inizio consisteva in corsi di formazione nell’ambito del giornalismo televisivo. Autodidatti, i partecipanti si sono formati poco a poco nelle tecniche di produzione, montaggio, fotografia e inquadratura. Lentamente il progetto si è ampliato fino a diventare una WEB TV che produce al momento un’ora e mezza di trasmissione al giorno. “Siamo consapevoli di veicolare un’immagine negativa. Per questo, dobbiamo organizzare un evento pubblico di festa dedicato ai tunisini per mostrar loro altri aspetti di noi”, riconosce Firas Salah.

 

Terrorismo in Tunisia e guerra civile in Libia: l’incertezza serpeggia tra i rifugiati

Come conseguenza dell’instabilità politica e securitaria sempre più forte nel Paese, negli ultimi mesi molti libici hanno deciso di lasciare la Tunisia. “Quando Fajr Libya, un gruppo jihadista, ha occupato Tripoli, diversi mesi fa, molti attivisti sono fuggiti in Tunisia ma dopo gli attentati qui molti di loro se ne sono andati”, spiega Mathieu Galthier, giornalista francese anche lui in Libia da tre anni.

Pochi fortunati hanno ottenuto il famoso permesso per entrare nello spazio Schengen, altri si sono trasferiti in Egitto, altri ancora hanno preferito tornare a casa, malgrado il conflitto armato dilagante. “Dopo il rapimento dei tunisini in Libia e poi i due attentati del Bardo (23 marzo) e di Sousse (28 giugno) la tensione è molto forte e i libici esitano ad andare a Tunisi. I controlli di sicurezza nei loro confronti sono rinforzati e pressanti. Si sentono più sorvegliati dalla polizia. Se sono accompagnati da una ragazza tunisina, per esempio, o se per caso hanno commesso una leggera infrazione, o a volte addirittura niente, devono sempre pagare”, racconta Maryline Dumas, giornalista francese che copre la Libia da tre anni.

Ed è una discriminazione sottile perché tacita. Non si manifesta in modo violento ma diventa molto evidente in occasione dei controlli delle forze dell’ordine. Se molti tunisini denunciano di subire queste pratiche poco deontologiche da parte della polizia, è quasi sistematico che quello sia il trattamento riservato ai libici. “Ya farho bina”, “è la loro felicità”, potremmo tradurre, è la frase tripolitana per descrivere il comportamento dei poliziotti e dei funzionari di dogana contro di loro. “Il problema è che non abbiamo un governo che possa prendere le nostre difese. Ma da un mese a questa parte la situazione è un po’ cambiata perché dall’attentato a Sousse i turisti occidentali sono diminuiti e di colpo i libici vengono a coprire il deficit economico, ancor più degli algerini. La Tunisia ha bisogno dei libici, allora la pressione diminuisce. Sono soprattutto le famiglie tradizionali ad arrivare”, sottolinea Houda Mziouded, freelance.

Difficile sapere quanti libici risiedano attualmente in Tunisia, il governo registra gli ingressi ma non le uscite, anche quotidiane, e questo distorce la stima dei numeri. La cifra raddoppia addirittura a seconda dei ministeri. Se, al culmine della crisi libica, si diceva fossero un milione e mezzo, il 25 per cento della popolazione, sarebbero oggi circa 100mila secondo una dichiarazione del console libico in Tunisia, Abderrazzek Bousnina, del 26 giugno scorso: “La Tunisia è quasi la sola porta aperta per lasciare il Paese e tentare di andare altrove”, precisa Marilyne Dumas.

//Rifugiati alla frontiera tra la Libia e la Tunisia. (Foto: Emilio Morenatti).Rifugiati alla frontiera tra la Libia e la Tunisia. (Foto: Emilio Morenatti).

 

Nuovo governo in Tunisia: verso una rottura del dialogo con la Libia?

Ancor più degli incidenti quotidiani, sono state le crisi politiche che si sono susseguite negli ultimi mesi a esacerbare le relazioni già molto tese tra le persone. Gli attentati di marzo e giugno, i più sanguinosi della storia della Tunisia, hanno peggiorato il clima securitario ed economico già molto fragile, colpendo direttamente il turismo, pilastro d’un Paese in piena crisi. Benché gli autori degli attacchi fossero tutti di nazionalità tunisina, indirettamente si considera il conflitto libico il responsabile della destabilizzazione.

Accuse malcelate avanzate dal presidente tunisino, Béji Caïd Essebsi, stabiliscono un legame di causalità tra il terrorismo in Tunisia e i diversi conflitti armati in Libia. Vista dai vicini la situazione è percepita in modo molto diverso. In effetti se è in atto la guerra civile, la seconda nel giro di quattro anni, la maggior parte degli attacchi jihadisti in Libia sono fatti da tunisini, secondo numerose fonti giornalistiche del posto. Il “Paese dei gelsomini” è stato dipinto in modo drammatico in questi ultimi anni, ed è da molti considerato il primo fornitore di combattenti per l’organizzazione terroristica Daesh schierata in Iraq, Siria e Libia.

“C’è molta rabbia tra i libici ed è diffuso un sentimento di ingiustizia. In Libia la maggior parte dei terroristi sono tunisini, gli attentati suicidi che avvengono nel Paese sono essenzialmente fatti da tunisini”, aggiunge Houda Mzioudet. In un rapporto dell’ONU pubblicato il 10 luglio scorso, si segnala che 1500 combattenti tunisini si addestrano in territorio libico prima di raggiungere altre zone di conflitto in Siria o Iraq.

Quest’estate, l’attualità ha subito un nuovo scossone. La stampa tunisina ha diffuso la notizia della costruzione di un muro di sabbia che dovrebbe estendersi su una lunghezza di 168 chilometri dei complessivi 520 chilometri di frontiera tra i due Paesi. La zona interessata sarebbe infatti oggetto di numerosi traffici, in particolare quello di armi.

Il muro non è che una soluzione a breve termine che rischia di innescare nuove tensioni al sud perché gran parte degli abitanti lì vive di contrabbando o altro. A Ben Guerdane, per esempio, ultimo valico di frontiera ancora aperto, gli abitanti considerano la decisione controproducente e si ritiene che possa, inoltre, accentuare il sentimento di abbandono che i tunisini del sud provano rispetto alla capitale. In condizioni di precarietà, la loro sopravvivenza dipende essenzialmente dal commercio con la Libia.

Con il passare del tempo il divario tra i due Paesi aumenta sempre di più. L’assenza di comunicazione è peggiorata dall’arrivo dell’attuale governo al potere in Tunisia, dallo scorso dicembre. Potremmo, per esempio, citare la decisione di Essid di aprire due ambasciate sul suolo tunisino in rappresentanza dei due diversi governi libici, quello di Tripoli a occidente e quello di Tobrouk a oriente, dove l’opposizione anche armata paralizza le istituzioni politiche libiche permettendo, inoltre, all’organizzazione terroristica di Daesh di ingrossare le fila e consolidare il suo potere. “Questa decisione ha fatto infuriare i libici perché è un riconoscimento dei due governi mentre loro non hanno alcuna voce in capitolo”, dice irritato Abdallah Mabrouk.

“Il sentimento anti-libico è anche legato all’attuale governo che ha fallito su numerosi fronti. Ennadha era più in grado di gestire la questione libica. Nei tre anni di governo islamista in Tunisia si è verificato un solo incidente, ossia il rapimento dei diplomatici tunisini. Ennadha aveva ottenuto la loro liberazione rapidamente, dopo aver instaurato rapporti con tutte le fazioni presenti nel Paese. L’attuale governo si comporta come se la Libia non fosse lo Stato confinante”, spiega Huda Mzioudet. Inoltre, è stato fatto rientrare anche il vecchio ambasciatore tunisino in Libia, che era riuscito a tessere relazioni con tutti i partiti del Paese. Il terrorismo in Tunisia e l’instabilità politica in Libia sono intrinsecamente legati. Eppure qui a Tunisi non ci sembra siano in grado di prendere in mano la situazione perché solo una soluzione politica negoziata a livello regionale (tra Algeria, Tunisia e Libia) permetterebbe di far uscire la Libia dalla crisi, riportando la sicurezza nel Maghreb.

Il dialogo, piuttosto che la rottura, è nell’interesse di tutti.

 


 

Rafika Bendermel

Traduzione dal francese di Federica Araco

15/09/2015