“Un’Italiana a Tunisi” | Giada Frana, situazione tunisina, Mohammed Bouazizi, Ridha Yahyahoui
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Emanuela Frate   

Mentre in Tunisia erano in corso le celebrazioni per il quinto anniversario della morte del giovane Mohammed Bouazizi, la miccia che ha fatto esplodere le cosiddette “primavere arabe”, in varie città del centro-sud della Tunisia avvenivano violente proteste per le pessime condizioni di vita. Si sono trasformate ben presto in tafferugli e disordini dopo la morte di un giovane disoccupato, Ridha Yahyahoui. E’ morto fulminato mentre si arrampicava su un palo dell’alta tensione durante un sit-in di protesta perché il suo nome era stato cancellato dalle liste di disoccupazione.

 

L’ennesima morte di un giovane ha scatenato proteste a catena anche in altre città, Jendouba, Kairouan, Sidi Bouzid, Medenine, Siliana, Madhia fino alla capitale Tunisi, nella periferia sud di Ettadhamene e Intilaka. La situazione più esplosiva rimane però quella di Kasserine, nel centro-sud della Tunisia, città già tristemente nota per via degli scontri armati dell’esercito con i terroristi appostati sul monte Chaambi, al confine con l’Algeria.

 

//Giada FranaGiada FranaGiada Frana, giornalista italiana free-lance, collaboratrice dalla Tunisia per l’Eco di Bergamo ed altri quotidiani italiani, è curatrice di una pagina face book molto seguita, “Un’Italiana a Tunisi”, con migliaia di like, in cui racconta la bellezza di quello che considera il suo nuovo Paese d’adozione, la cordialità, l’accoglienza del popolo tunisino ma anche i limiti, i punti di debolezza che fanno sì che questo straordinario Paese non sfrutti al meglio tutte le sue potenzialità. Dal suo osservatorio privilegiato ci aiuta a capire queste proteste e quali conseguenze potrebbero esserci.

 

 


 

 

Con gli scontri avvenuti in diverse città tunisine, che hanno già provocato due morti (il ragazzo fulminatosi ed un poliziotto) oltre a numerosi feriti, il pensiero va direttamente a cinque anni fa, con lo scoppio della “rivoluzione della dignità” che, grazie al giovane immolatosi, ha determinato la cacciata del dittatore Ben Ali. Lei pensa che lo spirito della rivoluzione di cinque anni fa sia stato tradito e che queste proteste portino a una “fase due” della rivoluzione?

Sì, penso che lo spirito della Rivoluzione scoppiata cinque anni fa sia stato tradito. Il popolo tunisino era sceso in strada chiedendo “Choghel, horria e karama wataniyya”,“lavoro, libertà e dignità nazionale” ma la situazione del Paese non è cambiata molto. Dal punto di vista della libertà, sicuramente si ha maggiore libertà di espressione: prima, ad esempio, era impensabile poter parlare tranquillamente di politica, criticando il partito al potere, anche se rimangono ancora alcuni temi tabù. Negli ultimi mesi poi, a seguito dell’ultimo attentato avvenuto a fine novembre, diverse Ong hanno denunciato una stretta sulle libertà personali con il pretesto della lotta contro il terrorismo. Quanto al lavoro, i dati ufficiali dell’INS, l’Istituto Nazionale della Statistica, riguardanti il secondo trimestre del 2015 rilevano un 15,3% di disoccupazione giovanile, ora salita al 17,6% che diventa il 32% se si prendono in considerazione i laureati. L’economia fatica a riprendersi e sicuramente gli attentati e l’instabilità che ha caratterizzato il 2015 non hanno aiutato, soprattutto il settore turistico, ma allo stesso tempo lo Stato non ha adottato una politica economica tale che potesse diminuire le disparità presenti tra le varie regioni. Queste disparità sono state tra le motivazioni delle proteste del 2010: Bouazizi proveniva da Sidi Bouzid, una regione tra le più svantaggiate del Paese. Di che dignità poi possiamo parlare se il popolo deve ancora subire la cultura del “bakchich”,delle mazzette e del nepotismo? Quando la corruzione invece di diminuire è visibilmente aumentata, quando i salari non sono adeguati al costo della vita, quando una larga fetta della popolazione non vive, ma sopravvive? In questo senso, dato che la rivoluzione del dicembre 2010 è stata tradita e rimasta incompiuta, si può dire che ciò che è successo a Kasserine sia una “fase due” della rivoluzione, un proseguimento di ciò che è iniziato cinque anni fa. Staremo a vedere a quali risultati porterà questa volta.

 

Ridha Yahyaoui, nuovo martire delle città da sempre marginalizzate come Kasserine, è diventato, suo malgrado, il nuovo Mahammed Bouazizi. Che affinità e differenze Lei trova tra questi due ragazzi che hanno perso la loro giovane età determinando scontri e proteste in tutto il Paese?

Ridha era laureato e disoccupato da cinque anni, anni durante i quali aveva tentato di partecipare a diversi concorsi pubblici. Quando, a febbraio del 2015, dopo un sit-in di protesta insieme ad altri laureati disoccupati, si era giunti ad un accordo con il governo ed il suo nome era stato inserito in un’apposita lista, sembrava che tutto andasse per il verso giusto. Ma poi, proprio quando si sarebbe dovuto recare a firmare il contratto per iniziare a lavorare, il suo nome è stato cancellato da questa lista e sostituito da altri. Così è salito sul palo della luce per protestare contro il sistema corrotto. E’ la corruzione e il nepotismo alla base del suo gesto di protesta. Bouazizi invece si è dato fuoco poiché il suo carretto di frutta e verdura era stato sequestrato, l’unico mezzo di sostentamento per la famiglia, e alla sede del governatorato nessuno aveva voluto ascoltarlo. Entrambi si sono ribellati al sistema, un sistema lontano dai propri giovani, non equo. Entrambi sono stati spinti all’esasperazione da uno Stato che non permetteva loro di vivere, ma solo di sopravvivere.

 

Lei pensa che gli scontri si esauriranno o ci sarà un evolversi della situazione anche da un punto di vista politico? E che futuro immagina per gli altri Paesi arabi, l’Egitto ad esempio: ci sarà un effetto a catena come fu cinque anni fa con la rivoluzione della dignità?

Al momento sembra che la situazione si sia calmata, ma secondo me ci sarà un evolversi della stessa. A Kasserine il popolo sta cercando di organizzarsi attraverso delle assemblee e questo è un fattore nuovo rispetto al 2011. Sicuramente, se il governo non risponderà in maniera adeguata alle richieste, se non riuscirà a proporre politiche di sviluppo mirate e ben pianificate, le proteste ricominceranno. Certamente ci vorrà del tempo, non potrà da un giorno all’altro risolvere tutto, ma deve dimostrare di impegnarsi in questa direzione, non solo a parole, ma concretamente. I giovani sono il futuro del Paese ed è attraverso loro che si può sperare di far rinascere la Tunisia. Non credo, ad ogni modo, che le proteste di Kasserine possano esercitare un effetto a catena come accadde nel 2011: oramai i Paesi interessati dalla cosiddetta “primavera araba” hanno ognuno intrapreso percorsi politici e sociali molto diversi, hanno situazioni completamente diverse da quelle della Tunisia. La Tunisia, malgrado tutti i problemi che ancora ha, è l’unico Paese che sia riuscito davvero ad intraprendere un percorso democratico, un percorso ancora in divenire e sicuramente non semplice, ma ce l’ha fatta!

 

Molti commentatori stranieri trattano i recenti fenomeni rivoltosi a Kasserine come “rivolte della città islamista” covo di molteplici gruppi jihadisti. Lei rifiuta questa definizione che ritiene troppo semplicistica. Ci può spiegare perché?

Ritengo che definire Kasserine “città islamista” sia troppo semplicistico perché le si è affibbiato questo appellativo per il solo fatto che si trova ai piedi del monte Chaambi, luogo in cui i terroristi si nascondono e dove ci sono stati diversi scontri tra gli stessi e l’esercito, provocando diversi morti. E’ vero che la Tunisia ha tra i suoi tristi record – in relazione alla sua popolazione - il più elevato numero di foreign fighters nel cosiddetto Stato Islamico, e molti di essi provengono proprio da Kasserine. Ma invece di puntare il dito su Kasserine, bisognerebbe cercare di capire quali sono i motivi che spingono questi giovani tra le braccia del Daesh, ciò che lo stesso governo tunisino sembra ignorare, adottando invece delle politiche securitarie senza cercare di andare alla fonte del problema. Un problema che è innanzitutto di tipo socio-economico, come ricorda il Ftdes, il Forum tunisino per i diritti economici e sociali. Secondo uno studio sul campo, ha appurato come la difficile situazione economica porti i giovani a tre reazioni: immigrazione clandestina, suicidi o jihadismo. La radicalizzazione è quindi una conseguenza di altre problematiche ed è tutto un circolo vizioso che si deve fare in modo di fermare.

“Un’Italiana a Tunisi” | Giada Frana, situazione tunisina, Mohammed Bouazizi, Ridha Yahyahoui 


Emanuela Frate

31/01/2016