La gioventù tunisina  a processo | gioventù tunisina, Sidi Bou Saïd, Aicha Gorgi, Douja, Halim Yousfi, Saadia Mosbah, museo del Bardo
La gioventù tunisina a processo Stampa
Lilia Blaise   

La gioventù tunisina  a processo | gioventù tunisina, Sidi Bou Saïd, Aicha Gorgi, Douja, Halim Yousfi, Saadia Mosbah, museo del Bardo

Tra i caffé nel cuore di Sidi Bou Saïd, tappa turistica obbligata o nel quartiere popolare di Douar Hicher, banlieue ad ovest di Tunisi, la gioventù tunisina è in movimento, malgrado le barriere sociali e politiche.

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“Hai ricevuto il comunicato stampa? Te ne invio uno ancora più dettagliato.” La capigliatura arancione e gli occhiali da sole a nascondere gli occhi, Douja Mestiri, 29 anni, approfitta del sole seduta a un tavolino di un café di Sidi Bou Saïd.

Preparatissima, parla del caso sul quale si sta mobilitando da alcune settimane, la liberazione di Alaa, Atef e Fakhri, arrestati nel novembre 2015 per “possesso di cannabis”. Tuttavia, nella vita quotidiana Douja non è né giornalista né membro di un associazione, ma è impiegata da tre anni in una delle più vecchie gallerie d'arte di Tunisi, la galleria Aicha Gorgi, figlia del pittore Abdelaziz Gorgi. Per Douja, lavorare in questa galleria costituisce già una forma di militanza. “Questa galleria si inscrive nel patrimonio tunisino. Ed è anche aperta alle pratiche attuali e ad una nuova generazione di artisti.”

Nel suo tempo libero, la giovane donna moltiplica i comunicati stampa per tenere giornalisti e militanti al corrente dello stato dei tre prigionieri e della battaglia giuridica per liberarli.

Nel 2015 secondo Human Rights Watch, si contano 7451 tunisini in prigione per consumo di stupefacenti, di cui 5200 per consumo o possesso di cannabis. Alaa, Atef e Fakhri fanno parte di questa lista.

Formatasi in incisione alla Scuola di Belle Arti, Douja, come i suoi compagni del comitato di sostegno ai detenuti, ha saputo fare suoi i social-network per mediatizzare la causa e informare sui vizi di procedura nel loro arresto.

«Fino alla seconda udienza non c'è stata alcuna mediatizzazione perché le famiglie non lo volevano, poi c'è stato il verdetto ed è in quel momento che ci siamo divisi i compiti. Gli avvocati hanno lavorato sull'appello e il comitato di sostegno si è occupato di mediatizzare il caso.»

Secondo lei, l'ampiezza della mobilitazione che ha riaperto il dibattito sul problema della legge 52 relativa agli stupefacenti, ha mostrato l'esasperazione di una gioventù imbrigliata e sotto pressione. Anche se i tre giovani artisti alla fine sono stati liberati, Douja crede si debba continuare a lavorare perché la legge cambi, perché gli arresti continuano.

“È una legge anticostituzionale e se la Costituzione è lì solo per fare bella figura non serve a nulla!, accusa Douja.

Per lei, riformare la legislazione in vigore, compreso il codice penale, e mettere fine agli abusi della polizia sono due battaglie fondamentali da portare avanti per i giovani. Non ha più fiducia nelle personalità politiche, ancora meno nell'attuale presidente della Repubblica, che giudica conservatore sulle questioni legate all'omosessualità o alla cannabis.

“Sapevamo molto bene cosa si nascondeva dietro l'illusione del voto utile, ci hanno costretto a scegliere tra la peste e il colera alle ultime elezioni (NDR : tra Ennahdha e Nida Tounes), penso che i giovani abbiano voglia di un altro modello e di un altro spirito”, dice la giovane gallerista

Oggi Douja constata lo stato d'affanno della mobilitazione e si chiede se un giorno la sua causa sarà ascoltata. Secondo lei, alcune disposizioni del progetto per l'emendamento della legge 52 presentato dalla presidenza nel dicembre 2015, sono ancora più repressive. In effetti, nella proposta di legge il rifiuto di sottomettersi a delle analisi per provare il consumo di sostanze stupefacenti è punito con il carcere.

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“Avevamo avuto l'impressione di essere riusciti a far passare il messaggio, mentre in effetti è evidente che non parliamo nemmeno la stessa lingua. Allo stato attuale, le sole persone abilitate a riformare la legge sono i deputati, spero che tra la pressione della piazza e il sostegno delle ong si riuscirà a far progredire la battaglia”.

Douja sa che al di là dei confini di Tunisi, nel resto del paese, centinaia di giovani sono arrestati per le stesse ragioni ma che la mobilitazione è molto più debole.

“È per questo che la campagna per la riforma della legge 52 si chiama “al sajin al majhoul”, il prigioniero sconosciuto, perché ce ne sono tantissimi che restano anonimi e per i quali dobbiamo mobilitarci”. Nel frattempo, Douja si dedica all'impegno artistico e alla democratizzazione dell'arte in Tunisia. La giovane donna progetta di organizzare un festival di arte contemporanea a Tunisi, fuori dalle gallerie e sogna un giorno di poter aprire un vero museo di arte contemporanea nella capitale.

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Con la militanza e la politica, Halim Yousfi, leader del gruppo musicale Gultrah Sound System non ha nulla a che vedere. Ribelle a prescindere, il trentenne vive della propria arte da una decina d'anni, anche se ammette di aver dovuto “vendere del fumo” nel suo quartiere nel 2008 per poter affittare la sua prima sala per concerti e finanziare l'uscita del suo disco.

Dopo aver passato parte della sua infanzia a Gafsa, Halim e la sua famiglia si trasferiscono a Jbel Jelloud nel sud tunisino. Il giovane Halim è stato allevato da due genitori melomani, che scelgono il suo nome in omaggio al cantante egiziano Abdel Halim Hafes. A 15 anni, ha un colpo di fulmine per la chitarra. “Passavamo le giornate dietro il nostro liceo, perché poco lontano c'era un bosco, e lì ho visto un tipo sbarcare con la sua chitarra, è stata una rivelazione, nel mio quartiere non c'era nient'altro da fare e così molto presto è diventata la mia passione.”

Quando non suona al Duplex, un bar del centro, Halim è in tournée in Tunisia, vivendo dei concerti e non dei suoi dischi, perché nel paese non esiste un mercato e non c'è una legge sui diritti d'autore. Dice di non aver avuto troppe difficoltà a fare la sua musica sotto Ben Ali. “Riuscivamo a sbrogliarcela” perché “à l'epoca c'era una certa tolleranza per la musica underground anche se non era valorizzata” I vecchi demoni della dittatura lo afferrano quando il 17 dicembre 2015, a la Goulette, una pattuglia di polizia lo interrompe nel pieno di un concerto con il gruppo The Back Raggae Band e lo costringe a scendere dal palco.

Motivo: Halim non possiede la preziosa carta di musicista “professionista”, apriti sesamo, rilasciato dal ministero della Cultura. Quindi secondo il Sindacato tunisino del settore della musica non avrebbe il diritto di esibirsi su un palco. “Io non ho la carta perché rifiuto l'idea che una commissione dica se la mia musica corrisponde o no alla sua concezione di musica”, dichiara Halim, per il quale questo episodio ha soprattutto provato lo scarto generazionale post-rivoluzione.

«Ad immagine dei dinosauri che ci governano, abbiamo dei vecchi anche in questo tipo di istituzioni, il cui solo obbiettivo è quello di incasellarci, perché in effetti la carta non serve a niente. Dicono di voler proteggere i nostri diritti, ma i musicisti in Tunisia non hanno alcun diritto, ognuno fa come può.»

Dopo l'impatto mediatico suscitato da questo episodio, grazie al blogger e giornalista Haythem El Mekki, Halim può di nuovo esibirsi senza problemi. Ma continua a non credere che la politica possa far cambiare le cose.

“Ho votato nel 2011 e nel 2014 perché delle persone sono morte perché potessimo votare democraticamente, ma sono convinto che i politici se ne freghino di noi”. Ricorda in particolare l'enorme abbaglio preso dalla dogana tunisina a febbraio scorso, quando questa si è vantata di aver arrestato un trafficante d'armi franco-belga, fotografando e pubblicando una lista del contenuto del suo camion. Tre giorni più tardi, le persone incriminate venivano rilasciate, si era appurato in effetti che le armi erano dei giocattoli. Il caso era stato rilanciato da numerosi internauti e aveva esasperato quanti vi avevano visto una dimostrazione di dilettantismo da parte delle autorità.

Oggi, Halim sogna di esportare la sua musica all'estero e sogna di creare un movimento di artisti per difendere innanzi tutto la proprietà intellettuale in Tunisia. “Sarà un lungo cammino, ma ho voglia di crederci, molte volte ho dubitato lungo il mio percorso, ma senza quel dubbio non sarei dove sono adesso. Mi ha permesso di arrivare ad essere sicuro di voler seguire questa carriera e viverne, il che non è semplice in Tunisia”, conclude.

A Douar Hicher, nella banlieue ovest di Tunisi, Jihed Haj Salem conosce tutti. Da « berbecha » che raccoglie la plastica nella pattumiera ad “Asfour”, l'amico che rivende per strada la frutta che la mattina compra al mercato centrale. Il quartiere natale di questo giovane sociologo di 25 anni è diventato il suo terreno di ricerca.

Incaricato dall'Istituto tunisino per gli studi strategici di redigere degli studi sui giovani dei quartieri popolari e sul salafismo, si fa notare a novembre 2015 in una trasmissione del canale televisivo Attounissia, quando prende la parola dopo l'attacco terroristico che all'avenue Mohamed V ha fatto 12 morti tra le fila della guarda presidenziale.

«Non amo molto questo genere di visibilità da “tele-sandwichs”, come chiamo questo genere di emissioni, ma mi è stata data occasione di parlare di quei giovani che sono stanchi di essere stigmatizzati, così l'ho fatto”.

Da allora, il suo volto è conosciuto nel quartiere anche se Jihed preferisce restare nell'ombra. Molto impegnato durante la rivoluzione del 2011, crea un giornale elettronico sulla rivoluzione a Douar Hicher chiamato “Les jours de résistance”. Dopo l'entusiasmo della rivolta, vede anno dopo anno alcuni giovani partire per la Siria, altri radicalizzarsi, altri ancora rinunciare a guadagnarsi da vivere se non attraverso il commercio informale. Lui si dedica ai suoi studi universitari e attualmente sta completando una tesi sulle politiche di strada nello spazio urbano. Il suo passaggio su Attounissia gli ha permesso di attirare l'attenzione su una gioventù messa da parte nelle banlieue di Tunisi.

“Il fatto di dichiarare sui media che i quartieri popolari sono il feudo dei terroristi sviluppa un sentimento di rifiuto e marginalizzazione nei giovani di questi quartieri», dichiara compostamente in tv.

Continua parlando del quotidiano dei giovani dei quartieri popolari, vittime di “una disgregazione sociale” dovuta alla rottura dei legami sociali, “alle condizioni di lavoro (disoccupazione, precarietà, pessime condizioni lavorative), l'abbandono degli studi, le relazioni con persone influenti o ancora la stigmatizzazione.”

A Douar Hicher, Jihed conosce ogni tag sul muro, quelli di un gruppo rap, Zomra, di cui alcuni membri sono diventati salafiti o quelli delle notti della rivoluzione o delle elezioni. Tunisi è a quindici minuti di macchina ma per i trasporti in comune bisogna arrangiarsi con un taxi collettivo o con la metro, molto più lontani. Questo quartiere è mal servito dai trasporti pubblici, è una specie di enclave.«Ad alcuni giovani capita di essere fermati per dei controlli di documenti nel centro della capitale e quando la polizia vede che vengono da Douar Hicher gli impone di tornare nel loro quartiere...»

All'angolo di una strada, chiamata “il quartiere del male”, Jihed cita un proverbio per cui “vi entri con un pezzo di pane e ne esci con la metà” (houmet echar tod5ol b 5obza to5rej be chtar); il giovane sociologo evoca i problemi di tutta una gioventù ai margini della società in un quartiere in parte incancrenito dall'arrivo del movimento salafita jihadista Ansar Charia nel 2012. Secondo lui, anche se non bisogna analizzare il problema dei jihadisti solo da un punto di vista sociale, la vulnerabilità e la precarizzazione dei giovani resta un fattore determinante.

Un venerdì d'inverno nel centro di Douar Hicher, Jihed vuole farci vedere il suo quartiere. Si incontrano per la maggior parte ragazzi. Alcuni prendono un caffé al Malibù, altri più giovani giocano ai video-giochi in alcune sale dove una televisione e qualche console fanno da sala-giochi improvvisata, altri ancora con le ciabatte ai piedi, prendono i loro scooters per fare un giro mentre in molti siedono al ciglio della strada, aspettando che il tempo passi o che si presenti un'occasione per un lavoretto e guadagnare qualche soldo. “Qui si fa tutto col commercio informale”, sorride Jihed.

Sui muri dei tags dei Dodgers, un gruppo di ultras del Club Africain. Nella vetrina di un negozio, la parrucca rosa acceso di un manichino in plastica contrasta con il grigiore dell'ambiente. Dopo la preghiera del venerdì il tempo sembra quasi fermarsi. “È la notte che si anima”, aggiunge Jihed che ha l'abitudine di prendere un caffé la sera tardi con i suoi amici. “L'aspetto positivo del quartiere è che c'è ancora una certa solidarietà, le persone si conoscono tutte e vivono gli stessi problemi”, conclude Jihed.

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Ogni giorno anima una sorta di cronaca ibrida « A la une » (Prima pagina), un misto di rassegna stampa e satira, sulla prima radio del paese, Mosaïque FM. Oltre ai suoi battibecchi con Boubakeur, l'altro animatore star dell'emittente, durante la trasmissione molto popolare Midi Show, in generale il giornalista e blogger Haythem El Mekki non ha peli sulla lingua. Sono ormai quasi cinque anni che critica tanto Ennahdha che Nida Tounes per radio, incurante delle rappresaglie o minacce di morte che può ricevere sulla sua pagina Facebook seguita da 100 mila persone.

Quando finisce di lavorare, Haythem ama mangiare da Yasmina, un piccolo ristorante a buon mercato a Montplaisir, un quartiere del centro, che ti serve kaftegi e spezzatino nel momento stesso in cui ti siedi. “Qui prima della rivoluzione si parlava di politica attorno a un couscous il venerdì, e dopo una buona siesta digestiva la vita riprendeva sotto la dittatura”, dichiara con un mezzo sorriso.

Giacca di pelle e scarponi, a 33 anni Haythem non si è arreso ma è poco ottimista. “Di recente ho ricevuto un premio per la libertà di stampa da parte di un'università, quindi non bisogna generalizzare e dire che quello che va male adesso è tutto a causa della rivoluzione.” Tutti i giorni Haythem passa al setaccio le dichiarazioni dei politici, le loro gaffes, i fatti di attualità con la sua lingua al vetriolo. Nato nel quartiere di Bab Souika a Tunisi, da due genitori insegnanti, diventa blogger dopo aver lavorato alcuni anni nel web marketing. Alcuni anni di cyber-dissidenza più tardi la rivoluzione lo catapulta a star della radio Mosaïque FM.

Tra attualità politica e sicurezza, il cronista si diverte ma al tempo stesso ne approfitta per denunciare. Secondo lui, bisogna scavare un po' sotto la superficie dei dibattiti mediatici per trovare le falle del nuovo regime in Tunisia.«Per quanto riguarda la libertà di espressione, per esempio, non ci sono dei media ufficialmente compiacenti come nel vecchio regime o una vera ingerenza dello Stato, a parte il licenziamento del direttore della televisione nazionale. Però, vediamo alcuni proprietari di giornali o di canali televisivi affiancarsi apertamente ad alcuni partiti politici, il che evidentemente pone un problema deontologico. E sono loro che, all'interno delle loro stesse redazioni, censurano.»

Per Haythem, il ritorno insidioso di una certa forma di propaganda va di pari passo con una dislocazione dello Stato e del peso di alcune lobbies soprattutto nell'ambiente degli affari “che vogliono avere un'influenza reale nei media e nella politica”, afferma. “E il fatto che io metta a nudo ciò, da fastidio”.

Come ogni giornalista satirico che si rispetti, Haythem El Mekki ha avuto diversi problemi con la giustizia. Attualmente deve fare i conti con una denuncia che gli è stata sporta per diffamazione, a causa di una radio-cronaca su Chafik Jarraya, un controverso uomo d'affari tunisino.

Secondo lui, il paese vive l'epoca dell'inganno, dove ciascuno approfitta di quello che succede in “una specie mediocrazia, sia nei media che altrove”. Ma il cronista è convinto che nessun ritorno al passato sia possibile, “ciò che conta di più per il governo attuale è l'immagine della Tunisia all'estero, perché il mondo non dimentichi il paese”. Per questo non c'è alcuna possibilità che si ritorni all'aperta dittatura di Ben Ali, piuttosto è verosimile che si vada verso una democrazia di facciata “come in Turchia”.

Per lui la generazione di Ben Ali, di cui fa parte, è stata educata con la parola d'ordine “tieni la bocca chiusa e sbrigatela da solo”, ma contemporaneamente è la stessa generazione che ha fatto la rivoluzione, dunque per loro nulla è impossibile, “è per questo che una dittatura ormai è quasi impossibile in Tunisia”.

Con la sua voce dal ritmo frenetico e il suo humour nero tunisino, Haythem continua a battersi a suo modo per la propria libertà di parola, non dispiaccia ai suoi detrattori.

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“Ah cercate il kahlouch (nero)?”, fa il cameriere, sfacciato, indicando Hamza che aspetta in un café del centro. Dall'alto dei suoi 24 anni, Hamza Ben Achour vive il razzismo a Tunisi quotidianamente. Hamza vive a Fouchana, nella banlieue sud di Tunisi, dove ogni giorno si rivolgono a lui chiamandolo “Kahlouch”. “Ma qui c'è meno razzismo che a Djerba”, dice Hamza, parlando dell'isola di cui è originario. Figlio di operai, questo giovane uomo ha fatto della sua battaglia contro il razzismo una canzone. L'elemento scatenante viene da un episodio nel suo quartiere a Tunisi, quando una studentessa è stata maltrattata da una maestra a causa del colore della sua pelle.

Rapper e cantante fin dalla sua adolescenza, tenta di far passare il suo messaggio attraverso la sua musica e con il suo gruppo Mathcima, “uccello del paradiso”: perché “mi chiamavano sempre così quand'ero piccolo”, spiega. Il suo ultimo video va dritto al punto già dal titolo, “Kahlouch”, e si basa sugli episodi di razzismo quotidiano verso i neri in Tunisia. “Le persone sono convinte di non essere razziste, mentre io non riesco a sentirmi tunisino nel mio stesso paese”, dice Hamza aspirando una sigaretta.

“Eppure esistono tantissimi tunisini neri, che andiate a Gabes o a Tunisi, è semplicemente che le persone hanno un problema ad accettarlo, tanto a causa delle credenze popolari che dei pregiudizi. Io, per esempio, vengo scambiato per un subsahariano”, testimonia Hamza. In linea con i militanti anti-razzisti come Saadia Mosbah, presidente dell'associazione Mnemt'y o Maha Abdelhamid che ha organizzato una marcia anti-razzista in Tunisia, Hamza tenta di dare una voce ad una minoranza che resta poco rappresentata tanto nella politica che nei media.

«Se vengo a chiederti la mano di tua figlia mi risponderai: non te la darà mai. Dite che siamo tutti ugualmente tunisini, sono solo parole? Ipocrisia... Mi sorridi, ma in realtà mi tieni lontano», canta Hamza.Le parole testimoniano delle vecchie umiliazioni vissute dal cantante, come quando il padre della ragazza con cui voleva sposarsi aveva rifiutato la loro unione a causa del colore della sua pelle.“Oggi sono stati fatti dei passi avanti rispetto ai diritti, ma la mentalità non cambia, dichiara.

Dopo questo incontro, la canzone di Hamza è stata visualizzata più di 40 mila volte su Youtube ed è stata trasmessa in diverse trasmissioni televisive. Per un reportage realizzato per AJ+ sul razzismo contro i neri in Tunisia, ha girato con una telecamera nascosta per mostrare che niente era cambiato e che il razzismo di cui era vittima è ricorrente e generalizzato.

Il 21 marzo 2016, alcune associazioni hanno lanciato una campagna in tutto il Maghreb con lo slogan: “Ne schiavo ne Azzi (negro), stop, adesso basta”. La società civile tunisina ha anche presentato un progetto di legge per criminalizzare la discriminazione razziale in Tunisia.

Per conto suo, Hamza continua la sua battaglia attraverso la musica, attualmente sta registrando la sua prossima canzone in uno studio a la Soukra, un pamphlet per difendere il matrimonio misto con le persone di colore in Tunisia. Il suo sogno, invitare il rapper Kery James ad esibirsi in Tunisia.

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Tra le sculture della sala Cartagine al museo del Bardo, Hela Djobri e Slim Drissi percorrono gli spazi con solennità e molta fierezza. A far rinascere il Bardo sono stati loro e i restauratori del Louvre. “Guardare questa statua da una sensazione strana, è vero. Ci abbiamo messo talmente tanto tempo per toccarla, per osare sollevarla”, dice Hela. Lei e suo marito Slim per tre hanni hanno beneficiato di una formazione per il restauro della pietra, impartita da alcuni restauratori ed esperti del Louvre ad un gruppo di studenti. Quella che era nata come una semplice cooperazione tra i due musei per fare un inventario della collezione statuaria del Louvre è diventato un cantiere-scuola per una specialità che in Tunisia non esiste.

“Ci abbiamo messo dei mesi prima di toccare le sculture, perché la formazione consiste nell'osservazione, nel saper individuare le crepe, i punti vulnerabili. Bisognava imparare con pazienza e osservare tutte le alterazioni subite dalla scultura”, testimonia Hela.

“Il più grande rischio era quello di farla cadere, è una paura che hai durante tutto il percorso di apprendimento, perché le opere hanno un tale valore”, confessa Slim.

Oggi, Hela e Slim continuano la loro formazione a Tours, in Francia, alla Scuola di Belle Arti, nella sezione “Conservazione e restauro delle opere scolpite”. “Per noi è stato un enorme cambiamento, abbiamo lasciato le nostre famiglie, i nostri amici, il nostro lavoro per dedicarci a questa passione”, racconta Hela.

Tornati in Tunisia, dopo quasi un anno di assenza questa volta, il loro primo istinto, dopo aver visto i loro cari, è stato quello di tornare al Bardo. In questo museo che ha perso una parte dei suoi visitatori con gli attentati del 18 marzo 2015 che hanno fatto 21 vittime, Hela e Slim vogliono fare della loro passione un mestiere e insegnarla in Tunisia.

«Il nostro obbiettivo è di tornare in Tunisia e di creare una specialità alle Belle Arti. È necessario che le persone possano essere formate alla conservazione del loro patrimonio, non solo per il Bardo ma anche per gli altri musei”, aggiunge Hela. “Porto ancora dentro di me questa sensazione di una responsabilità, una specie di dovere da compiere per il mio paese, per coloro che hanno fatto la rivoluzione.»

I capelli stretti in uno chignon e un trench beige addosso, Hela somiglia di più ad una studentessa parigina che ad un'appassionata di pietre in tenuta da lavoro. Tuttavia, quando parla del Bardo, la sua voce si accende proprio come quella di Slim, più riservato ma altrettanto appassionato. “Sono affascinato dalle opere, hanno formato la mia personalità, per questo ho accettato di fare questa formazione, anche se era mal pagata”, scherza Slim.

Prima della rivoluzione, niente lasciava prevedere che questi due giovani si sarebbero appassionati alle vecchie pietre. Hela Djobri 34 anni e Slim Drissi 36, entrambi originari di Tunisi, seguivano i loro studi alla Scuola di Belle Arti della capitale. Slim lavorava come scenografo nel teatro e nel cinema, Hela scolpiva e seguiva dei corsi di arti plastiche. “Volevo seguire degli studi d'arte senza sapere veramente in quale direzione volessi andare, ma sapevo che era quello che amavo”, ricorda Slim.

«Alla fine tutto è cominciato con quella proposta di stage al Bardo. Era il 2011, all'epoca dell'euforia rivoluzionaria e c'era una possibilità concreta attraverso questo stage di partecipare alla ricostruzione del paese», dice Slim che è cresciuto nel quartiere del Bardo.

“Volevo davvero impegnarmi concretamente attraverso quello che sapevo fare”, gli fa eco Hela che già faceva della scultura. “Quella era un'occasione per imparare e capire come la nostra passione per l'arte potesse aiutare il paese”.

Insieme, esplorano gli archivi del museo, i recessi in cui sono conservate le sculture in attesa di restauro, le collezioni mai esposte. “Improvvisamente guardavo in modo nuovo le sculture che appartenevano ai ricordi della mia infanzia. Scopri le fratture, le crepe, quel che era nascosto... Come le tracce che lascia uno scultore nelle pieghe di un drappeggiato per esempio”, dice Slim, per il quale il museo rappresenta anche la storia del paese e delle sue molteplici influenze culturali. “Ho persino avuto il mio primo appuntamento qui, a 14 anni. Volevo stupire una ragazza così l'ho portata al museo”, sorride.

Al museo del Bardo, è stato fatto in modo da ricordare l'attacco terroristico perpetrato un anno prima. I fori di proiettile sui muri, alcune vetrine espositive, le bandiere di diverse nazionalità, la placca commemorativa in omaggio alle vittime e adesso i mosaici con i loro ritratti. Ma non c'è alcuna traccia di questi lavoratori nell'ombra, di questi tunisini e tunisine che restaurano con le loro mani il prestigio del loro museo.

 


 

Nota dell'autore

Dopo il ritratto di giovani che hanno passato diverse settimane nelle prigioni tunisine, crediamo sia importante mostrare anche come la gioventù tunisina continui ad impegnarsi sul campo. A Tunisi, la rivoluzione ha aperto numerose possibilità di espressione culturale, di rivendicazioni politiche e sociali. Abbiamo voluto mostrare questi giovani che cercano di migliorare le cose.

 


 

Lilia Blaise.

@liliagaidalilia.b@inkyfada.com

IN COLLABORAZIONE

Kais Zriba

Sana Sbouai

Edizione

Abir

Traduzione dal francese di Alessandro Rivera Magos