La lotta delle operaie della Mamotex: dall’autogestione alla disperazione | Mamotex, Chebba, CNSS, Sodrico
La lotta delle operaie della Mamotex: dall’autogestione alla disperazione Stampa
Monia Ben Hamadi, Haïfa Mzalouat e Erige Sehiri   

Nel contesto di un’industria tessile in declino e di una disoccupazione crescente, il destino delle 67 operaie della Mamotex di Chebba, fabbrica specializzata nella confezione per marche europee, sembrava segnato. Dopo vent’anni di attività, il proprietario dell’azienda ha deciso di chiudere i battenti, minacciando così il posto di lavoro delle sue dipendenti, rimaste senza paga dall’inizio dell’anno. Nel corso delle loro sfortunate vicende, le operaie hanno imparato a unirsi e a rivendicare i propri diritti, ottenendo lo scorso marzo, l’autogestione provvisoria della fabbrica: una prima assoluta in Tunisia che non ha però un lieto fine.

Anni di umiliazione

//Le operaie davanti alla Mamotex chiusa, afferrano uno striscione che rivendica il loro diritto al lavoro, sopra di loro la bandiera dell’UGTT (l’Union Générale des Travailleurs Tunisiens), il potente sindacato dei lavoratori tunisini. Foto di Monia Ben Hamadi.Le operaie davanti alla Mamotex chiusa, afferrano uno striscione che rivendica il loro diritto al lavoro, sopra di loro la bandiera dell’UGTT (l’Union Générale des Travailleurs Tunisiens), il potente sindacato dei lavoratori tunisini. Foto di Monia Ben Hamadi.

“Sono vent’anni che ci opprimono, che ci terrorizzano”. Leila Deyyek lavora nella fabbrica dalla sua apertura, e ne ha viste di tutti i colori. Alle pessime condizioni di lavoro si aggiungeva un’umiliazione quasi quotidiana.

“Al minimo errore andavano dalla colpevole e la facevano mettersi in piedi vicino alla porta, faccia al muro”, testimonia questa madre di tre figli ormai studenti. “Ci controllavano in continuazione e non appena una chiacchierava cominciavano a strillare. Potevano anche buttargli la roba in faccia”.

Grazie agli anni d’esperienza, Leila è diventata “capo controllore export”. “Ciononostante, succedeva che il direttore mi strillasse addosso, alla mia età!”, dice la donna sconsolata.

//Le operaie davanti alla Mamotex chiusa, afferrano uno striscione che rivendica il loro diritto al lavoro, sopra di loro la bandiera dell’UGTT (l’Union Générale des Travailleurs Tunisiens), il potente sindacato dei lavoratori tunisini. Foto di Monia Ben Hamadi.Le operaie davanti alla Mamotex chiusa, afferrano uno striscione che rivendica il loro diritto al lavoro, sopra di loro la bandiera dell’UGTT (l’Union Générale des Travailleurs Tunisiens), il potente sindacato dei lavoratori tunisini. Foto di Monia Ben Hamadi.

Violenze fisiche e morali, alle quali si aggiungono lunghi periodi di precarietà e d’instabilità. “Tutto veniva sottovalutato : i bonus, lo stipendio, gli straordinari, i contratti a tempo indeterminato…”. Le operaie dovevano a volte aspettare diversi mesi per avere lo stipendio. Quanto alla previdenza sociale (Caisse Nationale de Sécurité Sociale), era versata “una volta su due”.

//Houda Charfeddine ha tre figli, di cui un piccolo di 9 mesi. Il marito è pescatore. I due sperano di poter mantener “decentemente” i figli con i loro due stipendi. Quando lavora o milita, Houda lascia il bebè alla vicina di casa. Foto di Monia Ben Hamadi.Houda Charfeddine ha tre figli, di cui un piccolo di 9 mesi. Il marito è pescatore. I due sperano di poter mantener “decentemente” i figli con i loro due stipendi. Quando lavora o milita, Houda lascia il bebè alla vicina di casa. Foto di Monia Ben Hamadi.

 

La lotta per la dignità

Fine 2013, le operaie decidono di ribellarsi contro il padrone e creano il loro proprio sindacato, affiliato all’UGTT : “Da allora, le nostre condizioni di lavoro sono nettamente migliorate! Abbiamo riconquistato la dignità. La dignità è la cosa più importante. Prima del pane, la dignità”, si congratula Leila, nata in una famiglia di sindacalisti. "Alle altre, invece, il lavoro sindacale ha dato modo di familiarizzarsi con il codice del lavoro”.

Il padrone della Mamotex ha provato a fare pressione sulle donne, di influenzarle, in certi casi tirando in ballo i loro mariti, fratelli o padri. Ma loro hanno tenuto duro. Per paura delle rappresaglie, solo una manciata si è impegnata nel sindacato. Poco a poco, anche le più scettiche hanno finito per capire che l’unione fa la forza. “Adesso più nessuno ci strilla addosso. Quando succede, smettiamo di lavorare”.

Dopo la nascita del sindacato, nonostante alcuni ritardi, lo stipendio veniva pagato ogni mese, e molte di loro sono state assunte ufficialmente. Malgrado qualche abuso, le cose almeno erano più chiare. “Prima non sapevamo nemmeno come verificare l’avvenuto versamento della previdenza sociale (CNSS). Solo da quando c'è il sindacato sappiamo veramente come funzionano le cose”, ammette Houda.

“Adesso dialoghiamo tra di noi, parliamo dei nostri stipendi, delle condizioni di lavoro… Facciamo sentire la nostra voce per esigere quello che per legge ci spetta. Da un punto di vista personale", aggiunge Houda, "ho imparato tantissimo, soprattutto che per difendere i miei diritti dovevo lottare”.

//A Chebba, molte donne, tra cui parecchie operaie, girano in motorino. Foto di Monia Ben Hamadi.A Chebba, molte donne, tra cui parecchie operaie, girano in motorino. Foto di Monia Ben Hamadi.

 

Un’autogestione inaspettata

Quando a gennaio 2016, il padrone Mounir Idriss ha annunciato alle sue impiegate che il bonus di fine anno non sarebbe stato versato e che non aveva più soldi per pagare i loro stipendi, Leila, Wassila e le colleghe hanno protestato. Per il proprietario l’azienda andava male dal 2011, da quando la rivolta generale aveva scosso il paese, a causa soprattutto della congiuntura economica e delle rivendicazioni operaie: “Hanno cominciato a chiedere migliori condizioni di lavoro e un aumento dello stipendio. Non ero in grado di accettare le loro condizioni, il mercato del tessile stava attraversando una profonda crisi. I problemi sono iniziati quando le operaie hanno messo su il sindacato”, spiega convinto il direttore.

È l’umiliazione di troppo, la goccia che fa traboccare il vaso. Le lavoratrici si mobilitano e manifestano per settimane. Trascorso un mese di lotta, di negoziati interminabili, un accordo inedito è firmato tra lo Stato, il sindacato e il proprietario dell’azienda.

Le 67 operaie ottengono l’autogestione totale della fabbrica, i profitti servono a rimborsare gli stipendi arretrati. È una prima assoluta in Tunisia. “La segretaria gestisce i conti con i membri del sindacato — Tanto il padrone non faceva niente — Vogliamo solo uno stipendio fisso, e recuperare i soldi arretrati che ci spettano, semmai ci fosse un profitto”, afferma Leila. “Siamo pronte a fare un sacrificio per qualche tempo, basta che salviamo la fabbrica e che ci teniamo il lavoro”, conclude Houda.

Cinque mesi dopo…da capo a dodici

Davanti alla Mamotex decrepita è tutto deserto. Cinque mesi dopo la chiusura della fabbrica, Wassila Lachtar e Leila Deyyek mostrano fiere le vestigia degli striscioni ancora appesi ai lampioni, e i motti incisi sui muri di mattone. Le donne evocano i ricordi del lungo sciopero. Leila, con un sorrisino, scrive «ياسارق» (ladro” in arabo) sul cancello incatenato. Wassila è più discreta.

La vittoria dello scorso marzo non è bastata, la lotta continua per queste lavoratrici in sospeso : l’azienda Sodrico, di proprietà del cugino di Mounir Idriss, fornisce materia prima e compra vestiti alla Mamotex. Il suo direttore impegnatosi, a voce, a fornire alle operaie della Mamotex la materia prima, cambia idea e rifiuta di consegnare il tessuto necessario alla confezione dei prodotti. Per Sabri Kileli, l’avvocato della Mamotex e della Sodrico, l’azienda teme “che la produzione sia trattenuta dalle operaie e che gli ordini non vengano eseguiti in tempo”. Per le operaie della Mamotex è una catastrofe : tagliando loro il rifornimento di materia prima, gli imprenditori della Sodrico e della Mamotex hanno de facto neutralizzato l’autogestione.

//Wassila sta dietro il banco del negozietto improvvisato nel suo garage.Wassila sta dietro il banco del negozietto improvvisato nel suo garage.

 

Dopo più di vent’anni nel tessile, Wassila Lachtar è disoccupata. La donna è disperata, non sa come mantenere la famiglia. Il figlio e il marito sono entrambi pescatori, ma i loro introiti non bastano. “Ho una famiglia, dei debiti… Non arriviamo a fine mese”, spiega lei con gli occhi lucidi. Aspettando di ritrovare un lavoro, Wassila ha trasformato il suo garage in un negozietto d’oggetti di recupero.

//Davanti la sua futura casa, Leila sorride immaginando la fine lavori.Davanti la sua futura casa, Leila sorride immaginando la fine lavori.  

 

Fuori dal centro di Chebba, in un quartiere calmo, ritroviamo Leila Deyyek. Ci mostra il cantiere della sua futura casa. Questa madre di famiglia ha lavorato tutta la vita nel tessile, di cui vent’anni alla Mamotex insieme a Wassila. “Nonostante lo stipendo di 500 dinars, sono riuscita a tirare su i miei tre figli”, afferma fiera Leila. “Uno è medico, un altro dottorando e il terzo è responsabile commerciale, loro almeno avranno una vita migliore!”, assicura la donna.

//Durante le proteste dello scorso gennaio, le parole “ladro” e “ciarlatano” taggate sul cartello d’entrata della Mamotex.Durante le proteste dello scorso gennaio, le parole “ladro” e “ciarlatano” taggate sul cartello d’entrata della Mamotex.

 

Ricorso alla giustizia

Molte ex lavoratrici della Mamotex, soprattutto le più giovani, hanno preferito cercare lavoro altrove. Al contrario di Wassila, une decina di loro hanno trovato in fretta un posto. “La situazione è difficile per le donne over 30, spiega lei, le altre aziende tessili assumono solo giovani, sanno bene quanto è faticoso e ingrato questo mestiere. Hanno paura che le donne di una certa età abbiano un rendimento più basso… Eppure, è grazie al lavoro di controllori come Leila, al mio lavoro di formatrice e a quello di altre veterane che la Mamotex gode di una così buona reputazione!”, esclama la donna.

Ma le operaie rifiutano di arrendersi. A febbraio, dopo essersi rassegnate sulla possibilità di un’eventuale riapertura, decidono di denunciare il proprietario della Mamotex. Esigono il versamento dello stipendio di gennaio, dei bonus sul rendimento, della disoccupazione e della previdenza sociale (CNSS). “Abbiamo portato il caso in tribunale a causa della cattiva fede della Sodrico e della Mamotex”, spiega Wassila, “era l’ultima soluzione. Ci siamo dette che forse esisteva un po’ di giustizia in Tunisia…”.

Ogni operaia ha sporto tre denunce, per un totale di circa 150. I processi riguardanti gli stipendi, i bonus e la disoccupazione sono stati vinti, quello sulla previdenza sociale invece è stato rinviato. Dalle ultime vittorie, Wassila conserva gelosamente i documenti che lo provano, ma resta lucida : “Anche se abbiamo vinto, non ho né soldi né lavoro”.

Infatti, “anche se queste donne hanno vinto le cause, hanno pochissime possibilità di recuperare i loro soldi”, spiega l’avvocato Ben Kileli, “l’azienda ha più di 200.000 dinars di debiti, e il mio cliente non è in grado di rimborsare le sue ex dipendenti”. L’usciere di giustizia incaricato della procedura di rimborso dovrebbe prossimamente fare un sopralluogo e stimare i beni della fabbrica. Ma Leila e Wassila sanno benissimo che i macchinari arrugginiti della Mamotex non coprono certo i debiti dell’imprenditore.

//Alla sede dell’UGTT, degli impiegati della Sodrico e della Mamotex si lamentano delle loro condizioni di lavoro.Alla sede dell’UGTT, degli impiegati della Sodrico e della Mamotex si lamentano delle loro condizioni di lavoro.

 

Il tribunale sta attualmente eseguendo un’analisi finanziaria per stabilire se la bancarotta si poteva evitare, oppure se è possibile un recupero economico. In tal caso, il direttore potrebbe riprendere le redini della Mamotex, e sicuramente certe operaie sarebbero pronte a ritirare la denuncia e ricominciare a lavorare per Mounir Idriss… perfino senza il rimborso dello stipendio di gennaio.

È il caso di Wassila. La donna trattiene a stento le lacrime… “Per vent’anni ho sacrificato la mia gioventù, ho sprecato la mia energia per questo lavoro e ora non ho più niente…”.

 


 Monia Ben Hamadi, Haïfa Mzalouat e Erige Sehiri

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