Perché le donne tunisine divorziano sempre più spesso? | Divorzio in Tunisia, Emna Zahrouni, Molestie, machismo, Runneuse tunisienne, certificato di attitudine al matrimonio
Perché le donne tunisine divorziano sempre più spesso? Stampa
Rafika Bendermel   

Perché le donne tunisine divorziano sempre più spesso? | Divorzio in Tunisia, Emna Zahrouni, Molestie, machismo, Runneuse tunisienne, certificato di attitudine al matrimonio

Un matrimonio su sei, cioè il 17 per cento, oggi in Tunisia si conclude con un divorzio. La cifra è aumentata esponenzialmente negli ultimi anni, facendo del “paese dei gelsomini” il quarto paese al mondo per numero di separazioni legali. Altro fenomeno recente è che siano in maggioranza le donne a porre fine all’unione.

Per far fronte a questa “crisi”, Hichem Charif, presidente dell’Osservatorio tunisino delle coppie e della famiglia, ha proposto in un’intervista, di istituire un certificato di attitudine al matrimonio, una pratiche che permetterebbe, secondo lui, di ridurre il numero di divorzi. Nell’ultimo censimento, datato 2014, l’INS contava 27 mila uomini e 77.500 donne divorziati. Gran parte dei divorzi avvenivano durante i primi 4 anni di matrimonio.

Emancipazione delle donne sulla carta e nel mondo del lavoro, ma le mentalità non cambiano

« Schizofrenia». È con questa parola che si apre il colloquio con Emna Zahrouni, avvocata e militante per i diritti delle donne, nonché anima del servizio di ascolto dell’Associazione tunisina delle donne democratiche (ATFD) che fornisce assistenza legale alle donne vittima di violenza.

La schizofrenia di cui parla Zahrouni descrive lo scarto tra quanto stabilito dal Codice dello statuto personale promulgato 60 anni fa, che aboliva la poligamia, permetteva alle donne di lavorare fuori casa e di disporre di diritti in condizione di quasi parità con gli uomini (una vera rivoluzione nella società tunisina postcoloniale) e il retaggio della cultura patriarcale che decenni di emancipazione femminile non hanno cancellato.

Bisogna fare qualche passo indietro nella storia per capire l’ambiguità che governa le relazioni uomo-donna nella società tunisina, tra disposizioni legali e realtà: “Nel 1956, quando Bourgiba instaura il Codice sullo statuto personale, la società non era pronta. Il potere politico l’ha costretta ad evolversi, con il tempo anche gli uomini hanno finito per accettare la novità. Ma non c’è stata una politica culturale o di cittadinanza, si è trattato di un’evoluzione forzata, in cui il progresso giuridico non è stato accompagnato da una rinascita culturale. Sotto Ben Ali, è stato peggio: ha utilizzato la condizione delle donne per rafforzare il suo potere e legittimarsi sul piano internazionale, ma dal 1993 in poi non è stato fatto nessun progresso sul piano giuridico per quanto riguarda le donne.”

 

Di fatto si è trattato di una strumentalizzazione della condizione femminile da parte della vecchia coppia presidenziale. Attraverso la creazione di numerose associazioni, l’ex first lady Leila Ben Ali si è imposta come figura di riferimento per i diritti delle donne, sempre pronta a intervenire sui media. Ma questa visibilità nascondeva una realtà molto più dura per le donne: secondo un’inchiesta del Centro di studi, ricerche e documentazione sulle donne (CREDIF) pubblicata a marzo 2016, il 53 per cento delle donne interrogate afferma di aver subito una qualche forma di violenza (fisica, psichica o sessuale) nel periodo compreso tra il 2011 e il 2015. Un progetto di legge sulla violenza contro le donne è stato votato dal Consiglio dei ministri il 13 luglio scorso: prevede delle disposizioni affinché lo stato si prenda cura delle donne che hanno subito violenza. Ora la proposta deve passare al vaglio del Parlamento.

 

Molestie per strada, machismo appena mascherato

“Le donne si sono evolute, sono gli uomini che sono rimasti fermi, in particolare con la crisi economica, quando è arrivata la disoccupazione di massa. Gli uomini hanno accusato le donne di aver sottratto loro posti di lavoro”, continua Zahrouni. Eppure, anche se due terzi degli studenti oggi è costituita da ragazze, sono almeno il doppio degli uomini le giovani donne che restano disoccupate dopo gli studi. “Il fatto è che quando le donne sono entrate nella sfera pubblica, rimasta fino a quel momento appannaggio esclusivo dei maschi, questi ultimi l’hanno percepita come una invasione.”

Secondo l’avvocata, le molestie per strada sono una forma di reazione alla presenza femminile nello spazio pubblico: “Anche la Guide du Routard ormai raccomanda alle donne straniere di coprirsi per strada, una cosa che fa veramente rabbia”, commenta. Per combattere le molestie, la legge proposta dal governo prevede “fino a un anno di prigione”, aggiunge.

“C’è una distanza siderale tra l’immagine delle donne veicolata dai media, e la violenza che la società esprime contro di loro, in particolare in strada. Normalmente, nel contesto patriarcale, un uomo dovrebbe proteggere una donna. Ma quando per strada una donna viene aggredita, gli altri uomini non intervengono. Sono dei macho, ma senza coraggio. Non osano affrontare gli altri uomini”, spiega Zahrouni.

Il progetto di legge governativo risente comunque del retaggio patriarcale, con misure che discriminano contro le donne, come per esempio la previsione di un tutore esclusivamente di sesso maschile nel caso del matrimonio di una minorenne. E il padre resta comunque il capofamiglia.

Ma perché il numero dei divorzi aumenta? Emna Zahrouni non ha dubbi: “Perché le donne non subiscono più in silenzio. Quando si sposano, gli uomini vorrebbero una moglie sul modello delle loro madri. Le donne lavorano, ma su di loro ricadono anche tutti i lavori domestici e la cura dei figli. La società è conservatrice, proprio come aveva capito il femminismo negli Stati Uniti negli Quaranta e Cinquanta. Le donne devono provare che sono capaci di svolgere tutto il lavoro domestico comunque, se vogliono poter lavorare anche fuori casa”, conclude.

“La legge non cambia le mentalità”

Abito verde, rossetto chiaro, capelli corti biondi pettinati all’indietro, Meriem è una giovane donna di 34 anni che si è separata dal marito un anno fa. È in un caffè del quartiere alla moda del Lago che racconta la sua storia con voce concitata, quasi temesse di non riuscire ad arrivare alla fine.

“Uscivo da una storia durata sette anni, che non aveva funzionato e che mi aveva lasciato profondamente delusa. Avevo 30 anni e avevo appena conseguito il mio Master. A quel punto mio padre mi ha presentato un uomo: gli piaceva l’immagine di sé che dava, e ne apprezzava le opinioni politiche condivise su Facebook. Ci siamo incontrati. Mi piaceva, anche se non ne ero innamorata. Ma c’era la pressione familiare, quest’idea che tuo padre ‘sa quello che va bene per te’. È stato lui a spingermi a sposarlo. In quel periodo lui era disoccupato, ed è stata la mia famiglia a pagare tutte le spese del matrimonio.”

In quel periodo Meriem era obesa. Non aveva alcuna fiducia in se stessa e pensava che non avrebbe mai incontrato l’anima gemella. Ha finito per accettare la decisione del padre senza opporsi.

“Siamo andati ad abitare dai miei genitori. All’epoca ero molto attaccata alla mia vita: uscivo, andavo a ballare la salsa. Lui invece era molto ordinario. Un tunisino ordinario: si svegliava e andava al caffè, dove restava cinque ore. Rientrava, mangiava, faceva un pisolino e tornava al caffè. Ho capito la situazione in capo a un mese, ma non ho fatto niente: andavo a lavorare, mi occupavo della casa. Lui accettava i soldi che gli davo per le sue piccole spese, piuttosto che cercare anche lui un lavoro. Dopo il primo anno volevo chiedere il divorzio. Ci siamo separati, poi siamo tornati insieme. Sono rimasta incinta. Mi ero sposata soprattutto perché tutti dicevano che gli anni stavano passando, che stavo diventando vecchia. Ho immagino che diventando padre, mio marito sarebbe cambiato. In effetti è tornato al lavoro, e quando rientrava trovava la cena pronta. Ma io non ho trovato in lui il padre che cercavo per mio figlio."

“Ero il marito e la moglie nella coppia”.

“Dopo un anno, finito l’allattamento, ho ripreso a lavorare. E lui ha lasciato il lavoro. Ero la madre che si faceva carico di tutto, il bambino e la paghetta del marito. Lui passava le sue giornate al caffè. Io mi occupavo di tutto e mio padre faceva la spesa, perché abitavamo ancora con i miei genitori. Mio marito stava tutto il tempo sdraiato davanti alla TV. Quando io rientravo dal lavoro, lui usciva e non tornava che tardissimo la notte. Sono andata a dormire in un’altra stanza. Non sopportavo più quella vita. Ho resistito per mio figlio. Non volevo che crescesse senza suo padre. Ho cercato di dare il massimo, ma ero come un uccello con le ali spezzate, impossibile spiccare il volo.”

Dopo tre anni di matrimonio, Meriem ha chiesto il divorzio.

“In tre anni non abbiamo costruito niente, come coppia. La mia famiglia ed io abbiamo cercato di aiutarlo in tutti i modi in questi anni, abbiamo anche pagato i suoi debiti. Quando ho chiesto il divorzio, ha accettato semplicemente perché gli alimenti per il bambino erano bassi, appena 200 dinari al mese. Fino ad allora ero stata il marito e la moglie nella coppia. Il divorzio è stato una liberazione."

 

La pressione della famiglia, nonostante un’educazione “progressista”

“Mio padre diceva sempre che dovevo lavorare per me e per il mio avvenire. Ma poi anche lui ha ceduto alla pressione della società. Mi ha dato in moglie al primo che si è fatto avanti. Un uomo incontrato su Facebook. In tre settimane il matrimonio era concluso. Oggi se ne è pentito: dice che avrebbe dovuto conoscere meglio quest’uomo, prima di propormi di sposarlo”.

Meriem sostiene che suo padre ha agito così perché temeva che, essendo lei obesa, nessuno avrebbe voluto sposarla. “Tutti i miei fallimenti, piccoli o grandi, erano sempre legati al mio peso: fin da giovane mi sembrava di non piacere a nessuno, ero sempre vestita come una donna di 40 anni, come una vecchia. Non mi godevo la mia giovinezza, mi sentivo brutta, e mi consolavo con il cibo. Era un circolo vizioso. Mio padre era preoccupato per me”, lo giustifica.

Donne divorziate, donne “leggere”

La sentenza di divorzio è stata pronunciata un anno fa. “All’inizio sono stata molto male. Avevo soprattutto paura di restare sola per sempre, perché le donne divorziate hanno una pessima reputazione. Anche le donne della tua stessa famiglia ti rimproverano, invece di farti coraggio. Vedono in te quello che loro vorrebbero essere. Hanno paura della tua riconquistata libertà e diventano gelose, perché pensano che tu sia pronta ad andare a letto con chiunque, compresi i loro mariti”.

Da allora, per esempio, una delle sue amiche non l’ha più invitata, per paura che lei gli “rubi il marito”. Ma questa è stata la buona occasione per fare pulizia nelle sue relazioni.

Oggi Meriem ha incontrato un uomo, ma lui fatica ancora ad accettarla così com’è, con il suo passato e nella sua condizione di madre. Nonostante tante conquiste, soprattutto sul piano professionale, una forma di controllo sociale resta nei confronti delle donne che “non si comportano come si deve”. Le donne divorziate continuano a essere considerate molto male. “Ti fanno sentire che, in quanto donna divorziata, meriti di meno di una donna nubile e basta. Non sei come le altre. La gente pensa che quello che ti serve è un uomo: puoi essere la persona più forte del mondo, ma non basta. Io sento questa pressione anche con lui. Spesso usciamo soli, come se non fosse in grado di assumersi il ruolo dell’uomo nella coppia. Ma allo stesso tempo mi impone dei limiti.”

Agli occhi di Meriem, è come se il suo nuovo compagno “fosse in conflitto con se stesso.”

“Mi presenta ai suoi amici come se stessimo insieme, ma si vede benissimo che loro non lo credono. C’è qualcosa dentro di me che mi dice che non è l’uomo che fa per me: dà troppa importanza a quello che pensa la sua famiglia e i suoi amici. È il tipico maschio tunisino. Quando devo uscire, mi dice come mi devo vestire. È macho, devo essere perfetta, sexy per lui, ma non troppo. Deve sentirsi sempre in una posizione di dominanza. Io resto con lui perché non voglio essere sola. Ma non sto bene: a volte vorrei dirgli delle cose, ma poi non oso.”  

“Vogliono delle donne perfette, che li rassicurano. Poi ci si sposa, e si prendono tutto!”.

I progressi giuridici hanno permesso a tutta una generazione di donne di entrare nel mondo del lavoro. Oggigiorno, all’incirca due diplomati su tre alle superiori sono donne. La condizione di “donne emancipate del mondo arabo” risuona come un’ingiunzione a impegnarsi al massimo per riuscire contemporaneamente sia sul piano professionale che su quello personale. “Oggi molte donne sono indipendenti, lavorano, sono più determinate, si fanno carico di tutto. Le donne non hanno bisogno di un uomo, a ben vedere. A ben pensarci, direi che ci si sposa solo per avere dei figli. Per il resto non abbiamo bisogno di un uomo, possiamo farcela benissimo da sole”.

Ma questa emancipazione “a due velocità” è una medaglia che ha anche il suo rovescio.

“Cerchiamo talmente di mostrare che siamo indipendenti, che finiamo per accettare qualsiasi cosa. Dobbiamo essere perfette, far fronte a tutto, ma gli uomini trovano comunque un pretesto per non essere fedeli, trovano sempre una scusa per tradire le loro mogli”.

Mentre ripercorre tutte le prove che ha dovuto superare, una lacrima riga la guancia di Meriem: “Ho percorso una lunga strada. Prima tenevo sempre la testa bassa, restavo legata a persone che non mi meritavano. È talmente difficile essere una donna nel mondo arabo: più sei indipendente, più gli uomini hanno paura di te, cercano di dominarti, facendo leva sui tuoi punti deboli. Questo mi fa pensare al momento in cui qualcosa è scattato dentro di me: quando ti fissi degli obiettivi, non hai più il tempo di deprimerti. Quando parlo con altre donne, tutte vogliono fare un mucchio di cose, ma poi si bloccano. Conoscono donne infelici che hanno paura di divorziare, perché non se ne sentono capaci. Ma finché vivrò, farò di tutto per essere felice.”

Obiettivo: perdere peso e correre la mezza maratona

Da quando Meriem è tornata in pista, è entrata in un gruppo di podisti. In un anno ha perso 34 kg e partecipato a due mezze maratone. Nel gruppo c’è una donna che pratica questo sport da molti anni e ha fondato un blog, “Runneuse tunisienne”, per incoraggiare i tunisini, soprattutto le donne, a correre.

“Si dice che le donne divorziate si mettono a correre. Che è il loro rifugio. Già per divorziare ci vuole una forza enorme: la corsa è per me una fonte di incoraggiamento. Cercano sempre un modo per sminuire la credibilità delle donne, per schiacciarle in un chiché: quando corro, le altre donne mi incoraggiano, mentre gli uomini mi prendono in giro. Non capiscono le donne che corrono. E finisce che siamo costrette a correre in posti improbabili.”

Perché le donne tunisine divorziano sempre più spesso? | Divorzio in Tunisia, Emna Zahrouni, Molestie, machismo, Runneuse tunisienne, certificato di attitudine al matrimonio

Da qualche tempo Meriem ha cominciato a fare da coach a una ragazza obesa. “Quando ho iniziato a farle da coach, volevo provare ad aiutarla a cambiare la sua vita, come io avevo fatto con la mia. Oggi, quando entra in una boutique, può scegliere l’abito che preferisce. Sta bene con se stessa. Quando la vedo felice, provo una soddisfazione enorme. Stava con un uomo che pagava, affinché non la lasciasse. Lui era un macho che voleva comandarla a bacchetta. Suo padre aveva una paura enorme che sarebbe rimasta zitella, ed era pronto a darla in moglie al primo venuto. Quando il suo ragazzo è venuto a chiedere la sua mano, è stata lei a pagare il vestito per lui e per sua madre! Molti uomini si comportano così ormai”, nota Meriem.

“Quando ero obesa, non avevo fiducia in me stessa. Mi sono sposata, ma sentendomi sempre inferiore. Oggi faccio da coach a una ragazza che pesa 111 kg. Sua madre mi ha ringraziato. Lei ha appena rotto con il suo fidanzato, dicendogli che meritava qualcosa di meglio.”

Se pure le leggi tunisine restano le più avanzate del mondo arabo per quanto riguarda la condizione delle donne, la cultura patriarcale è profondamente radicata nella società, e si manifesta sia tra gli uomini che tra le donne: “Ci sono degli uomini macho ma ci sono anche delle donne così, proprio come ci sono donne e uomini femministi. C’è di tutto in Tunisia. Ma certamente gli uomini lo sono di più, l’intera società può essere considerata machista”, commenta Yahya, un giovane grafico di Tunisi.

Dopo la rivoluzione politica del 2011, la prossima tappa sarà una rivoluzione culturale?

 


 Rafika Bendermel

Perché le donne tunisine divorziano sempre più spesso? | Divorzio in Tunisia, Emna Zahrouni, Molestie, machismo, Runneuse tunisienne, certificato di attitudine al matrimonio 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 
 

Vedi anche ...