Tunisia, il difficile equilibrio tra tradizione e modernità al tempo dei social | Omosessualità, Tunisia, Nejiib Khalfallah, Turismo Halal
Tunisia, il difficile equilibrio tra tradizione e modernità al tempo dei social Stampa
Emanuela Frate   

Tunisia, il difficile equilibrio tra tradizione e modernità al tempo dei social | Omosessualità, Tunisia, Nejiib Khalfallah, Turismo Halal

La Tunisia è un Paese alla ricerca della sua identità, sempre più in bilico tra l’identità arabo-musulmana che rivendica come parte integrante del suo patrimonio culturale e la voglia di staccarsi da questo patrimonio spesso ingombrante e avvicinarsi a modelli più occidentali. Fino a oggi il piccolo Paese nordafricano è riuscito a conciliare la sua essenza tipicamente araba con l’essere, al contempo, proiettato verso l’Europa, verso lo Stato di diritto.

Ma in queste ultime settimane si sono succeduti una serie di eventi, alquanto sconcertanti, che hanno spaccato l’opinione pubblica, divisa fra tradizionalisti e modernisti, islamisti e laici. Citiamo solo alcuni di questi episodi emblematici.

Va annoverata innanzitutto la vicenda della coppia di presunti omosessuali sottoposti, loro malgrado, a un test anale per essere accusati di sodomia ed essere così incarcerati per omosessualità. Ricordiamo che l’omosessualità in Tunisia viene punita, secondo l’articolo 230 del codice penale, con un massimo di tre anni di reclusione e una multa per “sodomia e lesbismo”, e che l’art. 226 punisce con sei mesi di reclusione gli atti osceni e ritenuti offensivi per la morale pubblica.

C’è da dire che l’ordine dei medici si è pronunciato contro questi test, definiti “un attacco all’integrità fisica che rientra nel quadro delle torture anali”. Quanto successo è rimbalzato sui social network provocando un dibattito acceso tra gli internauti, molti dei quali sostenevano che l’Islam è contro l’omosessualità e, di conseguenza, l’omosessualità deve essere perseguita in ogni modo e maniera; altri, invece, affermavano che ognuno deve avere il diritto di vivere la propria sessualità come meglio crede.

Pochi giorni dopo, si è verificato un altro episodio inquietante di cui hanno parlato non solo i giornali tunisini, ma quelli di tutt’Europa. Si tratta di una dottoranda dell’università di Sfax che ha sostanzialmente scritto, nella sua tesi di dottorato, su cui ha lavorato per due anni con l’aiuto di un professore universitario, che la terra è piatta e, attingendo a molteplici riferimenti coranici, ha affermato che la terra è al centro dell’universo rigettando la teoria gravitazionale della terra.

Come si possono accettare delle teorie che contraddicono teorie scientifiche, supportate ormai da anni di viaggi spaziali? E come può un professore universitario convalidare suddette affermazioni pseudo-scientifiche appoggiandosi ad assunti religiosi? È questa la domanda che molti frequentatori dei social network si sono posti quando si è diffusa questa storia incresciosa. Una storia che getta anche una cattiva luce su l’Ecole Nationale des Ingénieurs de Sfax (Scuola nazionale di Ingegneria di Sfax), facoltà prestigiosa che attirava molti studenti anche dall’estero.

Per correre ai ripari, dopo l’ondata di proteste, il Ministero dell’Insegnamento Superiore Tunisino ha avviato un’indagine e la commissione tesi della facoltà di Sfax ha rifiutato la proposta della tesi di dottorato intitolata: “Il Modello della Terra piatta, argomenti e impatto sugli studi climatici, paleo-climatici”.

Come se non bastasse, un ennesimo episodio imbarazzante ha scatenato i dibattiti sul web tra tradizionalisti e modernisti. Questa volta il riferimento è a un Dj britannico che, in una discoteca di Nabeul, ha avuto l’infelice idea di mixare la musica house con il richiamo alla preghiera. Apriti cielo! L’incauto Dj si è scusato pubblicamente ma, evidentemente, le sue scuse non sono bastate essendo stato poi condannato in contumacia a un anno di reclusione per offesa al sentimento religioso e oltraggio alla religione musulmana.

A causa delle accese proteste si è deciso altresì di chiudere molti degli esercizi che vendevano legalmente alcolici, arrivando fino alla proposta di chiudere tutte le discoteche e i club notturni giudicati luoghi di perdizione.

Ma non è ancora tutto. Come non riportare anche il caso del regista teatrale Nejiib Khalfallah, aggredito per strada, lo scorso 3 aprile, da sconosciuti? Per molti l’aggressione dipende dal fatto che il regista abbia portato nei teatri una rappresentazione alquanto controversa e giudicata blasfema perché riprende in parte un versetto coranico “Alhakom Attakathourou” tradotto in francese come “fausse couche”, o letteralmente, in italiano, “distratti con la riproduzione”.

La lista di eventi che fanno pensare che la Tunisia stia prendendo una deriva islamista sono molti, si pensi, ad esempio al proliferare del cosiddetto “Turismo Halal”, una nuova forma di turismo per chi vuole godersi una vacanza rispettando i precetti della Sharia: spazi per la preghiera, piscine separate, ecc. O alla diffusione dell’imenoplastica presso le giovani donne tunisine, una piccola operazione chirurgica che permette di ricostruire l’imene ripristinando la verginità alle ragazze che hanno avuto rapporti prematrimoniali, in ossequio a una tradizione che pretende la verginità fino al matrimonio.

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Tuttavia, accanto a questi episodi che fanno pensare a una Tunisia che sta accentuando il suo carattere eminentemente islamico, c’è anche un’altra Tunisia che lotta per avere diritti. È la Tunisia delle donne. Sono le donne tunisine che non si accontentano più del solito refrain secondo cui loro sarebbero le donne più emancipate di tutti i Paesi arabi, ma pretendono di più. Pretendono lo stesso il diritto di ereditare come e quanto i membri maschi della famiglia; pretendono di poter sposare chiunque esse amino, anche se è un uomo non musulmano.

Si tratta di due battaglie che diverse associazioni femminili stanno portando avanti tra molteplici ostacoli e boicottaggi, in una società ancora prevalentemente patriarcale e maschilista. La strada sarà certamente lunga, ma già il fatto che se ne possa parlare, dimostra che certi argomenti, benché osteggiati da molti, non sono più un tabù.

Insomma, dove sta andando la Tunisia post-rivoluzione? Un Paese in bilico tra passato e futuro che deve ancora scegliere se vuole la rassicurante tradizione, il rigore islamico o una modernità percepita un po’ come un salto nel buio, o semplicemente se vuole continuare a essere un Paese musulmano e al tempo stesso aperto alla modernità. In altre parole, la Tunisia intende seguire l’esempio turco o continuerà a essere, tra alti e bassi, insieme al Marocco, l’unico baluardo di democrazia e diritti in tutto del Mediterraneo?

 


Emanuela Frate