Al-Ghrība: La Straniera di Gerba | isola di Gerba, kharigiti, ibaditi, sinagoga della Ghrība, Annamaria Rivera, Alessando Rivera Magos
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Alessando Rivera Magos   
Al-Ghrība: La Straniera di Gerba | isola di Gerba, kharigiti, ibaditi, sinagoga della Ghrība, Annamaria Rivera, Alessando Rivera MagosL'isola di Gerba, nel sud della Tunisia, si presenta come un contenitore di rarità. Una delle prime località tunisine ad essere conquistate dagli arabi, diventerà sede di una delle ultime comunità ibadite, un ramo della corrente kharigita che si staccherà dalle altre due grandi branche dell'islam, sunnita e sciita, ai tempi del conflitto fra Muāwiya (iniziatore della dinastia Omayyade) e Alï. Tanto che fino a qualche anno fa l'architettura ibadita caratterizzava pienamente il paesaggio dell'isola: prima, cioè, della devastazione causata dal turismo di massa e dall’edilizia senza regole.

L'altra particolarità dell'isola è quella di ospitare una delle più antiche comunità ebraiche del Nordafrica e una sinagoga, quella della Ghrība, nel piccolo villaggio di Er Riadh, che, secondo la tradizione ebraica locale, risalirebbe alla prima distruzione del Tempio di Salomone. La sinagoga è mèta di pellegrinaggio durante la festa ebraica di Lag Ba Omer, che cade il 34° giorno di Pesach, quest'anno l’11 e 12 maggio.

La festa si svolge tra la sinagoga e il vecchio caravanserraglio che le sta di fronte. Durante la giornata i pellegrini si accalcano rumorosamente nel tempio, intorno ai rabbini, per domandare protezione per sé e per i propri cari, offrendo denaro, frutta secca e sorsate di bukha , la grappa di fichi locale. Le preghiere di solito sono finalizzate a perpetrare matrimonio e fertilità, poiché a partecipare al pellegrinaggio sono soprattutto donne e giovani donne. La sinagoga della Ghrība , infatti, è legata ad una leggenda che racconta dell'apparizione di una giovane donna chiamata “la Straniera” (la Ghrība , appunto) nel villaggio di Hara Sghira (l'antico nome di Er Riadh). La donna, che alcune versioni della leggenda vogliono in fuga da Gerusalemme in fiamme, morì in circostanze misteriose, solitaria e lontana dalla comunità, che poi comincerà a venerarla come santa e sui resti del suo cui corpo edificherà la sinagoga. Una nicchia, illuminata da candele, che sta sotto l’armadio che conserva la Torà, ne indicherebbe il luogo del ritrovamento. Le giovani donne ancora oggi fanno voto alla “Straniera”, andando a depositare in quella nicchia delle uova, su cui scrivono il proprio nome e la propria preghiera, per poi consumarle alla fine del loro pellegrinaggio.

Il fulcro della festa è la processione che porta la Menāra, con i nomi delle dodici tribù di Israele e degli storici rabbini della Ghriba, in processione dal caravanserraglio alla sinagoga, attraverso il piccolo villaggio. Anticamente sembra che la processione servisse per la questua dell'olio che doveva alimentare le candele della sinagoga, rendendo in questo modo partecipe anche la comunità musulmana ibadita. Negli anni la questua si è trasformata in un’asta che si svolge ancor prima che la Menāra lasci il caravanserraglio. I pellegrini, soprattutto francesi e israeliani d’origine tunisina, si contendono gli ornamenti della Menāra, i foulard, i rimonin d’argento, i quadretti raffiguranti la famosa sinagoga o l'onore di portare la Menāra in processione, quando non preghiere su commissione. L'asta è guidata da un banditore, il figlio del rabbino-capo della Ghrība, e si protrae per buona parte della mattinata fino alle prime ore del pomeriggio, allietata da canti devozionali, mentre alcune donne continuano a distribuire bukha e frutta secca. La festa si conclude con l'entrata della Menāra, in sinagoga e con una veglia che si protrae fino a tarda notte.

Al-Ghrība: La Straniera di Gerba | isola di Gerba, kharigiti, ibaditi, sinagoga della Ghrība, Annamaria Rivera, Alessando Rivera MagosIl pellegrinaggio alla Ghrība è una meta importante per diversi ebrei nel mondo, soprattutto per le famiglie di ebrei nati in Tunisia o in Libia e poi emigrati in Francia, Israele e Italia a diverse riprese. Oggi gli “stranieri” costituiscono la stragrande maggioranza dei pellegrini.

Annamaria Rivera, antropologa dell'Università di Bari, studia da vent'anni la festa di Lag Ba Omer a Gerba. Muovendosi insieme a lei attraverso i diversi momenti della festa è possibile leggere i numerosi segni di cambiamento prodotti dagli avvenimenti degli ultimi vent'anni. Difficili da interpretare soprattutto perché densi di molta della storia contemporanea di questa parte di Mediterraneo.

Innanzitutto, com'era la festa vent'anni fa, quando lei iniziò a seguirla? Quali sono i principali cambiamenti che ha individuato?
Nel mio diario di campo, già nel 1992 annotavo che la festa stava cambiando: fin d’allora andava crescendo il numero di turisti, giornalisti, fotografi; il carattere mercantile e consumistico stava diventando preponderante, e massiccia la presenza dell’apparato di sicurezza. Quest’anno è stato triste vedere la piccola folla di abitanti non ebrei di Er Riadh –soprattutto bambini e ragazzi- che guardavano scorrere la processione incuriositi, ma isolati da barriere metalliche e dallo schieramento di agenti armati. Insomma, fin dal 1992 erano evidenti le tendenze che si sarebbero affermate in modo vistoso negli anni seguenti. Ma si può dire che la festa ha sempre avuto un tratto mercantile e consumistico, almeno dai tardi anni ‘70, quando era stata descritta da A. Udovich e L. Valensi. Già allora le agenzie turistiche francesi o franco-tunisine si erano appropriate del business della Ghriba. Del resto, fin da quegli anni la festa rispecchiava la modernizzazione selvaggia a cui erano sottoposte la Tunisia e con essa Gerba. Nel 1992 l’isola aveva già assunto un aspetto da grande cantiere edilizio: una miriade di abitazioni non-finite -da rimesse degli emigrati-, la moltiplicazione di grandi insediamenti alberghieri, di insegne al neon e di sportelli bancari, la comparsa di un’architettura ibrida e pretenziosa, così contrastante con la qualità dell’architettura tradizionale, sobria ed elegante: moschee ibadite e menzel , imbiancati a calce, con le porte azzurre.

Chi è, per così dire, il “pellegrino” della Ghrība oggi e perché è così diverso dal passato?
Anzitutto, forse bisognerebbe dire la pellegrina, dato che la presenza e il protagonismo delle donne sono preponderanti. Al punto che sembra quasi che essa sia il momento di una vistosa entrata in scena delle donne, un’occasione per mettersi in mostra. Alla fine degli anni ‘70, Udovich e Valensi avevano osservato che il “pellegrinaggio” presentava un carattere carnevalesco: rovesciamento dell’ordine consueto, inversione sociale, abbattimento di barriere, per esempio quelle che tradizionalmente separano uomini e donne. Ciò che, fra le altre cose, colpisce della festa della Ghriba è un certo esibizionismo femminile e di conseguenza una certa esibizione di cattivo gusto. Un carattere che si è accentuato a partire dal 1996, quando erano già calati/e in massa gli/le “israeliani/e” (allora soprattutto ebrei tunisini Al-Ghrība: La Straniera di Gerba | isola di Gerba, kharigiti, ibaditi, sinagoga della Ghrība, Annamaria Rivera, Alessando Rivera Magosemigrati in Israele), grazie a un permesso speciale concesso da Ben Ali. Certo, a guidare la cerimonia e a manovrare i fili del business è pur sempre un gruppo ristretto di uomini, il figlio del rabbino-capo in testa. Ma senza le donne la festa non esisterebbe…Quest’anno, per esempio, il carretto che regge la Ghriba ed apre la processione era spinto solo da donne. Insomma, non mi sembra che ci sia un/a pellegrino/a-tipo: la composizione dei partecipanti è molto variegata. Un tempo era soprattutto la festa del ritorno degli emigrati in Francia, che tuttora vi partecipano, e forse sono ancora la maggioranza. Ma ci sono anche persone che vengono da Israele, dalla Germania, dalla Gran Bretagna, dall’Italia, perfino dagli Stati Uniti (il vecchio cantore-musicista, che sarà morto da alcuni anni, è stato sostituito da uno proveniente dagli Stati Uniti). Le cronache dicono che quest’anno hanno partecipato al “pellegrinaggio” intorno alle tremila persone, la metà rispetto al 2008. A me è sembrato che fossero ben meno, ma, come ho detto, molto eterogenee. Se si volesse cogliere un tratto che accomuna la maggioranza dei “pellegrini” e soprattutto delle “pellegrine”, si potrebbe dire che è un certo spirito da parvenus ; del tutto comprensibile, essendo, ovunque, tipico degli emigrati che fanno ritorno a casa per le feste: bisogna dimostrare a chi è rimasto in patria di aver avuto successo. Ovviamente sto generalizzando: nella festa si incontrano anche persone diverse, di aspetto e atteggiamento più sobri, con un comportamento più composto. In ogni caso, uno dei tratti piacevoli e positivi della festa è la cordialità e l’apertura agli altri, anche una certa allegria autentica. Soprattutto non c’è alcuna diffidenza degli uni verso gli altri. Si conversa volentieri e amabilmente fra sconosciuti, si diventa amici…

In molti alla Ghrība sostengono che a cambiare il clima, improvvisamente, sia stato l'attentato che nel 2002 ha distrutto l'antica struttura della sinagoga, causando numerose vittime e uno choc nella comunità gerbina. L'attentato è stato poi attribuito ad una cellula maghrebina di al-Qaeda. Oggi arrivando a Er Riadh, si viene blindati all'interno di un impressionante spiegamento di forze di sicurezza. Per arrivare alla Ghrība bisogna superare un'estenuante fila di posti di blocco (a cui però basta mostrare un passaporto straniero per avere libero passaggio), elicotteri dell'esercito sorvolano la zona come fosse un campo di battaglia, per accedere all'area della sinagoga bisogna superare l'ispezione di un metal-detector e i poliziotti sono ovunque.
In questo modo il presidente Ben Ali si è voluto fare garante della convivenza pacifica che ha sempre caratterizzato, con qualche momento di eccezione, i rapporti fra le due comunità dell’isola, l’ebrea e la musulmana, in maggioranza ibadita. Perfino il ministro della Cultura si spende a venire fin qui per celebrare l'esempio di tolleranza della Ghrība. Eppure si percepisce una netta separazione. Perché, se davvero Gerba continua a rifulgere come esempio di convivenza, si sente la necessità di misure poliziesche così pesanti?

No, non è stato l’attentato del 2002 a determinare l’interesse dell’establishment per la festa della Ghriba e conseguentemente la sua blindatura poliziesca. Questo interesse si era manifestato già negli anni precedenti. E’ nel 1996 (ma ero mancata per un paio di anni, dunque poteva essere successo prima) che io vedo per la prima volta che gli spazi in cui la festa si svolge sono addobbati con bandierine con il ritratto di Ben Ali; e registro “la massiccia e vistosa presenza della polizia” e gli elicotteri che sorvolano l’isola in continuazione. L’establishment ha colto tutte le occasioni di tensione, internazionale e locale, per affermare il suo controllo sulla festa e sui maggiorenti della comunità ebraica. I quali, evidentemente, hanno accettato volentieri la sua protezione, per ragioni comprensibili e più o meno nobili. E’ comprensibile che la piccola minoranza ebraica locale –sempre più assottigliata- si senta a rischio (c’è stato il grave attentato del 2002 a confermare il pericolo). Ma ci sono anche altre ragioni, meno nobili, che spiegano perché certi maggiorenti della comunità si siano totalmente affidati alla protezione delle autorità. A tal punto che, quest’anno, in tutte le fasi della festa, anche nelle poche intime e solenni, il regista-banditore ha invitato la folla ad inneggiare a Ben Ali. Quanto al governo, facendosi garante della convivenza pacifica fra musulmani ed ebrei, si accredita in Occidente e nel contempo dà agli islamisti un messaggio chiaro.
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In tutta l'isola di Gerba è evidente la trasformazione provocata soprattutto dal turismo di massa. L'architettura religiosa ibadita che caratterizzava l'isola è in decadenza, i palmeti, che prima ricoprivano completamente il territorio, adesso languono rari e malridotti. In compenso si moltiplicano villaggi-hotel, resort ed impianti turistici di ogni tipo. Colpisce, dell’industria turistica, il disprezzo verso le peculiarità del territorio e dei suoi abitanti, l'autosufficienza come per isolarsi dal contesto, l'autoreferenzialità: sembra che i turisti che vengono qui in vacanza, una volta fuori dalla struttura alberghiera, si rendano conto di essere a Gerba solo per caso. E l'isola si modella rapidamente per essere “consumata” il più possibile da questo tipo di turismo. La prima a farne le spese, naturalmente, è la cultura ibadita.
Insomma, Gerba continua a presentarsi come scrigno di eccezioni, eppure sembra correre senza freni verso l'omologazione. Non le sembra sia possibile scorgere una simmetria fra il turismo di massa, la modernizzazione selvaggia dell'isola e i cambiamenti nella festa della Ghrība? Si direbbe che, in un certo senso, la cultura ibadita e quella ebraica che compongono l'isola tornino a condividere lo stesso destino, dopotutto...

Al-Ghrība: La Straniera di Gerba | isola di Gerba, kharigiti, ibaditi, sinagoga della Ghrība, Annamaria Rivera, Alessando Rivera MagosCome ho detto, la festa già nel passato conteneva potenzialmente quei tratti che oggi la caratterizzano. D’altra parte, perché scandalizzarci se essa si è mercificata e involgarita e se l’isola è stata devastata dal turismo di massa, dall’industria alberghiera, da una modernizzazione sfrenata? Sono processi che riguardano molte altre aree: si possono trovare in Italia come in Spagna, in Grecia come in Portogallo…Forse, in fondo, la nostra delusione ha a che fare anche con un certo esotismo: ci aspettiamo che gli “altri” restino fedeli a un modello ideale di cultura e ambiente “incontaminati”. Però è vero che quando i modelli della modernità vengono importati e/o imposti senza alcun filtro, in contesti dove prevalevano assetti, strutture e modelli tradizionali, allora trionfa l’eccesso e la parodia mostruosa della modernità. Non bisogna andare troppo lontano: basta pensare alla Calabria…Non voglio dire che dobbiamo rassegnarci alla devastazione ambientale e culturale, ma che la dobbiamo misurare, ovunque, con lo stesso metro. Certo, non era ineluttabile che Gerba fosse travolta da un processo di sviluppo così devastante: una politica del territorio più consapevole, critica, oculata avrebbe potuto imporre dei limiti e dei freni… Sì, è molto alto il rischio che la cultura ibadita e quella ebraica siano mortificate o cancellate da questi processi di modernizzazione e omologazione: per esempio, si lasciano andare in malora le belle e sobrie moschee ibadite in favore della ristrutturazione o della costruzione di banali moschee di stile malekita, col minareto alto, adornato da luci al neon. Non so dire se questo abbia a che fare con tendenza a screditare la cultura ibadita (sospettata, in tempi recenti,, di contiguità con l’islamismo…).


Alessando Rivera Magos
(17/06/2009)