Tunisia, transizione democratica difficile | Yassin Temlali
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Yassin Temlali   
Tunisia, transizione democratica difficile | Yassin Temlali
Il presidente ad interim Mebazaa
Sono rari i segnali di un cambiamento politico radicale che farebbe della caduta di Ben Ali l’inizio di un’epoca nuova. Il Paese è governato da un simbolo del partito ufficiale, Foued Mebazaa, che non più tardi del novembre 2010 pregava Ben Ali di candidarsi alle presidenziali del 2014. Il primo ministro Mohamed Ghannouchi è dello stesso governo che in queste ultime settimane ha represso le manifestazioni e anche se è presentato come un semplice “tecnocrate”, la sua immagine non può essere dissociata da quella dello Stato-RCD. Le elezioni presidenziali annunciate tra due mesi, saranno organizzate da questi due uomini che hanno alle spalle l’appartenenza a un regime massicciamente rifiutato durante un mese di rivolta. I manifestanti arrestati dopo il 18 dicembre 2010 sono stati liberati ma alcuni militanti politici sono ancora dietro le sbarre, come Amar Amroussia, un dirigente del PCOT, il giornalista Fahem Boukeddous e Hassan Ben Abdallah, leader della contestazione popolare del Bacino minerario di Gafsa (gennaio-giugno 2008). L’esercito, presentato come “neutrale”, sembra determinato ad assicurare la continuità del sistema riordinandolo. Mentre fa arrestare i precedenti ministri dell’Interno dall’altra offre la sua protezione ad altri responsabili non meno coinvolti nelle angherie poliziesche di questi ultimi 23 anni. Il “modello tunisino”, celebrato dalla FMI e dalla Banca mondiale e il cui fallimento è stato magistralmente dimostrato, non viene messo in discussione. Si è già quasi dimenticato che il fuoco della rivolta che ha provocato la caduta di uno dei più antichi despoti della regione si è accesa nella parte del paese derelitto, marginalizzato da un sistema politico molto dipendente dall’economia europea. Solo la corruzione viene denunciata e solo Ben Ali e la sua famiglia sono additati alla vendetta popolare, come se il saccheggio delle risorse tunisine fosse opera di un pugno di uomini e donne e che nessuno del Partito-Stato non avesse approfittato della loro elargizione o protezione.

Governo di unione nazionale
L’opposizione affronta questo nuovo contesto diviso in due campi. Il primo raccoglie i sostenitori di una transizione dolce che porterebbe a un governo di coalizione. Comprende il Partito democratico progressista (PDP di Mohamed Nedjib Chebbi, il Forum democratico per il lavoro e le libertà (FDTL) di Mustapha Ben Djaafeer et El Tajdid (il vecchio Partito comunista). Le prime due personalità hanno in comune di non essersi candidati alle presidenziali attraverso una legge elettorale che pretendeva da loro il sostegno preliminare alla loro candidatura di decine di eletti. Quanto a Ahmed Brahim, ha affrontato Ben Ali alle elezioni del 2009 e naturalmente non ha avuto nessuna chance se non quella di ottenere l’1,57% dei voti espressi. I tre uomini hanno tuttavia dei percorsi contrastanti. Chebbi è espressione della sinistra radicale, più precisamente dell’organizzazione maoista El Amel El Tounsi (Il Lavoratore tunisino) da cui è nato il Partito comunista operaio tunisino (PCOT). Djaafer è un vecchio militante del Partito socialista (antenato di RCD, Rassemblement costituzionale democratico), che ha lasciato prima di creare, con altri dissidenti, il Movimento dei democratici socialisti (MDS) nel 1978 e il FDTL nel 1994.

…..Assemblea costituente
Il secondo campo considera una vera transizione quella che passa per lo “smantellamento del sistema Ben Ali” e l’elezione di una assemblea costituente che redigerebbe una nuova Costituzione. Comprende il PCOT e il movimento islamista El Nahda, che non respinge l’opzione di un governo di unità (Habib El Louz, Al Djazira, 16 gennaio 2011) se non viene guidato da uno dei simboli di RCD come l’attuale Primo ministro. Questa posizione è condivisa dai militanti democratici, ad esempio da Sihem Ben Sedrine, del Consiglio nazionale per le libertà (CNLT). Il Congresso per la Repubblica (CPR) del vecchio presidente della Lega tunisina dei diritti dell’uomo, Moncef Merzouki, sembrerebbe vicino alle posizioni radicali dei suoi vecchi partner nell’ambito del “Fronte democratico del 18 ottobre”. Come i responsabili di El Nahda, accetta l’idea di un governo di unità nazionale ma non nel quadro del sistema-RCD (El Watan, 16 gennaio 2011),

PDP e El Tajdid: il preambolo di un’amnistia generale
Tunisia, transizione democratica difficile | Yassin Temlali
Il primo Ministro Ghannouchi
Non è certo privo di significato che la prima fazione sia composta da partiti riconosciuti (il PDP dopo il 1988, il FDTL dopo il 2002 e El Tajdid dopo il 1981, sotto il nome di Partito comunista tunisino) che sperano di essere considerati dai posteri come gli artigiani della transizione sperimentando l’esperienza della gestione pubblica. Questi partiti non considerano l’attuale quadro costituzionale completamente inadeguato per innescare un mutamento democratico e considerano l’attuale Primo ministro Ghanouchi come una “persona non corrotta” (Attia Athmouni, dell’ufficio politico del PDP “Le Journal du Dimanche”, 16 gennaio 2011). Condizionano la loro partecipazione a un governo di unità nazionale a un’amnistia generale e al riconoscimento di chi “ha già fatto ricorso senza ottenerlo” (questo potrebbe escludere El Nahda). Essi certo invocano il rifacimento dell’arsenale giuridico ereditato dall’era Ben Ali (legge elettorale, ecc.), ma non pensano a un quadro istituzionale completamente nuovo. Quanto alla seconda fazione, essa è composta da partiti che non solo hanno subito pesanti restrizioni alla loro attività (PDP, El Tajdid), ma la negazione pura e semplice del loro diritto all’esistenza e temono che questa ingiustizia perduri ancora.
Il PCOT e El Nahda attirano l’attenzione sul fatto che la Costituzione tunisina è stata tagliata su misura per i due soli presidenti che hanno governato il paese dopo la sua indipendenza, circa 55 anni fa. Essi ricordano che il 7 novembre 1987, Ben Ali ha fatto all’opposizione delle promesse di apertura prima di riservargli una repressione impietosa.

Un’altra linea condivisa: la legalizzazione di El Nahda
Un’altra linea condivisa potrebbe coinvolgere l’opposizione e separare i sostenitori della legalizzazione della corrente islamista dai suoi avversari. A priori, il PDP, il PCOT e il CPR (i due ultimi essi stessi illegali) non vedrebbero di cattivo occhio la legalizzazione di El Nahda, ma non è il caso di altre forze, come El Tajdid, contrario all’idea di dare una legittimità politica a dei movimenti religiosi. Le posizioni del vecchio Partito comunista su questo aspetto si avvale del sostegno di altri gruppi (non riconosciuti) come il Partito socialista di sinistra (scisso da PCOT), che sono stati suoi alleati in seno all’Iniziativa democratica (presidenziali 2009). Essi potrebbero essere sostenuti dalle associazioni che temono che la legalizzazione di El Nahda annunci la fine della laicità specifica tunisina e la messa in causa dei diritti delle donne. Il regime ritoccato di Foued Mebazaa potrebbe, da parte sua, agitare lo spettro della presa del potere da parte degli islamisti, per convincere le grandi potenze a ratificare il cambiamento controllato annunciato e dividere l’opposizione come è riuscito Ben Ali dopo il colpo di Stato del 7 novembre 1987.

Yassin Temlali
Articolo pubblicato il 16 gennaio 2011 sul sito “Maghreb Emergent”
Traduzione di Stefanella Campana



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