Emergenza | Jalel El gharbi
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Emergenza | Jalel El gharbi

Dal 20 febbraio, Ras Jedir e Dhiba, punti di passaggio tra Tunisia e Libia, hanno un’affluenza di profughi mai vista prima: oltre 110mila rifugiati di ogni nazionalità, ma soprattutto egiziani.
Ventimila tunisini sono stati rimpatriati in condizioni difficili. La maggior parte di loro ha dovuto passare qualche giorno all’aeroporto di Tripoli nella precarietà più totale. Alcuni si sono lamentati di aver avuto l’offerta di comprare biglietti aerei a 260 dinari (130 euro), al posto del costo abituale di 160 dinari (82 euro). Duramente criticata, la compagnia aerea Tunis Air ha dovuto rimpatriare tutti i tunisini che chiedevano di rientrare nel paese anche senza il titolo di viaggio.
Il paese, già segnato dal rovesciamento di Ben Ali, si trova davanti al rischio di una catastrofe umanitaria. I tunisini si erano ben preparati ad accogliere i rifugiati egiziani e libici. Autorità e cittadini hanno dato prova di una solidarietà esemplare nei confronti dei rifugiati. Gli abitanti dei villaggi di frontiera non hanno esitato ad accogliere uomini, donne e bambini in fuga dall’inferno del colonnello Gheddafi e dei suoi fedelissimi.
La gente ha accolto i profughi, ma la popolazione è stata sommersa dall’arrivo massiccio di decine di migliaia di egiziani. Questi ultimi sono stati molto sorpresi dell’accoglienza ricevuta in Tunisia perché i miliziani che sostengono il colonnello in Libia avevano fatto loro credere il peggio. Le autorità egiziane tardano a rimpatriare i loro concittadini, e questo crea molti disagi.
Le tende allestite non sono più sufficienti e migliaia di persone sono costrette a dormire all’aria aperta con un freddo glaciale. Intanto la Tunisia continua ad accogliere anche rifugiati senza documenti, a fornisce loro assistenza medica, cibo e cure. Alcuni arrivano alla frontiera spossati, malati o depressi. Gli ospedali di campagna organizzati dall’esercito e dalle ONG se ne stanno occupando.
Ma i più frustrati sono forse i tunisini stessi. Si erano preparati ad accogliere i feriti libici ma l’esercito ancora fedele a Gheddafi ha impedito che questi raggiungessero la Tunisia. Invano la Croce rossa tunisina e le ONG presenti a Ras Jedir hanno reclamato l’apertura di un “corridoio umanitario”.
Per quanto riguarda la distribuzione di aiuti umanitari, le cose sembrano più semplici. Non ci sono grandi difficoltà a indirizzare verso la Libia gli aiuti che arrivano con i convogli da tutta la Tunisia, anche dalle zone più povere. Ma non sono sufficienti. E la situazione minaccia di peggiorare. Sono già stati registrati casi di malattie (non si parla ancora di epidemia) e un decesso per crisi cardiaca (contro tre nascite).
I rifugiati egiziani si ammucchiano ancora in campi di fortuna o all’aeroporto di Djerba. La situazione dei bengalesi, che non hanno nessuna rappresentanza diplomatica nel paese, sembra più grave. Ma più critica ancora è la condizione dei cittadini sub-sahariani, vittime di una vera caccia all’uomo in Libia perché accusati spesso di essere mercenari del colonnello.
Finora, la comunità internazionale si è mostrata sensibile a questa urgenza umanitaria, e numerosi paesi hanno offerto il loro sostegno logistico: Stati Uniti, Germania, Francia, Spagna, Italia.
L’afflusso dei rifugiati si è fermato negli ultimi due giorni, ma le previsioni non sono buone. L’esercito fedele a Gheddafi impedisce a molte persone in fuga dalla Libia di raggiungere la Tunisia. E si teme che, con l’intensificarsi del conflitto nel paese, il flusso dei rifugiati sia destinato ad aumentare.

Jalel El gharbi
Traduzione dal francese di Federica Araco
(05/03/2011)

 

 

 


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