Tunisi, diversità culturale e emancipazione | Jalel El Gharbi
Tunisi, diversità culturale e emancipazione Stampa
Jalel El Gharbi   
Proseguono le inchieste per Arco Latino sulle città del Mediterraneo. Questa volta sulla sponda Sud, coinvolta dalla "primavera per la democrazia". I servizi giornalistici raccontano Tunisi e Tanger i , due città con una ricca e antica storia e ora attraversate dai nuovi cambiamenti sociali, economici e politici.


Tunisi, diversità culturale e emancipazione | Jalel El Gharbi
I giovani si riappropriano della bandiera nel cuore di Tunisi

Ci sono poche possibilità che il primo articolo della Costituzione tunisina promulgata nel 1956 venga emendata. Verosimilmente verrà ripresa tale e quale: “La Tunisia è uno stato libero, indipendente e sovrano. L’Islam è la sua religione, l’arabo la sua lingua e la repubblica il suo regime”. La Tunisia non è un paese cosmopolita. I Tunisini sono al 98% musulmani sunniti di cui l’85% di rito malikita, contro il 3% di hanafiti e ibadhiti. Il restante 2% sono ebrei e cristiani. La società tunisina non è una società cosmopolita ma è sempre stata aperta, tollerante. Nonostante le comunità non musulmane siano minoritarie, esse occupano un posto importante nella cultura del Paese. Esse sono soprattutto la prova che dopo i grandi riformatori, la Tunisia ha optato per un modello che separa Stato e religione. Storicamente, la comunità ebrea è la più importante in Tunisia. La questione palestinese ha pesato molto sulle relazioni con la comunità ebraica. Tuttavia la stragrande maggioranza dei Tunisini riesce a conciliare il suo sostegno indefesso ai palestinesi e le relazioni, senza alcuna tensione, con gli ebrei tunisini considerati piuttosto Tunisini ebrei.
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Sui muri de Tunis: l'arte invade la strada
Ma il sogno di una coesione tra comunità, questo desiderio di una società plurale è fortemente segnata dal ricordo. Molto spesso questo modello pluriculturale viene evocato sull’onda della nostalgia. L’età d’oro è sempre legata al ricordo e si alimenta della memoria.
L’ultima età dell’oro della comunità ebraica in Tunisia va dal 1950 al 1967. Il personaggio più importante di questo periodo è senza dubbio Georges Adda (1916-2008). Uomo politico e sindacalista della prima ora, membro del PCT fin dal 1934, che subirà tutte le forme di repressione coloniale, dalla residenza sorvegliata fino alla deportazione e passando per la prigione.
Si fa notare per le sue posizioni pro-palestinesi dettate dalle sue convinzioni comuniste. Georges Adda si presentava come ebreo antisionista. Nell’aprile 2006 firma un testo che si può leggere come un vero manifesto dell’ebraismo in Tunisia. Così inizia: “Come sapete, io vengo da lontano, da un piccolo paese che ha conosciuto di volta in volta le occupazioni, le distruzioni, il mescolamento delle civiltà, le conversioni volontarie o imposte e le resurrezioni. I Berberi, i miei antenati, hanno conosciuti i Fenici, i Romani, i Vandali, gli Arabi, i Normanni, i Turchi e i Francesi che successivamente hanno occupato il mio paese e dominato il mio popolo, divenuti realmente indipendenti e sovrani soltanto da mezzo secolo, cinquant’anni fa. Alcuni di questi Berberi, miei antenati, hanno lasciato il paganesimo per convertirsi alla legge di Mosè e i loro figli hanno saputo resistere alle vessazioni dei nuovi cristiani poi a quelle dei soldati di Okba Ibn Nafaa. Osservando le loro tradizioni, costumi, cucina, musica, essi hanno adattato la lingua araba che è diventata la lingua di tutti. Così la Tunisia è il mio paese e il popolo tunisino è il mio popolo, ma le mie convinzioni filosofiche non sono quelle di mia madre e di mio padre. Tutte le donne e tutti gli uomini di tutti i paesi schiacciati dalle ingiustizie politiche e sociali praticate dai loro governanti o dagli occupanti stranieri sono mie sorelle e miei fratelli e godono della mia piena solidarietà”.
Eppure, questa icona del comunismo tunisino resta una figura solitaria. Si sente persino dire che egli costituisce il modello di ebreo perseguitato ripetendo quello che si vorrebbe fosse detto da lui. Un proposito riduttivo forse perché non si può dar conto di una persona così importante. Ora riposa a Borgel, nel cimitero ebreo di Tunisi.
L’opinione di Georges Adda non è molto condivisa. Agli antipodi si troverà ad esempio l’opera di Albert Naccache “Contro Israele. Dall’amore della Palestina all’odio degli Ebrei”. Albert Naccache è vissuto in Tunisia fino al 1961. Giornalista e scrittore è l’autore di un saggio organizzato in tre tempi: pro-palestinese, anti-israeliano, anti-semita. Nel libro egli analizza il tema anti-israeliano e attraverso questo sillogismo, mostra il carattere antisemita.
Ma è attraverso un’altra opera che Albert Naccache è più vicino a Tunisi, più poetico. Si tratta di un testo dal taglio autobiografico “Le rose dell’Ariana” dove la storia personale si mescola con la storia collettiva. E’ una tenera rievocazione di un periodo di sfarzo dove vivere era una somma di piccole felicità, come quelle che si possono leggere dalla penna di Albert Memmi. Spesso l’evocazione di questo periodo fatto di tolleranza, o meglio ancora, di convivialità è centrato sul culinario, sul gustativo. E’ vero che la cucina tunisina è multiculturale: è un crogiolo in cui si può leggere la storia armoniosa del Paese. A ben riflettere, l’oggetto di questa nostalgia, è l’arte di vivere e, a volte, l’arte e basta.
La canzone tunisina per molto tempo è stata segnata dai pionieri della confessione ebraica. Questa arte trova la sua più bella espressione con Habiba Msika (1903-1930) che oltre alla sua qualità di cantante era un’attrice di talento che aveva interpretato quasi tutto il repertorio shakespeariano. Percorse una carriera brillante. Ma la storia registrerà, più che le canzoni, il ricordo di una donna fatale, di cui tutta Tunisi era innamorata. Durante un viaggio a Parigi, incontra Picasso e Coco
Chanel e li seduce entrambi. Ha come amante il ministro del Segretariato del Bey, poi il principe Fouad d’Egitto. Incontra il ricchissimo Eliahou Mimouni, originario di Testour che le fece costruire un palazzo ma lo lascia per un amico d’infanzia, Mondher Meherzi. Folle d’amore e di rabbia, Eliahou Mimouni fa irruzione nell’appartamento di Habiba Msika, la cosparge di benzina e la brucia. Il giorno dopo morirà per le bruciature. Oggi riposa al Borgel. Un film perpetua il suo ricordo “La danza del fuoco” di Selma Baccar.
Per la canzone, non si può non evocare Cheikh Afrit il cui vero nome è Issim Israel Rozzio (1897-1939). Di padre marocchino e di madre libanese, scelse di vivere a Tunisi, sua città natale dove trascorse un’infanzia molto povera. Lascerà qualcosa come 500 canzoni che parlano di amori contrastati, di desideri maliziosi, il trascorrere inesorabile del tempo e l’insostenibile solitudine dell’essere. Oggi riposa a Borgel. Il suo repertorio è ancora sentito in Tunisia e a Parisi tra i Tunisini. C’è una parola che esprime quest’arte di vivere, il “kif” che Albert Memmi definisce così: “Il Kif è uno stato dell’anima. Una sedia all’ombra alla fine della siesta, quando il caldo impercettibilmente si trasforma in frescura; il crepuscolo, in cui lentamente i colori si trasformano nella notte. Un uomo vecchio seduto sulla terrazza bianca del caffè del Faro davanti al mare immenso che ritroverò alla sera allo stesso posto: gioisce dell’infinito o è già al di là dei piaceri? Il kif è questo altrove?”
Il kif è uno stato d’impassibilità a ciò che agita il mondo, raddoppiato da una sensibilità affilata da un elenco di piaceri: il caffè, un bicchiere di Boukha, il canto di un uccello, una rosa, un mazzo di gelsomino. Non è il far niente, ma il fare niente è una delle condizioni. Generalmente il kif richiede la solitudine. Potrebbe essere avvicinato all’atarassia epicurea. Ma la prima risorsa del kif è la cannabis o tutto quello che può sostituirlo e creare lo stesso letargo. Nella sua unica raccolta di poesia “Le Mirliton du Ciel” elenca i piaceri del kif: “l’hashish, un garofano all’orecchio, il liuto, la siesta, il caffè, i bagni a Dermech”. Il kif è l’ebbrezza trovata in qualunque modo, è il senso di un mondo insensato. Ed è soprattutto la nostalgia.

Nostalgia per l’età d’oro della multiculturalità
Questa nostalgia per l’età d’oro della multiculturalità non è appannaggio dei Tunisini di confessione ebraica. Per la maggioranza dei Tunisini, la partenza massiccia degli ebrei dopo il 1967 è stata mal vissuta. E’ come se fossero stati privati di quella loro parte di alterità dopo migliaia di anni. Questo sentimento è illustrato nel film “Un’estate a la Goulette” di Férid Boughedir, realizzato nel 1996. Si tratta di una coproduzione franco-belga-tunisina. Gli avvenimenti si svolgono nel 1966. Tre amici, Youssef, controllore sul TGM, musulmano, Jojo il re del brik all’uovo, ebreo e Giuseppe, pescatore siciliano di religione cattolica, hanno tre figlie che decidono di perdere la loro verginità prima del 15 agosto, ciascuna con un giovane di un’altra religione. Ma la guerra dei “sei giorni” mette fine al progetto di métissage. Con questa guerra è come se un progetto abortisse, come se un sogno si trasformasse in incubo. Molti Tunisini dovettero lasciare il paese, scegliendo spesso la Francia piuttosto che Israele. L’attaccamento di questa comunità al paese non è mai stato smentito. La sua espressione più poetica è senza dubbio quella di Albert Memmi che oggi vive a Parigi. Molto rispettato a Tunisi dove viene spesso accolto e dove le sue opere sono spesso oggetto di studi universitari, Memmi è molto diverso da un Georges Adda o da un Gilbert Naccache. Egli ha scelto di non opporsi mai a chi ha il potere. Non ha mai turbato né si è fatto turbare dal Bey, da Bourghiba, da Ben Ali. Forse perché considera la letteratura al di sopra di tutto, forse per cercare di risparmiarsi dal furore di questi tre regni.
All’Università di Tunisi, la Manouba, un gruppo di ricercatori “Storia e memoria” s’interessa alla storia delle comunità in Tunisia, quella ebrea ma anche quella italiana, maltese…Va detto che nell’epoca coloniale, la popolazione italiana che viveva in Tunisia non contava più di 100 mila persone che avevano più contatti con i Tunisini che con i Francesi. E’ questa comunità che ha visto la nascita di Claudia Cardinale e del poeta Mario Scalesi. Michel Augugliro, nato nel 1937 in Tunisia, rappresenta la terza generazione di siciliani. Nel 2008 ha pubblicato a Tunisi “La partenza. Saga di una famiglia siciliana in Tunisia”. Ecco come l’autore presenta il suo libro: ”Racconto la storia dell’emigrazione dei contadini siciliani nel 1881 in Tunisia. Questa storia familiare, che potrebbe essere la mia, si svolge dopo la partenza dei miei nonni da Trapani nel 1956. Ho scritto per mantenere la memoria in modo romanzato dell’avventura di tutti quelli che hanno partecipato in quell’epoca alla storia della Tunisia. Nostalgia certo, ma anche amore per questo paese che ci ha tutti segnati a diversi livelli. La mia infanzia è rimasta nel mais, a Hadjeb El Aioun, la mia adolescenza a Menzel Temime, i miei primi amori a Biserta….”
Da notare che le due date che comportano questo passaggio sono quelle della colonizzazione e dell’indipendenza della Tunisia. Pertanto una comunità italiana continua a vivere in Tunisia. Dal marzo 1956 pubblica, grazie all’editore Finzi, “Il Corriere di Tunisi” pubblicazione molto ben considerata a Tunisi, la cui fondazione risale al 1829, il solo giornale italofono del mondo arabo, ora accessibile su Internet.

L’influenza italiana e francese
L’influenza italiana è ancora visibile nell’architettura della città di Tunisi e soprattutto nel dialetto tunisino che, contrariamente a quello che si pensa, è mescolato con parole italiane più che con quelle francesi. La presenza di questa comunità non si limita dunque all’epoca coloniale come per esempio nel caso della presenza maltese. Il destino di questa comunità merita di soffermarsi: un decreto dell’8 novembre 1921 accordava la nazionalità francese a persone britanniche della terza generazione. I Maltesi coinvolti in questa decisione furono chiamati “Francesi dell’8 Novembre”. Francesi loro malgrado, furono i parenti poveri della Francia. All’indipendenza della Tunisia, si rifiutarono di prendere la nazionalità tunisina e raggiunsero la Francia. Non potevano rientrare a Malta perché una legge maltese del 1948 vietava ai cittadini nati all’estero di stabilirsi nell’arcipelago già troppo popolato. Un’opera spiega la storia dei Maltesi della Tunisia “La strada dei Maltesi. La vita della comunità maltese in Tunisia” di Marc Donato. Si potrebbe ugualmente citare il romanzo di Claude Rizzo intitolato: “I Maltesi di Bab el-Khadra. Nato a Tunisi nel 1943, Claude Rizzo appartiene a una famiglia installata a Tunisi da quattro generazioni, quindi prima della colonizzazione.
Tunisi, diversità culturale e emancipazione | Jalel El GharbiQuanto ai francesi, non è raro incontrarli nelle strade di Biserta, di Tindja, d’Ezzahra o altrove alla ricerca di ricordi d’infanzia e di ricordi che hanno sentito raccontare. Pellegrini del ricordo con un atteggiamento emozionato sono sempre ben accolti.
Michel Giliberti, artista, pittore e romanziere, nato nel 1950 a Ferryville (l’atuale Menzel Bourghiba) ritorna spesso ai luoghi della sua infanzia che evoca con tono nostalgico: “Il Sefsari, questo velo tunisino di cotone, di seta o lino, è uno dei miei ricordi più cari della mia infanzia. Incontrare per le strade delle donne anziane che lo indossano ancora mi emoziona moltissimo. Ciascuna di loro fa rinascere gli anni della mia gioventù, al punto che la seguo finchè non sparisce ai miei occhi. A volte i nostri sguardi di incontrano facendo vibrare le nostre rispettive memorie: il mio rivela che l’amo, la rispetto. Il suo….che conosce la storia. In quei momenti ci si comprende. Molte di queste donne hanno avuto un bimbo francese incollato a loro e molti dei Francesi di quest’epoca sono un po’ orfani di queste donne pazienti che sapevano di “Helba”, una spezia che continua a seguirmi dal momento in cui sono in Tunisia. Come la sento nell’aria, commino come avessi un radar e ritrovo quello o quella che ne è impregnato. Sefsari et Helba…..ecco la chiave dei ricordi.”
Per Michel Giliberti, l’evocazione della Tunisia è prima di tutto l’evocazione dell’infanzia. Qui, la nostalgia per lo spazio si coniuga con la nostalgia per un’epoca. La nostalgia è tanto più pungente quando inesorabilmente legata ai ritorni nei luoghi dell’infanzia per ritrovarla. Qui, è legata a “Helba” piuttosto che al fieno.
Dopo la rivoluzione del 14 gennaio 2011 a cui la comunità ebraica ha contribuito tanto quanto gli altri cittadini, come all’indomani di tutte le rivoluzioni si pongono le questioni dell’identità, della storia e dei rischi che comporta il cambiamento. Qualche giorno dopo la rivoluzione, alcuni hanno gridato slogan razzisti davanti alla sinagoga di Tunisi. L’atto non è isolato. Il 2 febbraio si deplorava un attacco contro una sinagoga a Gabès. La voce corre su quanto avvenuto il 13 febbraio: due bulldozer hanno distrutto la moschea di Sidi El Bahri, monumento tricentenario al posto del quale si cerca di costruire un’altra moschea. L’accaduto ha niente a che fare con un atto antimusulmano. Ma la voce che arriva a Tunisi parla di una moschea distrutta da sconosciuti.

La paura dell’integralismo
I Tunisini hanno temuto il peggio: Marek Rybinsky, 34 anni, prete della comunità salesiana che lavorava in una scuola a La Manouba è stato trovato sgozzato il 18 febbraio. La scuola aveva ricevuto una lettera confusa comprendente dei propositi razzisti, confondendo ebrei e cristiani, e una domanda di riscatto il cui montante non era fissato. Due giorni dopo la polizia arrestava l’autore del crimine. L’emozione è stata grande sia nella comunità cristiana di Tunisi sia tra tutta la popolazione del paese. Il 28 febbraio, nella cattedrale di Tunisi l’arcivescovo di Tunisi, Mons. Marun Lahham Elias, ha celebrato le esequie del prete assassinato. La cattedrale era affollata e c’erano senza dubbio più musulmani che cristiani. I Tunisini avevano capito molto in fretta che era in discussione soprattutto la loro rivoluzione, quella che ha cancellato tutte le differenze tra Tunisini. Un piano di destabilizzazione portato dai cacichi del potere, nutrendosi di odio, cercava di convertire le varie differenze in fonte di conflitto. Più semplicemente, si trattava di gettare zizzania nel paese. Aizzare i musulmani contro gli ebrei, gli abitanti dell’interno contro quelli della costa, i laici contro i religiosi e persino le tribù le une contro le altre non è che una tattica che mira a far abortire la rivoluzione.
Si tratta di nutrire la paura dell’altro. Una delle paure che ha prevalso di più in Tunisia è senza dubbio quella di vedere il paese sommerso dall’integralismo. Questa paura è stata esageratamente nutrita poiché se è vero che la Tunisia non ha mai conosciuto un grande fervore religioso, nondimeno gli integralisti - in quanto corrente politica – non hanno i favori dei Tunisini, più preoccupati del benessere sociale, del progresso economico che dei discorsi pii. Oggi, persino gli integralisti sono obbligati ad allentare la morsa. E’ per questo che Cheikh Ghanouchi, leader del movimento Nahda, il cui ritorno dall’esilio dorato a Londra ha suscitato grandi apprensioni, è obbligato a temperare i suoi precedenti ardori. Ora si dichiara partigiano di una democrazia alla turca.

La parità
Le donne si organizzano per difendere i diritti del Codice dello Statuto Personale, promulgato nel 1956, che ha decretato l’uguaglianza tra donne e uomini. Per molte donne democratiche è persino necessario emendare il CSP per la parità nell’eredità.
La forza del CSP, è di essere un testo progressista che si avvale di una lettura moderna dei testi religiosi che non contraddice proibendo la poligamia. Ora, per l’eredità, il testo coranico è esplicito e non può essere piegato nel senso della parità. Per alcuni, la questione è simbolica. La prescrizione coranica non proibisce di dare lo stesso lascito nel testamento ai figli, maschio o femmina.

Nel ribollimento attuale che vive la Tunisia, non si contano più le iniziative dei cittadini. Uno degli interventi più notevoli è senza dubbio quello di Gilbert Naccache che, durante un meeting della sinistra tunisina, ha dato prova di una eccezionale lucidità politica, attirando l’attenzione di tutti – e soprattutto dell’estrema sinistra – sui suoi errori. Gilbert Naccache è una figura storica dell’opposizione in Tunisia. E’ uno dei protagonisti principali della primavera di Tunisi (marzo 1968, qualche mese prima della primavera parigina). Il suo impegno politico nell’ambito del gruppo “Perspectives” gli è valso l’arresto nel marzo 1968 per essere liberato solo undici anni più tardi. In prigione scrive clandestinamente “Cristal” (così intitolato a causa della carta del pacchetto di sigarette Cristal su cui ha scritto). Gilbert Naccache ha pubblicato anche “Il cielo sopra il tetto”
e “Dici che cosa hai fatto della tua gioventù. Itinerario di un oppositore al regime di Bourghiba. Seguito delle recite di prigione” .

Il ritorno del burghibismo
Tunisi, diversità culturale e emancipazione | Jalel El GharbiSembra che la Tunisia stia per riconciliarsi con alcuni aspetti della sua storia recente. Un’altra figura è a un passo dalla riabilitazione: Habib Burghiba (1903-2000), definito il padre della nazione moderna è stato per molto tempo relegato in secondo piano dal regime di Ben Ali che sembrava di temerlo persino dopo la sua morte. A Monastir, la sua città natale, e a Tunisi ci si prepara già per commemorare con fasto e dignità l’anniversario della sua scomparsa il 6 aprile. Per tutti i Tunisini Burghiba è un modello di probità e d’integrità ma anche di apertura. Dei passaggi del romanzo di Zine Elabidine Chérif “”Gli eredi infedeli” gli rendono omaggio.
Il ritorno del burghibismo trova la sua espressione più éclatante nella nomina del 27 febbraio di Béji Caid Essebsi al posto di Mohamed Ghanouchi, primo ministro costretto a dimettersi sotto la pressione di un implacabile sit-in avendo persino proibito ai ministri l’accesso alla Casbah, luogo dove si trovano i ministeri. Il presidente ad interim fa appello a Béji Caid Essebsi, uno sconosciuto per i giovani, salvo per chi, qualche giorno prima, l’aveva scoperto durante un breve passaggio televisivo nel corso del quale la finezza delle sue analisi ha sorpreso più di una persona. La rivoluzione dei giovani conduce al potere un uomo nato nel 1926 e che s’impone molto presto come l’uomo del momento. Béji Caid Essebsi nato a Sidi Bou Said, periferia pittoresca di Tunisi, appartiene a una famiglia tunisina di origine genovese. Più volte consigliere di Burghiba, direttore della sicurezza nazionale, ministro della difesa e soprattutto ministro degli Esteri, ha conosciuto il suo migliore risultato diplomatico in occasione del voto della risoluzione delle Nazioni Unite in seguito all’aggressione israeliana del 1985 contro la periferia di Tunisi. Egli riuscì a neutralizzare gli USA obbligandoli a non apporre il loro veto a una risoluzione che condanna Israele. Ciò che è stato una prima volta negli annali dell’ONU. Il 4 marzo l’astuto uomo. dà una conferenza stampa. Si qualifica come aderente alla linea di Burghiba, ma sembra più democratico, ha lo stesso carisma ma è più colto. Il suo discorso è arricchito di citazioni letterarie e anche di versetti coranici. Il suo discorso improvvisato seduce. Ha la stoffa di quegli uomini politici il cui discorso vale anche per il non detto. I suoi numerosi riferimenti al Corano sono stati interpretati come delle avances fatte agli integralisti: egli insinuava che conosceva almeno quanto loro il testo coranico e che l’Islam non era loro appannaggio. Questo intervento piacque perché rompeva con il tono univoco di Ben Alì. E’ dunque un uomo vivace, brioso che dice di essere felice e quindi senza ambizioni politiche. Come dire che non ha niente e che non teme nessuno. Quello che nessuno dice è che la prima sconfitta che attende Béji Caid Essebsi non è forse la minaccia che fanno pesare sul paese i cacichi di Ben Ali, né le esigenze di una economia vacillante, nemmeno una eventuale minaccia integralista. Egli deve innanzitutto preservare l’indipendenza del Paese perché i paesi amici, soprattutto quelli che lo erano al tempo di Ben Ali, cominciano a mettere il naso ovunque. Ma il primo ministro sa di essere diversamente più potente di Ben Ali: integro, senza ambizioni anticostituzionali e appoggiato dal popolo, non ha alcun motivo per piegare la schiena di fronte a chiunque. E non ha mancato di farlo intendere. Gli amici della Tunisia dovranno sapere a che cosa attenersi, soprattutto dopo il caso dell’ambasciatore Boris Boillon. I Tunisini non hanno apprezzato il modo poco diplomatico con cui è stato nominato a Tunisi. Nondimeno non hanno apprezzato che Parigi abbia scelto un diplomatico che era in carica a Bagdad. L’avvicinamento tra Tunisi e Bagdad sembrava incongruo. Arrivato fresco a Tunisi ha avuto la sfrontatezza di maltrattare una giovane giornalista tunisina. Questo è bastato per ricordare ai Tunisini l’offerta di assistenza tecnica che fece Michèle Alliot Marie a Ben Ali. Dei manifestanti hanno assalito l’ambasciata di Francia e la sera stessa Boris Boillon si scusava nel modo più inelegante alla Tv. Ma ci vorrà del tempo perché il risentimento contro la Francia venga dimenticato. Il 27 febbraio Michèle Alliot Marie dà le dimissioni. E Boris Boillon dovrebbe fare le valigie. Si fa già il nome d’Yves Marek.

La sfida della Tunisia
Il 23 marzo Béji Caid Essebsi in un’intervista rilasciata in Francia con maestria incrimina l’atteggiamento europeo rispetto alle realtà territoriali: “Attenzione, per noi la Libia non è estero, ma una questione interna. Le stesse famiglie vivono ai due lati della frontiera…..Noi abbiamo accolto più di 160 mila rifugiati in qualche settimana. Non abbiamo gridato all’invasione. Noi abbiamo portato loro soccorso nei limiti dei nostri mezzi. Gli abitanti delle regioni frontaliere li hanno accolti a casa loro. Non ci hanno segnalato un malcontento locale. Voi, in Francia, quando in un momento di crisi, 5 mila tunisini sbarcano a Lampedusa, molto, molto lontano dal vostro paese, voi ci vedete un cataclisma. Marine Le Pen corre a Lampedusa. E’ meglio restare calmi.”
La Tunisia deve affrontare più di una sfida: le rivendicazioni sociali sempre più pressanti, i paesi amici che vorrebbero che il paese, già oberato, contragga dei nuovi debiti, i problemi economici. Ma anche la contro-rivoluzione e tutta una gamma di sabotaggi in una congiuntura sfavorevole.

L’immigrazione clandestina
Questa congiuntura internazionale è resa più delicata dalla recrudescenza dell’immigrazione clandestina. Dopo la rivolta, oltre 15 mila Tunisini sbarcano a Lampedusa. L’Italia, affollata, propone attraverso la voce del ministro dell’Interno Roberto Maroni di utilizzare dei poliziotti italiani in Tunisia. La Tunisia respinge fermamente questa proposta in cui vede una minaccia alla sua indipendenza. La Francia ci aveva proposto dei poliziotti prima della caduta di Ben Ali, l’Italia dopo e si può ironizzare. Il ministro italiano moltiplica le dichiarazioni che arrivano a Tunisi dove non riescono a bloccare il flusso migratorio. Al contrario, i discorsi allarmisti di un ministro dell’Interno aumentano l’inquietudine in Italia e in Tunisia incitano persino a emigrare. Roberto Maroni sembra rimpiangere Ben Ali quando egli evoca “lo sfascio del sistema tunisino” e un “Maghreb che sta esplodendo”. Al termine di una visita di una giornata, il ministro dell’Interno italiano, accompagnato dal ministro degli Esteri, ha potuto constatare che il sistema tunisino non è crollato. I due ministri hanno proposto un aiuto mirato a rilanciare l’economia e soprattutto a controllare le frontiere tunisine, ciò che poi è stato confermato nella visita successiva anche dal premier Berlusconi.
I Tunisini constatano che la rivoluzione non è la democrazia e ancora meno lo sviluppo. Non basta cacciare Ben Ali per risolvere i problemi del paese. E’ per questo che i giovani partono in barche di fortuna, rischiando la vita e pagando fino a 1300 euro per raggiungere l’isola più vicina alle coste tunisine. Bisognava aspettarsi quest’onda migratoria che d’altronde considera l’Italia solo una tappa. Per la maggioranza la destinazione finale è la Francia.
Ci si dimentica che tutti i cambiamenti portano a dei flussi migratori. L’Italia ha dovuto accogliere molti Serbi, Albanesi, Croati. La caduta del muro di Berlino è stato seguito da un esodo verso l’Ovest. Gli esempi si potrebbero moltiplicare. A Tunisi si considera sproporzionata la reazione dell’Italia. Ciò che Maroni non ha capito è che la lotta all’immigrazione clandestina non è un problema di guardiacoste, ma di polizia. Questo movimento non è spontaneo. Non si capisce chi ha interesse a incoraggiare questo movimento. Si evoca la responsabilità dei cacichi del regime di Ben Ali e anche la complicità “kadhafiste”, ma quello che è incontestabile è che in Tunisia l’immigrazione clandestina è un commercio fruttuoso. La polizia ha arrestato alcuni capi che hanno tratto profitti enormi da ciò che sembra essere un traffico di esseri umani. In Tunisia si ha coscienza che questo movimento danneggia l’immagine del paese, si deplora che dei concittadini si espongano a una situazione umanamente degradante e si preferisce mettere in evidenza l’immagine di giovani Tunisini che erano a Parigi o a Francoforte e che, dopo la rivoluzione, hanno scelto di rientrare nel loro paese. Di questi non si parla spesso. Per molti Tunisini l’Europa è responsabile: il denaro sottratto dal clan al potere è ancora nelle banche europee. Ben Ali non ha contrastato l’immigrazione, l’ha provocata.
Tunisi non deve fallire. Il paese deve risalire la china. E non si contano le tante iniziative politiche (nella capitale si contano qualcosa come 50 partiti politici) e a volte culturali. Tra le iniziative che stanno nascendo è da segnalare l’associazione Dara el Dhékra (Casa della memoria). Una prima presentazione si è svolta il 13 marzo scorso. L’associazione si propone, attraverso una serie di iniziative culturali puntuali di introdurre nei programmi scolastici l’apporto giudaico alla storia del paese e di aprire il primo museo di arti e tradizioni degli ebrei in Tunisia, anche se nel museo nazionale del Bardo esiste un’ala consacrata alla storia ebraica.
Un’altra azione culturale, questa volta di livello internazionale, è stato il convegno organizzato il 12 marzo dall’Associazione di Vigilanza e d’Impegno per la Rivoluzione Tunisina e la sua Immunità (AVERTI) sul tema “Passioni, poteri e istituzioni” a cui è stato invitato Stéphane Hessel – l’autore di “Indignatevi” andato a ruba. In un intervento interessante ha auspicato che la “rivolta tunisina sia l’inizio di un movimento di liberazione che invada tutta la regione araba e islamica e che questo finisca con l’emancipare il popolo palestinese”.
Ciò che Stéphane Hessel esprime è il desiderio di vedere che la libertà trascenda tutte le differenze.

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Version française

Jalel El Gharbi
(07/04/2011)





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