Rivoluzione, il baby blues della “Tunisian girl” | Nathalie Galesne
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Nathalie Galesne   
Rivoluzione, il baby blues della “Tunisian girl” | Nathalie Galesne
Lina Ben Mhenni (© Federica Araco)
A pochi passi da Piazza della Casbah, luogo simbolo della rivoluzione tunisina, la hall della facoltà di Scienze umane e sociali è in piena ebollizione. Dopo gli eventi che hanno portato alla caduta di Ben Alì, ora conta molti più iscritti del solito.
Lina Ben Mhenni attraversa questa confusione con passo deciso. Assistente d’inglese all’Università di Tunisi, dedicherà la sua giornata agli esami. Frangetta da bambina, sguardo serio, figura esile, a 28 anni questa ragazza è diventata una star della blogosfera magrebina.
“A Tunisian girl”, il suo blog trilingue (in arabo, inglese e francese) che ha aperto molto prima della primavera araba, per denunciare la repressione e la corruzione sotto Ben Alì, ha fatto il giro del mondo durante le sommosse che hanno ritmato la rivoluzione.
“Scrivo con il cuore” spiega “mi siedo davanti al mio computer e scrivo nella lingua che mi viene. Solo quando ero sul campo, a Sidi Bouzid, ho scelto di esprimermi solo in inglese per far passare il messaggio a un maggior numero di persone. Infatti, in quel periodo, ho smesso di usare il mio blog come prima, ho fatto dei reportage, ho raccontato quello che succedeva sul posto: mi sono trasformata in giornalista perché i giornalisti tunisini non facevano il loro lavoro”.
Semplice blogger o giornalista? La frontiera è diventata sempre più impercettibile nei paesi dove la libertà di espressione, di informare ed essere informati è bandita, e dove il giornalismo cittadino ha finito per prendere il sopravvento.
“All’inizio, ho cominciato il mio blog per caso, nel 2007, si chiamava crazy thoughts (pensieri folli). Volevo esprimermi, parlavo di tutto e di niente, raccontavo delle mie serate, dei miei amori, ma scrivevo anche dei problemi sociali che c’erano in Tunisia. Poco a poco ho cominciato a conoscere la blogosfera tunisina, gli altri blogger che organizzavano delle campagne contro la censura. Nel 2008, dopo le rivolte in miniera, abbiamo creato un blog collettivo, Pour Gafsa , che è stato censurato almeno venti volte".

Rivoluzione, il baby blues della “Tunisian girl” | Nathalie Galesne
Lina Ben Mhenni (© Federica Araco)
Con la rivoluzione, Crazy thoughts diventa A Tunisian girl e i media europei sgomitano per intervistare Lina Ben Mhenni. La ragazza, che ha ricevuto il premio per il miglior blog 2011 dalla Deutsche Welle, viaggia continuamente all’estero. Ha anche pubblicato un libro, Tunisian Girl. Blogueuse pour un printemps arabe (Tunisian girl. Blogger per una primavera araba), con Indigène, l’editore di Stéphane Hessel. E non c’è da stupirsi, perché Lina ha l’indignazione a fior di pelle, soprattutto in questa fase così sensibile della transizione democratica tunisina.
Oltre a essere indignata, Lina è anche stanca, addolorata, ansiosa… Ha il baby blues della rivoluzione.“Quello che c’è ora su Facebook o sui blog è davvero di poco conto”, racconta “è paradossale ma prima, ai tempi di Ben Alì, sapevo orientarmi. Ora, sono il rumore e la violenza verbale a prendere il sopravvento. Tutti conoscono l’importanza dei social media. Ci sono gruppi che fanno propaganda e le forze della controrivoluzione che si infiltrano. Sotto la dittatura, scrivevo quello che volevo, ero censurata, certo, ma chi voleva leggermi sapeva come trovarmi aggirando l’ostacolo”.
Oggi, chi scrive con il cuore ne porta il peso sul cuore. Amara, Lina racconta: “Sono obbligata ad autocensurarmi perché a volte quando esprimo la mia opinione ricevo minacce di morte e di violenza. Prima il nemico era chiaro, Ben Alì, la sua super polizia... Ora, invece di avere un unico dittatore, ce ne sono migliaia. In questo periodo c’è tutta una campagna contro di me su Facebook, dopo il mio ultimo viaggio in Francia e la mia comparsa in televisione dove ho parlato di laicità, denunciando il doppio discorso degli islamisti radicali. Sono stata accusata di tutto, di essere cristiana, ebrea, franco-massona, lesbica e drogata, di lavorare per la CIA, per l’FBI e il Mossad. Dopo cinquant’anni di silenzio e di dittatura, possiamo capire questa follia della parola. All’inizio ero sotto choc, ma ora me ne infischio, sono convinta di quello che faccio”.
Questo delirio cospirazionista quasi la diverte. Il suo sguardo diventa meno cupo, sfugge persino qualche risata, che scompare immediatamente. Nel clima torbido che descrive, Lina Ben Mhenni si è dimessa dall’autorità per la riforma dell’informazione e della comunicazione, della quale faceva parte. “Mi sono ritrovata contro tutti i giornalisti che non sopportavano di aver a che fare con una blogger”. Ma il vero problema, insiste, “è organizzare elezioni libere con gli stessi media che c’erano all’epoca di Ben Alì, con gli stessi giornalisti di allora. Infatti, molti giovani hanno proposto progetti ma non hanno ottenuto la licenza, come per esempio Radio Kalima che è obbligata a trasmettere solo sul web perché non è autorizzata ad andare in onda”.

Rivoluzione, il baby blues della “Tunisian girl” | Nathalie GalesneMentre la blogosfera e i media sociali scivolano nella confusione, Lina ha sentito il bisogno di metter per iscritto la testimonianza della sua partecipazione al movimento del cyberattivismo dal 2008. Tunisian Girl. Blogueuse pour un printemps arabe , uscito il 16 giugno in Francia, è già stato tradotto in tedesco e in spagnolo. Prezioso, questo piccolo testo permette di smontare una serie di falsi miti sulla rivoluzione. “Tutti pensano che questa rivoluzione sia scoppiata per caso – racconta la blogger – certamente, c’è stata una goccia che ha fatto traboccare il vaso ma non dobbiamo dimenticare i movimenti sociali nati nel 2008 e tutti gli altri che sono stati soffocati, schiacciati dal regime di Ben Alì; in effetti, sono molti i fattori che hanno permesso la rivoluzione”.
A tre mesi dalle elezioni, il paesaggio politico tunisino resta molto difficile da decifrare. “La situazione è strana, abbiamo 97 partiti. Siamo passati dal partito unico a cento”, spiega Lina, “Io voglio votare perché non l’ho mai fatto in vita mia, ma francamente non so ancora a chi darò il mio voto. Anche i partiti di opposizione a Ben Alì non fanno niente. Non si interessano al popolo. Odio la falsità. Il popolo non è affatto soddisfatto di questo governo che dimentica troppo facilmente che deve accontentarsi di garantire la transizione. Mi riferisco, per esempio, a questo credito che i tunisini dovranno ripagare nel corso degli anni: è assurdo”.
Non è affatto semplice inserirsi in un processo democratico, soprattutto quando si è giovani, autentici e poco inclini ai compromessi. “Sono davvero giù”, confessa Lina “Ma sono anche ottimista: i giovani sono molto consapevoli di tutto quello che succede, bisogna vigilare, continuerò a lottare”.


Nathalie Galesne
Traduzione dal francese di Federica Araco
(01/08/2011)

(1) «Tunisian Girl. Blogueuse pour un printemps arabe», Lina Ben Mhenni, Editions Indigène, 32 p., 3 euros.


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