Elezioni tunisie, prima lettura a caldo | Jalel El Gharbi
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Jalel El Gharbi   
Nel paese c’erano ovunque file d’attesa impressionanti. Ma molti tunisini si sono molto presto. Già si denunciano irregolarità in molte circoscrizioni. Sembra quasi che ci sia un tacito accordo per salvare la reputazione alla prima esperienza democratica del paese. È come se tutti avessero interesse a chiudere gli occhi su quello che potrebbe contaminare queste elezioni, sia l’Istanza Superiore Indipendente per le Elezioni (ISIE) che gli osservatori europei. Nessuno vuol vedere le prove filmate delle numerose infrazioni dei membri di Ennahda. Questa è senza dubbio la scelta migliore per mantenere la pace sociale e per il futuro politico di un partito che ha avuto la benedizione degli Stati Uniti.

Elezioni tunisie, prima lettura a caldo | Jalel El Gharbi

I risultati, proclamati ufficialmente solo nel pomeriggio di mercoledì 26 ottobre, sollevano già molte osservazioni.
Come previsto, Ennahda ha ottenuto il 40 per cento dei seggi. Il movimento islamista era quotato intorno al 20-30 per cento mentre voci interne al partito parlavano addirittura di un 50 per cento. E in effetti questo risultato è stato ottenuto grazie ai voti dei tunisini che vivono all’estero. Dunque, possiamo dire che la marea islamista non c’è stata, nonostante il populismo del partito Ennahda che ha approfittato del malcontento suscitato dalla proiezione del film iraniano Persepolis, del sostegno di Al Jazeera e dell’enorme disponibilità finanziaria, senza parlare delle incontestabili irregolarità elettorali.

Ma dobbiamo anche riconoscere che il partito Ennahda ha dimostrato di aver inquadrato il paese molto bene, se non addirittura meglio del vecchio RCD. La sua retorica populista ha soprattutto approfittato del vuoto lasciato da Ben Ali e dal regime mafioso che aveva istaurato. Chi ha votato per Ennahda ha quindi votato per una maggiore etica e soprattutto contro la vecchia “nomenclatura” politica, compresa quella dell’opposizione. Insomma, una sorta di voto-sanzione.

D’altronde, il tunisino medio è piuttosto conformista e ha votato “come tutti gli altri”. Questa vittoria del movimento islamista suscita grande inquietudine a Tunisi, soprattutto tra femministe e intellettuali. I responsabili del partito non la smettono di rassicurare i tunisini e anche i governi occidentali. Ma è chiaro che non riescono a dissipare le paure che Ennahda solleva, sia perché siamo abituati al suo doppio linguaggio e soprattutto perché il modello libico non smette di sorprenderci. La prima decisione del Consiglio di Transizione è stata quella di ristabilire la poligamia. Ma la Tunisia non è certo la Libia, ed Ennahda sa che una decisione simile, che i suoi capi si sono ben guardati di condannare dicendo che i libici sono liberi, sarebbe impensabile nel nostro paese. Curiosamente, esiste un altro punto sul quale sembrano concordare, cioè il riavvicinamento tra Ennahda e l’AKP (Adalet ve Kalkinma Partisi, Partito di giustizia e di sviluppo) turco, quando in realtà i due schieramenti non sembrano molto simili.

Elezioni tunisie, prima lettura a caldo | Jalel El GharbiMa la grande sorpresa arriva da Sidi Bouzid che ha votato in massa per Hachmi Hamdi, che si è autoproclamato presidente della repubblica già da qualche settimana. Hamdi è a capo della lista Al Arida Chabia (Petizione popolare) che promette 200 dinari (circa 100 euro) a tutti i disoccupati, trasporto gratuito per gli anziani, assistenza gratuita per tutti e altre utopie. Potremmo pensare che Sidi Bouzid abbia votato per il pupillo del paese, perseguitato dal regime di Ben Ali prima di diventare uno dei suoi cortigiani (pagato dalla tristemente celebre Agenzia Tunisina della comunicazione esterna, si dice a Tunisi). Hachmi Hamdi è riuscito a fare la campagna elettorale da Londra. Si dice in giro che avrebbe approfittato dell’appoggio dell’RCD e che il suo passato di militante è più che oscuro. Zimbello su Facebook, Hamdi attacca il giornalista del canale televisivo Hannibal con l’accusa di non averlo sostenuto, e di aver condotto una campagna contro di lui a Tunisi.

In realtà, Sidi Bouzid non ha votato per il suo pupillo, che dirige da Londra un piccolo canale televisivo (Al Mousakila, L’indipendente). Si tratta piuttosto di un voto tribale, o al più regionale. Del resto, questo localismo emerge anche altrove. Per esempio, a Sousse la gente ha votato per Kamel Morjane, vecchio ministro di Ben Ali del quale ricordiamo ancora questa dichiarazione “La Tunisia è stata la prima a mettersi in guardia contro i pericoli di Internet”. E quel che sembra incomprensibile è che, sia Sidi Bouzid che Sousse, avevano altri candidati ben più competenti e affidabili.

Le liste del grottesco Hachmi Hamdi hanno ottenuto più seggi del Forum démocratique pour les Libertés et le Travail (Forum democratico per le libertà e il lavoro – FDLT) del rispettabilissimo Mustapha Ben Jaafar.
Questo partito occupa il terzo posto dopo il Congrès pour la République (Congresso per la Repubblica) di Moncef Marzouki, uno dei primi ad aver detto no, con la violenza che gli è propria, a Ben Ali, ma che è stato criticato perché mette la sua ambizione personale davanti a tutto.

Elezioni tunisie, prima lettura a caldo | Jalel El GharbiIl FDLT aveva tutte le carte in regola per ottenere risultati migliori, ma sembra che la gente lo reputi troppo elitario. Secondo noi, questo partito ha avuto problemi di scarsa comunicazione. La sua strategia elettorale è stata disastrosa. La sua campagna è stata fatta il più delle volte in francese o in arabo dialettale. Ma quello che voleva essere un segno di vicinanza al popolo, non era che il simbolo della sua forte appartenenza alla capitale. Sembra che il regionalismo vada per la maggiore in Tunisia.

Anche il Parti Démocratique Progressiste (Partito Democratico Progressista PDP), uno di quelli che hanno fatto maggiore resistenza alla dittatura di Ben Ali, ha subìto un arresto. I suoi dirigenti, il signor Chebbi e la signora Jeribi, si sono subito congratulati con Ennahda impegnandosi a continuare la loro lotta per la democrazia. Un altro grande perdente, la ricchissima Union Patriotique Libre (Unione Patriottica Libera – UPL), ha condotto una campagna a tappeto, ma molto controversa.

Certo, i democratici hanno molte ragioni per scoraggiarsi, soprattutto quelli del Pôle démocratique moderniste (Polo democratico modernista – PDM), coalizione formata dal Movimento Tajdid (ex Partito Comunista Tunisino) e altri tre gruppetti, che hanno ottenuto solo sei seggi dei 203 che si aspettava. Un colpo durissimo, che spiega l’amarezza delle loro dichiarazioni.
Ma è andata ancora peggio per le formazioni di estrema sinistra e per i partiti nazionalisti arabi che abbondano nel paese.

Ma non è ancora detta l’ultima parola. Ora tocca ai democratici far prevalere l’interesse del paese sulle ambizioni personali, ripensare le loro alleanze e mettere in discussione le loro controversie.


Jalel El Gharbi
Traduzione dal francese di Federica Araco
(27/10/2011)









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