Alla Manouba (Tunisia), 12mila studenti nelle mani dei salafiti  | Heikel Ben Mustapha, Manouba, Federica Araco
Alla Manouba (Tunisia), 12mila studenti nelle mani dei salafiti Stampa
Heikel Ben Mustapha   
Alla Manouba (Tunisia), 12mila studenti nelle mani dei salafiti  | Heikel Ben Mustapha, Manouba, Federica Araco
Lunedì 28 novembre, alla facoltà di Lettere, delle Arti e dell’Umanità di Manouba, l’atrio viene occupato da un sit-in che finisce per paralizzarlo, finché, martedì 6 dicembre, i manifestanti, salafiti di tendenza wahabita, decidono di scandire lo slogan simbolo della rivoluzione tunisina, “dègage” (vattene), e di impedire al preside di entrare nella facoltà, con un tafferuglio piuttosto violento. Da quel giorno, i corsi sono sospesi: il consiglio scientifico dell’istituto, convocato, in accordo con i sindacati di base della facoltà, ha ritenuto necessario sospendere le lezioni, fino al ripristino delle condizioni adeguate a permettere il corretto funzionamento dell’istituto. La facoltà è chiusa ed è occupata dai manifestanti. Ma dal 28 novembre fino ad oggi, cos’è successo veramente? Qual è il nocciolo del problema? Cosa può far prender la decisione di chiudere le porte di un’istituzione creata per la produzione e la riproduzione del sapere?

Il 28 novembre, riferisce F.L., professoressa alla facoltà, insegnanti e allievi sono accolti da un gruppo di salafiti, circa un centinaio di persone, che annunciavano uno sciopero con un servizio d’ordine che bloccava l’accesso ai dipartimenti.
Alla Manouba (Tunisia), 12mila studenti nelle mani dei salafiti  | Heikel Ben Mustapha, Manouba, Federica Araco
© Amine Landoulsi
I professori si sono riuniti d’urgenza con il preside, soprattutto perché la maggior parte dei manifestanti non faceva parte della Manouba. È stata presa
la decisione di andare davanti ai diversi edifici occupati per tentare di comprendere il movimento e rassicurare gli studenti che volevano andare a lezione facendo valere il loro diritto di non aderire allo sciopero, se non lo condividevano.

“Questo ha calmato la situazione e la seconda sessione, cominciata alle 10,30, e le sessioni pomeridiane, si sono svolte regolarmente”, prosegue. Dopo aver liberato l’ingresso al dipartimento, gli scioperanti hanno sfilato e poi hanno indetto un’assemblea generale dove la facoltà è stata definita la roccaforte della miscredenza e dell’apostasia. Il pomeriggio, verso le 15,00, il movimento si trasforma in sit-in nei locali della facoltà e ha come parola d’ordine di sequestrare il preside, racconta H.A. un responsabile amministrativo. Durante il sit-in, intorno alle 17,30, un’utilitaria, un furgoncino, entra in facoltà portando materassi, tappeti, cibo e altri generi di prima necessità. Il preside della facoltà contatta alcuni organi d’informazione per raccontare la situazione.

Verso sera, arrivano all’Università molte persone, tra cui attivisti della società civile, cittadini, membri dell’assemblea costituente e giornalisti. La situazione è tesa. Dopo il raduno, si tiene una riunione di tre ore alla quale assistono i rappresentanti del corpo docente al consiglio scientifico e al sindacato, tre manifestanti iscritti alla facoltà e i rappresentanti del sindacato degli studenti (UGET – Unione Generale degli studenti tunisini). Durante l’incontro, trasmesso anche su molte pagine facebook, come Talaba (studenti), Revolution, Club Senghor e AntiTalaba Revolution, i rappresentanti del sit-in rivendicano un luogo di culto nella facoltà e il diritto delle studentesse che portano il Niqab a studiare e fare gli esami senza dover scoprire il volto.
Inoltre, smentiscono la dichiarazione del preside che li accusava di rivendicare anche il rifiuto della mescolanza dei generi e di voler imporre che alle studentesse insegnassero solo donne.

La riunione non ha portato a grandi conclusioni, le due parti hanno mantenuto le rispettive posizioni: necessità pedagogica, autonomia dell’università, sicurezza sono rimasti i principali argomenti sostenuti dal consiglio scientifico; obbligo religioso, vuoto giuridico rispetto al Niqab e ai diritti umani, quelli ribaditi dai manifestanti.

Il 29 novembre “le lezioni hanno ripreso normalmente e gli studenti sono stati più numerosi del solito”, racconta A.M., che vede in questo “un segno di resistenza da parte dei ragazzi contrari al sit-in”.

Le discussioni continuano ma senza portare a nulla, nonostante la visita del responsabile di Ennahda eletto alla costituente, il cui scopo era di avvicinare le due posizioni. Lo stesso giorno si tiene un’assemblea sindacale, dove sindacati e professori annunciano uno sciopero per il primo dicembre e il segretario generale dell’UGET propone uno sciopero generale degli studenti.

Il 30, l’amministrazione prova a filtrare l’accesso alla facoltà, ma alcuni elementi estranei all’istituto provocano uno scontro su entrambe i lati del portone principale e il preside finisce a terra. I responsabili dell’amministrazione si ritirano temendo per la propria incolumità. Due membri del partito Ennahdha, SadokChourou e Abdelbasset Ben Cheikh, propongono una mediazione, inutilmente. Il sit-in si radicalizza e un impianto di sonorizzazione viene portato ai manifestanti con un’auto sconosciuta.
Il consiglio scientifico si riunisce d’urgenza nel tardo pomeriggio e decide di sospendere le lezioni finché la situazione non si sarà distesa.

Il primo dicembre, giovedì, la violenza del movimento si fa di nuovo avanti, quando alcuni elementi, che non fanno parte dell’università, forzano un’altra volta il portone e aggrediscono un responsabile amministrativo che era all’ingresso per far passare gli studenti. In serata, il preside tiene una conferenza stampa dove si rivolge all’opinione pubblica come testimone e fa un appello alle famiglie affinché aiutino l’evacuazione dei manifestanti estranei all’istituto, se mai tra questi ci fosse qualche loro figlio o parente. Una famiglia risponde all’appello e il signor Mongi Khémiri viene a riprendere suo figlio, Arbi Khémiri, per riportarlo a casa. Lì, lo chiude a chiave, mentre il ragazzo insiste nel voler tornare in facoltà per partecipare al sit-in. Infuriato, Arbi Khémiri si suicida accoltellandosi.

Il 2, venerdì, la preghiera è organizzata nel cortile dell’università, proprio dietro la presidenza. La pagina facebook TalabaRevolution diffonde in rete alcune immagini della funzione. I manifestanti, intanto, vengono a conoscenza del suicidio di Arbi Khémiri.
Alla Manouba (Tunisia), 12mila studenti nelle mani dei salafiti  | Heikel Ben Mustapha, Manouba, Federica AracoIl 5 dicembre, tutto riprende il proprio corso abituale, dopo la scioccante notizia della morte dello studente e malgrado i frequenti scontri. Il pomeriggio, si tiene un’assemblea generale e i manifestanti rendono omaggio al ragazzo, che è ormai definito “il Bouazizi dell’università tunisina”, e invitano il padre del defunto come ospite d’onore. Inoltre, racconta uno degli studenti presenti, “W.O., uno degli oratori intervenuti, ha incolpato il preside per il suo suicidio”. E, prosegue, i manifestanti hanno annunciato di voler cacciare il preside e anche altri insegnanti. Alla fine dell’incontro, nel quale il padre dello studente chiede all’assemblea di non strumentalizzare il suicidio del figlio e invita i presenti a interrompere l’occupazione, gli studenti dell’UGET, considerati dai manifestanti non rappresentativi degli studenti, “hanno avuto uno scontro che stava per trasformarsi in battaglia. Ho l’impressione che avessero come parola d’ordine di passare alla violenza, perché si sentono isolati”, ha commentato un altro studente.

Il 6 dicembre, i manifestanti passano ai modi violenti, bloccando l’accesso alla presidenza al responsabile amministrativo di facoltà, e in un corpo a corpo sbattono a terra il preside e un altro docente. Allarmati, professori e studenti escono per prender le difese del preside.

Davanti a una simile violenza, il consiglio scientifico si riunisce d’urgenza nella sede del rettorato di Manouba. In questa riunione, alla quale assistono i membri eletti al consiglio scientifico e i rappresentanti dei tre sindacati di base (insegnanti, dipendenti e amministrazione), si decide di sospendere le lezioni finché le condizioni adatte al corretto funzionamento dell’istituto non saranno nuovamente garantite. Si decide, inoltre, di coinvolgere le autorità competenti, poiché la situazione è diventata ingestibile.

Da allora, il 6 dicembre scorso, i professori si riuniscono in un anfiteatro messo a disposizione dal rettorato, dato che la facoltà è ancora occupata. Intanto gli occupanti continuano a organizzare conferenze stampa alle quali sono invitate associazioni che nessuno conosce. In fin dei conti, in due settimane, “i 12mila studenti della facoltà di Lettere, Arti e Umanità di Manbouba sono stati nelle mani di salafiti impuniti”, precisa N.J., anche lui docente in questa facoltà.
 


Heikel Ben Mustapha
Traduzione dal francese di Federica Araco
(27/12/2011)