Natale senza indignazione  | Andrea Segre, Centro di Lampedusa, CIE, Ponte Galeria, CPT
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Andrea Segre   

Natale senza indignazione  | Andrea Segre, Centro di Lampedusa, CIE, Ponte Galeria, CPT

 

Senza alcuna retorica e con molta chiarezza.

Le immagini che negli ultimi giorni abbiamo visto del Centro di Lampedusa e dei CIE non devono e non possono indignare nessuno.

Nessuno tranne chi ha voluto e vuole far finta di non sapere e di non capire.

Innanzitutto dividiamo le due storie, che per comodità o ignoranza molti giornalisti hanno preferito tenere insieme.

Da una parte i Centri di Accoglienza, suddivisi in Prima Accoglienza e Accoglienza per Richiesta Asilo, dall'altra i Centri di Identificazione ed Espulsione.

 


 

I primi, quelli di accoglienza, in Italia sono gestiti nella grandissima maggioranza dei casi da organizzazioni e da personale privi di preparazione, di sensibilità e di cultura dell'accoglienza.

Sono o cooperative o corpi militari o civili dello Stato normalmente utilizzati in contesti di conflitto e di crisi.

Nelle cooperative lavorano operatori spesso senza alcuna preparazione o tutt'al più provenienti da esperienze di servizio sociale all'antica, caritatevole,  assistenzialista e verticistica.

Nei corpi civili e militari vi sono persone che non sono minimamente tenute a conoscere le complessità culturali, umane e storiche legate alla vita di un migrante e che hanno formazioni infermieristiche, assistenziali e securitarie.

Nel frattempo in Italia rimangono disoccupati decine di giovani che escono da anni di studio ed esperienza nazionale ed internazionale, che li renderebbero di gran lunga più idonei a gestire con rispetto, intelligenza e umanità i contesti di accoglienza.

Tutto ciò perché lo scopo primario della gestione dei centri è distribuire appalti e guadagni a una o l'altra "realtà amica", senza stabilire livelli di qualità e di controllo della stessa, ma puntando solo ad una corsa al ribasso delle spese pubbliche, che ben si allea con la scarsità e la disumanità dei servizi.

Finché non si affidano i luoghi e le pratiche di accoglienza alle realtà davvero capaci di gestirla con rispetto delle complessità umane e delle sfide culturali in essa contenute (e di esempi per fortuna ce ne sono diversi) e finché non si spostano fondi dalle politiche securitarie a quelle dell'accoglienza, allora non saremo mai autorizzati a indignarci per immagini come quelle, ovviamente disgustose, di Lampedusa.

Credo che l'on. Chouki che ha voluto accompagnare con un gesto forte di protesta la sua indignazione, dovrebbe dire con chiarezza come tutto ciò provenga da anni, decenni di pessima gestione dell'accoglienza da parte di tutti i governi, compresi in gran parte quelli del suo partito.

Passiamo ai CIE.

Conosco la realtà da molti anni e ho seguito campagne, inchieste, denunce, racconti.

Sono completamente d'accordo con chi chiede di chiuderli. Ma sono profondamente contrario alla costruzione di una retorica sbagliata del "povero migrante detenuto". Vittimizzare o eroicizzare il migrante dietro le sbarre di un CIE solo perché straniero è l'altra faccia della sua criminalizzazione perché clandestino. Chi segue e sostiene le proteste dei detenuti di Ponte Galeria in queste ore, sta scivolando troppo facilmente in questo rischio.

Per me le persone sono persone, non sono migranti o italiani o africani o giapponesi.

E le persone vanno rispettate nella loro dignità umana, a partire dal rispetto della loro storia.

Quindi diamo alcuni importanti dati di fatto: una percentuale molto alta, almeno superiore al 70/75% dei detenuti nei CIE, sono maschi con procedimenti penali in corso, che dovrebbero essere trattenuti in Case Circondariali in attesa di giudizio e che invece vengono spostati nei CIE sfruttando le norme contenute nella Bossi-FIni sulla perdita del permesso di soggiorno. Il restante 20-25% sono cittadini stranieri che vengono detenuti solo per essere privi di documenti: tra di loro spesso persone in condizioni sociali molto svantaggiate, finanche vittime di tratta e sfruttamento. Quasi nessuno viene trattenuto per più di 4-5mesi, meno del 40% vengono espulsi, il restante viene rilasciato con foglio di via o risposato in carcere.

Questa situazione va analizzata quindi in due direzioni:

a) la detenzione nei CIE di persone con procedimenti penali in corso è una conseguenza dell'incapacità del sistema giudiziario e carcerario italiano e trasforma i CIE in carceri di "appoggio", cosa assolutamente pericolosa per la dignità e il rispetto della persona, perché il CIE non ha regolamenti specifici, non ha personale specializzato ed è affidato a soggetti privati (cooperative come nei casi dei CPA e dei CARA) e a corpi militari che hanno come unico scopo

quello di far quadrare i bilanci e garantire detenzione e sicurezza. Conseguenza finale di tutto ciò è che i CIE sono luoghi ad altissima tensione, fortemente disumani e dove la gestione delle persone detenute passa spesso attraverso misure contenitive sia fisiche che farmaceutiche.

b) la detenzione amministrativa di persone senza procedimenti penali nei CIE è per me una profonda inciviltà voluta dal sistema europeo di controllo dell'immigrazione, che non a caso finisce per punire persone appartamenti ai ceti più marginali della società. Un essere umano che non ha documenti deve essere prioritariamente messo nelle condizioni di chiederli o, se proprio necessario, essere accompagnato alla frontiera o invitato ad andarsene, ma non può essere detenuto in un luogo di privazione della libertà, dove per altro condivide tale condizione detentiva con una maggioranza di persone con precedenti penali o con lunghi trascorsi carcerari.

Ma anche tutto ciò in Italia lo sappiamo e lo diciamo da almeno 10 anni e l'unico cambiamento che c'è stato è nominativo: da CPT a CIE, ma nella sostanza i centro sono aumentati, le condizioni peggiorate e i soldi spesi per gestirli sprecati. Il tutto sempre come tributo all'altare della retorica securitaria che tanto consenso sa produrre.

Se a questa retorica opponiamo quella del "povero migrante detenuto" rischiamo di stare allo stesso gioco, costruendo una contrapposizione tra chi è pro e chi è contro il migrante, che non ha alcun senso, se non quello dettato da una visione etnica della storia.

Le scelte politiche per superare queste situazioni e per evitare imbarazzanti indignazioni mediatiche sono semplici e molto chiare. O le si prendono o tutto continuerà in questa direzione. Che è di per sé disumana e indegna di un paese civile, anche senza disinfestazioni all'aperto o labbra cucite.

 


 

Andrea Segre

Pubblicato sul blog dell’autore il 26/12/2013

http://andreasegre.blogspot.it/

6/01/2014