(Ri)abitare il confine | Lorenzo Romito, Giulia Fiocca, Stalker, Corviale, Campo Boario, Mattatoio Testaccio, Tevere, Alcantara, Vivi le rive, Primavera romana, MAXXI, WALLS-separate worlds, Federica Araco
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Federica Araco   

(Ri)abitare il confine | Lorenzo Romito, Giulia Fiocca, Stalker, Corviale, Campo Boario, Mattatoio Testaccio, Tevere, Alcantara, Vivi le rive, Primavera romana, MAXXI, WALLS-separate worlds, Federica AracoLaboratorio di arte urbana, soggetto collettivo e interdisciplinare, il gruppo Stalker dal 1995 esplora il divenire dei “territori attuali”, luoghi indefiniti e incerti, aree interstiziali di margine in continuo mutamento.

L’intervista di Babelmed a Lorenzo Romito e Giulia Fiocca.

 

Come è nato Stalker?

L.Romito: Stalker nasce per fasi, e sicuramente non sarebbe nato se non ci fosse stata l’occupazione della Facoltà di Architettura del

1990, che rappresentò un modo liberato di ripensare la formazione, l’uso dello spazio, l’incontro. Da lì nacquero esperienze di cui mi sono fatto promotore insieme a un gruppo di persone, prima ancora che ci fosse l’idea di Stalker: “Vivi le rive”, nel 1993, e “Al-Quantara”, nel 1994. Emersero allora i temi importanti e strutturali del nostro laboratorio: l’attenzione per la spontaneità e la pratica della produzione dell’incontro.

“Vivi le rive” era un inno alla spontaneità: occupammo le rive abbandonate dell’area industriale Ostiense lungo il Tevere invitando architetti, paesaggisti e artisti a condividere con noi, attraverso alcuni interventi, la costruzione di un percorso che aprimmo con il machete sulle rive del fiume, in un posto allora interdetto e abbandonato. Nacque poi la riflessione che, più ancora degli interventi che facevamo in quello spazio, l’incrocio tra naturale e artificiale, tra l’abbandono dell’industria e la riappropriazione della natura, era un elemento in sé così significativo e importante a Roma che forse andava approfondito.

“Al-Quantara”, nel 1994, la città del ponte sul fiume, fu il tentativo di utilizzare la sponda del Tevere come un momento per riflettere sul passaggio, sulla transizione, sull’attraversamento. Cominciammo a tessere un discorso sull’abitabilità del confine e sulla produzione dell’incontro. Eravamo stanchi dell’intellettualizzazione del nostro mondo formativo e accademico di provenienza e avevamo bisogno di intervenire direttamente sullo spazio pubblico.

Nel 1995 facemmo il giro di Roma a piedi e questa esperienzasegnò la nascita di Stalker. Cominciammo a camminare negli spazi abbandonati della città, senza mai uscire dal tessuto urbano ma senza nemmeno entrarci. Tracciammo un percorso circolare partendo da una stazione abbandonata a Vigna Clara, proseguendo lungo il Tevere e l’Aniene, attraversando la Tiburtina, spingendoci nel Parco dell’Appia Antica fino all’EUR e da lì fino al Trullo, poi risalendo dalla Valle dei Casali, costeggiando Villa Pamphili e Valle Aurelia fino a percorrere parte del tunnel che avrebbe dovuto raggiungere Vigna Clara chiudendo il cerchio, dopo 4 giorni e 4 notti di cammino.

Per noi significava assumerci la responsabilità di andare a vedere quello che non si vuole vedere, farne esperienza e capire quanto questo “rimosso urbano” potesse in effetti cambiarci, piuttosto che pianificarne noi il cambiamento.

Fu per noi la scoperta dei “territori attuali”, intesi come spazi di potenzialità, che da allora invitiamo a interpretare e cartografare costruendo delle narrazioni attraverso il recupero della memoria collettiva di storie, racconti, immaginari, fantasie e introducendo un cambio di paradigma che contrappone la città contemporanea a questi luoghi di margine, invisibili. Il nostro intento è riapprendere da questi spazi per ristabilire le forme di conoscenza tipiche dell’uomo, ormai alienate dall’accelerazione, dalla tecnologia e da tutto ciò che ha inibito il nostro armamentario di strumenti di apprendimento.

 

Perché Roma?

L.Romito: Non credo che un’altra città ci avrebbe offerto una prospettiva così ampia per poter cogliere l’esistenza dei territori attuali e poi volevamo cominciare lavorando sul nostro territorio. Roma è cresciuta, decresciuta, poi cresciuta di nuovo e dalla sua fondazione è sempre stata un luogo simbolico e federato di realtà diverse. È anche al centro del Mediterraneo da un punto di vista geografico, senza ambizioni di priorità, e ci piace immaginarla come fondata da un’azione di volontà di chi si trasferisce da Oriente verso Occidente portando con sé conoscenze e competenze e incontrando sul proprio cammino popolazioni locali e tribali per produrre nuove forme di civiltà.

Roma ha, inoltre, un’enorme quantità di spazi a disposizione: è il comune agricolo più grande d’Europa perché per motivi speculativi ha assorbito all’interno del suo perimetro tutte le proprietà delle grandi famiglie.

Questa alternanza di pieni e vuoti la rende poco omogenea ed estremamente movimentata, coniugando monumentalità e spontaneità: interi quartieri sono nati senza pianificazione urbanistica.

E poi, è un luogo di confine tra Europa e Mediterraneo, tra Oriente e Occidente, tra centro e periferia, nord e sud e come tale cresce e si arricchisce, mentre come centro si banalizza e diventa retorica, rischiando di produrre imperi e fascismi, come ha fatto in passato.

Se considerata un luogo di confine questa città ha un’enorme prospettiva davanti: ha molteplici dimensioni spaziali e temporali che, nell’ottica dei territori attuali, possono essere mappate e reinventate e ha anche un carattere stratigrafico che esprime la produzione della cultura attraverso la reinvenzione delle proprie macerie.

Credo che dovremmo reinventare le macerie di questa città che ci hanno lasciato in eredità, con scanzonata follia, i grandi architetti del contemporaneo.

 

//A piedi lungo la Valle Aurelia (foto dell’archivio Stalker)A piedi lungo la Valle Aurelia (foto dell’archivio Stalker)Ci sono dei “luoghi di confine” in città dove avete lavorato più stabilmente?

L.Romito: Il Mattatoio è stato il posto dove abbiamo lavorato più a lungo, al di là della nostra originaria caratteristica nomadica.

Arrivammo nello spazio abbandonato dell’ex veterinario nel Campo Boario nel 1999, invitati dall’INARCH per fare un workshop. Ci consultammo con il Villaggio Globale, che è un centro sociale che è lì da molti anni, e ci confrontammo con l’urgenza del rimosso urbano che allora ci sembrava più grande: i migliaia di curdi che dormivano nei giardini del Colle Oppio e che nessuno sembrava vedere. Li invitammo a condividere con noi quello spazio per creare un centro culturale e di accoglienza per la loro comunità dove incontrare la cittadinanza. Occupammo insieme questo luogo creando “Ararat”.

Nasceva per la prima volta nello spazio pubblico una pratica sperimentale tra arte sociale, architettura e urbanistica che proponeva un modo di intervento sul territorio a partire dall’abitare un luogo di confine e che provava a disegnare nuove forme di convivenza.

Cercavamo di indurre alla tentazione della relazione soggetti potenzialmente in conflitto tra loro per la gestione degli spazi o per le differenze culturali con l’intento anche di fare emergere la complessità e la ricchezza che tutto questo mondo rappresentava, fino a renderlo visibile, non più rimosso.

 

In cosa consiste il vostro intervento a Corviale*?

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L.Romito: Tra il 2004 e il 2005 abbiamo realizzato il progetto “Immaginare Corviale”, curato dalla Fondazione Olivetti e promosso dal Comune di Roma. Costruimmo tre ambiti di ricerca. Come prima cosa, volevamo vedere come i suoi abitanti, riappropriandosi dell’edificio, avevano inventato trasformazioni interessanti dello spazio, per esempio occupando tutto il quarto piano che da progetto avrebbe dovuto ospitare negozi e servizi e che, rimasto vuoto, era diventato il regno degli spacciatori. Ma fu interessante per noi anche vedere il modo in cui erano stati organizzati i ballatoi, gli spazi esterni, le aree comuni.

Volevamo imparare dai suoi abitanti come trasformare Corviale confrontandoci con l’immagine negativa che era stata creata negli anni. Organizzammo così laboratori musicali, incontri, dibattiti, eventi. Invitammo i progettisti che avevano lavorato alla realizzazione del palazzo, tra cui Stefano Fiorentino, figlio dell’architetto che firmò il progetto, e gruppi di studenti con l’idea di creare una sorta di università nomade di ricerca e formazione. Avviammo poi una televisione locale per rivalorizzare Corviale agli occhi di chi ci vive e di chi lo guarda dall’esterno.

Giulia Fiocca: Stalker sta tornando a Corviale perché il nuovo direttore del MAXXI ha recentemente inaugurato la mostra “Non basta ricordare” con tutte le collezioni del museo e ha acquisito anche l’archivio dei progetti di Fiorentino, coinvolgendo anche noi. Ora a Corviale ci sono due sezioni di venti metri che raccontano il progetto “Immaginare Corviale”, nel corridoio di passaggio che si può vedere anche dall’esterno. Per continuare questo lavoro, nei prossimi mesi organizzeremo l’azione “Misurarsi con Corviale”. Dicono che il palazzo sia lungo un chilometro, ma in realtà è 958 metri: noi ne misureremo la lunghezza usando i metri di legno da cantiere insieme ai ragazzi del master “Arti, architettura, città” di Francesco Careri di Roma Tre e poi porteremo al MAXXI il modellino che ne uscirà.

 

E poi avete ricominciato a camminare con la Primavera Romana…

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Giulia Fiocca: Primavera romana nasce nel 2009, quando decidiamo di camminare dal 21 marzo al 21 giugno per andare a vedere cosa stava succedendo sul territorio di Roma e coglierne le nuove trasformazioni. Una volta a settimana, ci organizziamo per fare il giro del Raccordo Anulare partendo dall’Aurelia, la strada statale numero uno, attraversando cantieri, orti, pascoli, campi rom, case occupate, aree industriali dismesse, scavalcando recinzioni, canali, proprietà private, giardini, e ripartendo ogni volta dal punto in cui eravamo arrivati la volta precedente. In tre mesi percorriamo 220 chilometri. Abbiamo tracciato una serie di percorsi su un territorio sempre più ampio, partendo dalle zone di confine della città intorno al raccordo anulare e prendendo di volta in volta contatto con chi vive e lavora sul territorio, come associazioni, comitati di quartiere etc.

Rispetto alle camminate precedenti, che erano più di ricerca e coinvolgevano artisti, architetti e paesaggisti, Primavera Romana è piuttosto un progetto sociale di cittadinanza: proponiamo questi percorsi a chiunque voglia prender coscienza diretta di quello che sta succedendo nella propria città per scoprirne il territorio. Il passaparola ci aiuta a diffondere l’idea e a tutti chiediamo di partecipare condividendo un ricordo, un libro, una storia inerente all’area per costruirne una narrazione inedita e sperimentale.

Nel 2010 abbiamo camminato attraverso “sette città fuoriporta” partendo dalle mura di Roma fino alle zone attorno alle vie consolari e nel 2011 ci siamo spinti nei territori lungo le linee ferroviarie metropolitane dove oggi vivono i pendolari.

I percorsi sono stati sempre definiti con le mappe di Google che ci hanno aiutato a condividere informazioni, notizie e link in rete.

All’idea del piano regolatore volevamo in qualche modo contrapporre un piano “autoregolatore”, autogestito ed emergente, un percorso di “mappatura esperienziale” capace di ripristinare un rapporto di reciprocità tra chi cammina e i luoghi che attraversa.

 

(Ri)abitare il confine | Lorenzo Romito, Giulia Fiocca, Stalker, Corviale, Campo Boario, Mattatoio Testaccio, Tevere, Alcantara, Vivi le rive, Primavera romana, MAXXI, WALLS-separate worlds, Federica AracoChe risposta avete avuto dai partecipanti?

G.Fiocca: la risposta è stata ottima, in alcune passeggiate eravamo molto numerosi, più di cento-centocinquanta persone.

Dalle camminate sono nate una serie di proposte tra cui alcune azioni di agricoltura nomadica (“AgriCulture nomadi”), come la raccolta collettiva dei prodotti che crescono spontaneamente in città: abbiamo usato le olive degli alberi abbandonati o degli ulivi secolari dei giardini pubblici per produrre l’olio Pu.Ro. (pubblico di Roma) e, a un anno dai fatti di Rosarno, abbiamo organizzato la raccolta delle arance nei parchi. Alla fine avevamo circa mille barattoli di marmellata che abbiamo venduto per finanziare il ripristino di uno spazio del comune calabrese adibito a centro sociale per lavoratori stranieri.

Sono state per noi occasioni importanti per permettere alle persone di prender coscienza dello spazio pubblico riportandole nella dimensione del fare, e anche per aprire un dibattito sul cibo e sul rapporto tra città e campagna.

Per noi è stato anche un esperimento per provare a usare la rete come supporto alla pratica territoriale, come strumento di collaborazione e al contempo per mappare un mondo nascosto grazie al contributo di tutti.

 

 

*Il Nuovo Corviale è un quartiere-edificio che si snoda nella periferia sud-ovest di Roma per circa un chilometro, vicino al Grande Raccordo Anulare. Commissionato nel 1971 dall’Istituto Autonomo Case Popolari a un team diretto dall’architetto Mario Fiorentino, il “Serpentone” fu presentato come un quartiere satellite completamente autosufficiente, in netta contrapposizione ai quartieri-dormitorio che nel boom edilizio degli anni Sessanta e Settanta crescevano a gran velocità nelle aree periferiche della città. Fiorentino sognava di realizzare un monumento progressista di inclusione sociale ma il suo lavoro scatenò subito un acceso dibattito tra architetti, politici, giornalisti e urbanisti, incerti se considerare il progetto come la geniale creatura di un visionario o l’ennesima aberrazione dell’architettura moderna. Nei primi anni Ottanta gli spazi comuni ancora inutilizzati del quarto piano dell’edificio furono occupati, trasformando progressivamente il luogo in uno dei simboli di abbandono, disinteresse e degrado urbano della capitale.

 

 

LINK:

http://primaveraromana.wordpress.com/

http://www.osservatorionomade.net/

http://stalkerpedia.wordpress.com/

 


 

Federica Araco

28/02/2014