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Migrazione donna: una risorsa Stampa
Federica Araco   

//Foto di Francesco ChiorazziFoto di Francesco Chiorazzi

Nella provincia di Roma 13 imprenditrici su 100 sono straniere e in Italia sarebbero più di centomila. Partite con nulla o poco più, superando le discriminazioni e i disagi iniziali, ciascuna di loro ha realizzato il proprio sogno: quello di farcela in un Paese lontano, in profonda crisi economica e talvolta ostile nei confronti della diversità.

Per raccontare le loro storie e provare a superare gli stereotipi spesso legati all’immigrazione femminile, nel 2013 la scrittrice croata Sarah Zuhra Lukanic e l’antropologa ed economista Maria Antonietta Mariani hanno creato “Strane straniere”. Il progetto, sostenuto dalla Provincia di Roma, sta avendo un discreto successo sul territorio grazie anche ad eventi e laboratori in cui le protagoniste coinvolte condividono le loro esperienze di vita.

“Le ricerche sul campo di solito sono ‘chiuse’ e coinvolgono solo gli addetti ai lavori che raccolgono materiale video o fotografico per indagare il fenomeno secondo precise metodologie”, spiega Mariani. “In questo caso abbiamo deciso di aprire il cantiere in modo che la gente entri in rapporto diretto con le protagoniste del progetto per lasciarsi emozionare dalle loro storie e superare così quella distanza creata dalla mancanza di conoscenza che spesso genera gli stereotipi sulla diversità. Mettere queste donne in rete tra loro, inoltre, è un modo per lavorare sulle barriere che spesso si creano tra le diverse comunità di immigrati, che difficilmente comunicano tra loro”.

Tutt’altro che soggetti socialmente deboli ed emarginati, come spesso vengono descritte dai media, queste donne sprigionano intelligenza e capacità indispensabili per reinventarsi in un contesto sociale ed economico diverso da quello di origine e per creare attività commerciali dinamiche e competitive.

“Assistiamo a questi piccoli miracoli imprenditoriali con stupore ed entusiasmo”, racconta Lukanic. “La provincia di Roma è un territorio fertile e in continuo fermento da questo punto di vista. I numeri lo confermano: stanno aprendo molte attività gestite da immigrati, che resistono meglio e più a lungo nonostante la pesante crisi economica. Le ditte create da donne straniere sono tra le realtà più solide, ci siamo chieste: come mai?”.

 

//Roma. Aida nel suo negozio di autoricambi, foto di Francesco Chiorazzi.Roma. Aida nel suo negozio di autoricambi, foto di Francesco Chiorazzi.Una donna tra i motori

Aida ha uno sguardo intenso e sorride radiosa dietro al bancone del suo autoricambi pieno di testate, cilindri, pistoni e guarnizioni d’ogni tipo. Nata a Bardo, in Tunisia, nel 1970, laureata in giurisprudenza a Sfax, Aida Ben Jannet a 25 anni si è trasferita a Roma per continuare gli studi e lavorare come segretaria presso l’autoricambi di un italiano conosciuto nel suo Paese. Questo signore dai modi gentili si è trasformato nel tempo per lei in una sorta di “padre acquisito”, avendo perso il suo all’età di nove anni.

“All’inizio le cose andavano bene, poi, con la crisi, l’azienda ha rischiato il fallimento”, racconta a Babelmed. “Avevamo un debito di 120 milioni di lire e spesso non avevamo nulla nemmeno per mangiare. I fornitori dovevano esser pagati e i clienti diminuivano bruscamente, così mi sono ingegnata organizzando un commercio di abiti italiani in Tunisia. Compravo dalle bancarelle tailleur o capi in buono stato e li rivendevo nel mio Paese e con i soldi guadagnati tiravamo avanti. Ho anche rispolverato vecchi pezzi di ricambio per auto d’epoca, accatastati dentro enormi scatoloni nel retro del negozio, che grazie al passaparola hanno attirato una nuova clientela”.

Nel 1999, Aida si sposa con il suo attuale marito, esperto di commercio internazionale presso il primo Ministero di Tunisi, che dopo un paio d’anni di titubanza decide di raggiungerla a Roma. “Le nostre famiglie non volevano che vivessimo in Italia perché lui lì aveva un ottimo impiego ma io non intendevo andarmene”, ricorda. “Sono stati anni difficili, poi, nel 2005, dopo l’ennesima richiesta di finanziamento negata da una banca, ho ottenuto un prestito con il microcredito da Fondazione Donna e la situazione si è definitivamente ristabilita. Ora sono la titolare della ditta e mi prendo cura del mio ‘padre putativo’, ormai anziano e malato, che vive con me, mio marito e nostro figlio Amin, di 6 anni”.

Finalista del MoneyGram Award 2011, il premio all’imprenditoria immigrata in Italia, Aida è stata anche l’unica straniera tra le donne selezionate dalla Camera di Commercio di Roma per la pubblicazione “Nel segno di Minerva. Vitalità e valori dell’impresa femminile nei ritratti di trenta protagoniste del territorio romano” (2001). Nonostante i riconoscimenti e l’attuale solidità della sua impresa, non mancano tuttavia piccoli spiacevoli episodi di discriminazione, racconta. “Capita ancora oggi che qualche grossista o rappresentante di settore che non mi conosce passi dal negozio e chieda con aria sbrigativa ‘Ah, non c’è nessuno?’, oppure, ‘Il titolare dov’è?’, dando per scontato che una donna, perlopiù straniera, non possa occuparsi in prima persona di motori e ricambi per auto. Un tempo la cosa mi disturbava molto, ora ci scherzo su e quasi sempre rispondo, in un italiano volutamente storpiato, ‘Badrone non g’è!’. È un’ottima soluzione per non perder tempo quando sono piena di lavoro!”.

Malgrado i successi, Aida non dimentica la triste sorte di molte sue connazionali che rischiano la vita su imbarcazioni di fortuna. “In quelle tragiche immagini c’è anche la mia dignità, di donna e di migrante. L’Italia è un Paese difficile, con una situazione economica fragile dove senza contatti né documenti è impossibile cominciare una nuova vita. Inoltre, affidarsi a trafficanti senza scrupoli è un rischio troppo grande, che sconsiglio a tutti di correre. Dovrebbero esser siglati accordi intergovernativi tra i nostri Paesi affinché le persone prima di partire siano ben informate della situazione qui, dei rischi legati all’immigrazione irregolare e soprattutto alle percentuali dei morti in mare, che sono spaventose”.

 

Concept store all’iraniana

//Roma. Neda nel suo concept store. Foto di F. Chiorazzi.Roma. Neda nel suo concept store. Foto di F. Chiorazzi.Neda Mokhtari ha trent’anni, capelli corvini e occhi scurissimi e vivaci. Nata a Teheran e da 13 anni a Roma, ha studiato prima fotografia e poi pittura e moda. Nel suo centro benessere nel cuore di Testaccio c’è un’atmosfera ricercata, dove elementi retrò si mescolano a oggetti moderni, scelti con cura e originalità.

Un luogo accogliente e rilassante, ideale per trascorrere qualche ora all’insegna della bellezza e del benessere tra boutique, sala trucco, SPA e hammam. “Volevo aprire una mia casa di creazione sartoriale”, racconta Neda, “ poi la mia attuale socia, italiana, truccatrice professionista per cinema e spettacolo, mi ha proposto di creare questo spazio multifunzionale ispirato ai grandi centri di New York e Milano. Non c’era nulla di simile a Roma e ho deciso di accettare. Qui mi occupo della boutique, dove espongo abiti disegnati da me, e degli aspetti amministrativi. Sono felice e il mio lavoro mi piace, anche se è molto complicato districarmi nella burocrazia italiana”.

Studentessa fino a pochi mesi fa e con una tesi ancora da discutere, la giovane Neda, che nel suo centro ha assunto quattro italiani, si ritrova spesso sommersa di carte, documenti e permessi, talvolta difficili da decodificare. “Senza l’aiuto del mio consulente legale non so come farei”, ammette. “In questo settore ci sono normative per tutto, ma sono in genere poco chiare: se la Asl dice una cosa, spesso l’impiegato del Comune ne dice un’altra. Per fortuna sono iraniana e non tedesca!”, ironizza sorridendo. “Non mi sono mai sentita discriminata come straniera, anche se è stato difficile ottenere un finanziamento dalla banca e ho dovuto chiedere alla famiglia della mia socia di farmi da garante. Abbiamo usato il prestito per ristrutturare il centro e, malgrado il momento economico non sia certo dei migliori, sono sicura che funzionerà”, dice fiduciosa. “D’altra parte”, aggiunge, “se nella vita non rischi non andrai mai da nessuna parte!”.

//Il secondo laboratorio organizzato al Circolo degli Artisti di Roma con alcune delle protagoniste. Foto di F.Chiorazzi.Il secondo laboratorio organizzato al Circolo degli Artisti di Roma con alcune delle protagoniste. Foto di F.Chiorazzi.

Le altre protagoniste del progetto sono una chef peruviana, una dottoressa ayurvedica indiana, una sarta colombiana, una tessitrice di filati romena, una tipografa nigeriana… e la rete è in continua espansione.

Seppur diverse tra loro per provenienza, età e competenze, tutte queste donne hanno saputo trasformare l’esperienza migratoria in un’opportunità di crescita personale e professionale, convogliando l’energia creatrice femminile su progetti concreti, dinamici e funzionali.

Sulle loro storie saranno presto realizzati dei reportage, un testo narrativo, una fiction con il contributo del fotografo Francesco Chiorazzi e un documentario. L’ente promotore del progetto è la galleria d’arte Atelier, nata nel 2001 nel cuore del Rione Monti dall’incontro di altre due “strane straniere”: l’architetto croato Ana Laznibat e la biologa serba Ljuba Jovicevic.

 

www.stranestraniere.com


 

Federica Araco

10/03/2014