Sulcis in fundo: l’ultima minatrice | Valentina Pedicini, Dal profondo, miniera, Sulcis, Nuraxi Figus, minatori, Casa Internazionale delle Donne, I racconti del lavoro invisibile
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Federica Araco   

Sulcis in fundo: l’ultima minatrice | Valentina Pedicini, Dal profondo, miniera, Sulcis, Nuraxi Figus, minatori, Casa Internazionale delle Donne, I racconti del lavoro invisibile

“Respira, respira piano. I tuoi occhi presto si abitueranno al buio. Non aver paura, questo è il nostro mondo. È casa tua”.

Il vecchio montacarichi, cimelio ancora funzionante degli anni Trenta, cigola e oscilla nel vuoto. La carrucola si aziona e un rumore sinistro ne accompagna la lenta discesa, fino alle viscere della terra. Cinquecento metri in sette minuti.

Quando anche l’ultimo spiraglio di luce viene inghiottito dall’oscurità, la vista ci mette un po’ a orientarsi. Poi, lentamente, si cominciano a distinguere le prime forme: lunghi tunnel scavati nella roccia, grovigli di cavi, tubi per l’areazione, carrucole, pompe ad aria compressa ed enormi macchinari che, come mostri meccanici, ostentano i loro denti, aguzzi e spaventosi. Tutto è avvolto da una polvere scurissima e da un silenzio surreale, a eccezione dell’”inferno”, il luogo dove si prende il carbone. Ovunque c’è materiale altamente infiammabile. Nel ventre della montagna non è consentito fumare né portare oggetti eccetto quelli previsti dalla divisa autorizzata: un elmetto con la luce frontale, scarponi pesanti e la tuta da lavoro.

Seduto tra santini e immagini votive, un uomo snocciola i grani di un rosario recitando il Padre Nostro. Le sue mani grandi, segnate dal tempo e dalla fatica, sembrano inadatte a un gesto così delicato. Gradualmente, altre voci si uniscono alla sua novena. Sono quelle dei 150 minatori dell’ultima cava ancora estrattiva della zona mineraria del Sulcis Iglesiente, l’area più povera della Sardegna e del Paese. Patrizia è una di loro. I suoi muscoli sono addolciti da curve generose e dal rilassamento tipico di chi ha superato la cinquantina. È l’addetta al rilevamento del gas inodore e conosce ogni angolo di quell’enorme città sotterranea, della quale è l’indiscussa regina. Nipote, figlia, sorella e zia di minatori, è l’unica donna della famiglia ad aver scelto questo faticoso mestiere, e forse l’unica in Italia. Un lavoro secolare che è al contempo orgoglio e maledizione. E che genera un viscerale attaccamento a un luogo buio, insalubre e pericoloso che, però, tutti qui considerano “casa”.

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Stretti tra le pietre, schiacciati tra la polvere e il silenzio, questi eroi dell’oscurità dialogano con i propri cari defunti, tra ricordi e improvvisi bagliori di luci. Molti hanno perso i parenti in quelle stesse gallerie dove, una volta adulti, hanno scelto di lavorare.

“La miniera è un luogo incredibile e sconosciuto. Volevo raccontare la vita che vi brulica dentro”, spiega la regista Valentina Pedicini, che ha proiettato il suo documentario in una serata de I Racconti del Lavoro Invisibile alla Casa Internazionale delle Donne di Roma. “Dopo sei mesi di riprese e circa due anni trascorsi nella cava di Nuraxi Figus, nel cuore del Sulcis, sono tornata cambiata. Era l’ultima miniera rimasta in attività, malgrado le continue minacce di chiusura perché considerata in perdita da un punto di vista economico. Ora è dismessa, ma un gruppo di minatori deve continuare a monitorarla perché è a rischio di esplosione finché non verrà definitivamente allagata”.

Quando quella realtà sotterranea, teatro di quasi due secoli di storie, lotte, paure e speranze, scomparirà per sempre tra i flutti queste immagini saranno l’ultima testimonianza.

Un lavoro intenso ed essenziale, scaturito dall’incontro tra due sguardi femminili che hanno deciso di svelare, insieme, quell’interregno misterioso nelle viscere della terra dove si vive nell’invisibilità, sospesi tra la vita e la morte.

Patrizia era tutto quello che cercavo racchiuso in due occhi azzurri e in una vicenda personale e familiare capace di assurgere a modello della storia mineraria declinata al femminile”, scrive l’autrice nelle note di regia. “Scendere con lei, anche solo una volta, in miniera, ha determinato lo stile del film. Un film ambientato sottoterra, al buio, dove la natura ostile ha costretto i protagonisti e la troupe a nuove forme di adattamento, […] lavorative e fisiche, […]espressive e filmiche”.

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Capovolgendo la prospettiva, Dal profondo propone una sorta di narrazione del mito della caverna platonica al contrario. Con le sue inquadrature lente, scurissime, i suoi dialoghi rarefatti ed essenziali, descrive il mondo sotterraneo con tale densità simbolica e affettiva da far apparire la realtà in superficie priva di interesse, artificiale, superflua.

“La miniera crea dipendenza”, ammette la regista. “Dopo 26 giorni passati ininterrottamente al suo interno per girare, con turni anche di 14-18 ore, non è stato semplice riabituarci al mondo esterno. È un fenomeno strano. Lì sotto manca tutto: l’aria, la luce, lo spazio. Eppure senti di non aver bisogno di nulla”.

 

http://dalprofondo.lasarraz.com/

 


 

Federica Araco

3/03/2015

 

L’incontro è avvenuto alla Casa Internazionale delle Donne di Roma, in occasione del terzo dei quattro incontri dedicati a “Parole e immagini” nell’ambito del progetto I racconti del lavoro invisibile (http://www.iraccontidellavoroinvisibile.it).