“Una città possibile” per i Rom a Torino, tra sgomberi e tensioni | rom e sinti, Enpa, accoglienza, integrazione, IDEA ROM
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Stefanella Campana   

//Ambulatorio sociale dell’EnpaAmbulatorio sociale dell’Enpa

E’ di qualche giorno fa il raid vandalico, il quinto in poco tempo, all’ambulatorio sociale dell’Enpa che ospita cani e gatti, per danni di oltre cento mila euro, e che si trova vicino al campo rom autorizzato di via Germagnano. Non ha certo giovato al clima che si respira a Torino nei confronti dei nomadi. “Episodi intollerabili. Il Prefetto intervenga. Ora controlli diretti e continui sul campo”, ha reagito il sindaco Fassino, mentre un tam tam minaccioso sui social promette “ruspe a volontà” (naturalmente non poteva mancare la visita del leghista Salvini) e dall’opposizione si grida al “fallimento della politica dell’accoglienza e della tolleranza del centro sinistra”. Non è una convivenza facile, soprattutto in certe aree periferiche dove la presenza di campi nomadi catalizza gran parte delle tensioni sociali in una città alle prese con la crisi, come denota l’alta percentuale di cassa integrazione e i molti sfratti.

A Torino sono presenti quattromila nomadi, tra rom e sinti che vivono in quattro aree torinesi autorizzate mentre nelle altre nove abusive ci sono in prevalenza rom rumeni e cittadini rumeni arrivati in gran numero con l’entrata della Romania nell’Ue. “I sinti sono stati i primi ad arrivare nel capoluogo piemontese, secoli fa e ora sono il 40 per cento; molti parlano il dialetto piemontese, sono giostrai, alcuni sono riusciti a comprare bar, negozi di abbigliamento, terreni su cui hanno costruito le loro case. I loro figli vano tutti a scuola. Poi sono arrivati i profughi dalla ex Jugoslavia, e per ultimi i romeni: una continua emergenza. La maggior parte degli abusivi sono romeni, quindi comunitari, venuti in Italia dal ’99 perché, dicono, ‘Italiani cuori buoni’: prima gli adulti, lasciando la famiglia in Romania, negli ultimi 5-6 anni anche con i figli. Ma con il loro arrivo la situazione è peggiorata, sono aumentate le tensioni con i rom provenienti dalla ex Jugoslavia. Esiste il meticciato nelle comunità romene e pensavamo fosse la soluzione e invece i romeni sono diventati anche loro come i rom”. E’ il quadro che dipinge Carla Osella, presidente AIZO (Associazione Italiana Zingari Oggi), sociologa, che da 44 anni opera a favore dei rom, una realtà presente in quindici regioni con 72 sezioni. A Torino sono impegnati dodici operatori e una trentina di volontari. Un forte impegno da molti anni che si unisce a quello del Comune di Torino e di tante associazioni, ma che non sembra aver portato a risultati definitivi e soddisfacenti proprio per l’emergenza che non ha fine.

“Una città possibile” per i Rom a Torino, tra sgomberi e tensioni | rom e sinti, Enpa, accoglienza, integrazione, IDEA ROMBisogna lavorare sull’integrazione, sulla solidarietà. Ma di fronte a un palese non rispetto delle regole, delle leggi, mai un foglio di via; i reati contro il patrimonio non sono sufficienti per l’espulsione. Si deve trovare un equilibrio tra solidarietà e rispetto delle regole. Ma manca una politica nazionale sui rom: se occupi aree abusive devi essere allontanato. Attualmente è più difficile inserire i rom con il problema dei rifugiati”, sottolinea Elide Tisi, vice sindaca di Torino che coordina le politiche sociali della città. Viene dal mondo cattolico con anni di impegno in attività sociali. Ora ha sulle sue spalle i tanti problemi di una grande città, che vuol anche dire essere tutore di 2 mila persone e magari essere svegliata nel cuore della notte per una decisione da prendere, occuparsi di 800 bambini tolti a famiglie disastrate da dare in affido ogni anno, 1300 persone senza fissa dimora e progetti di contrasto alla povertà e crescenti aiuti alle famiglie di stranieri.

Al Comune di Torino opera un apposito servizio nomadi presso la Direzione Politiche Sociali, con l’aiuto di mediatori culturali. Offre informazione, consulenza e accoglienza alla popolazione Rom e Sinti presente o in transito sul territorio cittadino: dalla regolarizzazione del permesso di soggiorno e autorizzazione nelle aree attrezzate all’inserimento al servizio sanitario nazionale, dall’accesso alle abitazioni alle iniziative d’inserimento lavorativo o regolarizzazione del lavoro autonomo e iscrizione scolastica dei bimbi. Un servizio pubblico coadiuvato da numerose associazioni e cooperative. Dal novembre 2013 a fine 2015 un pool temporaneo formato di associazioni e imprese (le Cooperative sociali Valdocco, AIZO, Stranaidea, Liberitutti, Terra del Fuoco, Croce Rossa) è impegnato nel progetto “La Città possibile”, volto a realizzare “percorsi di interazione e cittadinanza” e l’inserimento in percorsi abitativi per 600 Rom provenienti dai campi abusivi. E’ portato avanti dal Comune di Torino, secondo le linee guida di un comitato di indirizzo formato da Regione Piemonte, Università, Fondazione Compagnia di San Paolo, rappresentanti della chiesa cattolica e ortodossa e reso possibile dal finanziamento di oltre 5 milioni di euro assegnati alla città dall’allora ministro dell’Interno Maroni, per superare i campi nomadi. Una parte dei rom ha accettato di tornare in patria, per tornare nei luoghi da dove sono partiti, attraverso l’aiuto della Caritas locale, chiesa ortodossa, associazione di imprenditori, a copertura della spesa per una borsa lavoro di un anno: ritrovano la loro rete familiare, a volte la casa. Una famiglia si sta comprando una fattoria e le mucche, altri sistemati dove possibile, in alloggi a basso costo con l’impegno a pagare le utenze e l’affitto (con un contributo pubblico decrescente nel tempo), a mandare i figli a scuola, a non delinquere e a rendersi autosufficienti entro due anni. Chi risiede a Torino da tre anni viene aiutato a far domanda per una casa popolare. Ma sull’utilizzo dei 5 milioni è in corso un’indagine della magistratura dopo un esposto di un consigliere comunale di Fratelli d’Italia.

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L’operazione di sgombero del campo nomadi di Lungo Stura Lazio, attivato nel febbraio di quest’anno, è parte integrante del progetto “La città possibile”. Il campo, il più grande della città, sotto sequestro, negli ultimi quindici anni ha ospitato mille persone in una situazione di degrado e cumuli di immondizia. Nell’ultimo censimento risultavano presenti 850 persone. Di queste, circa 300, che hanno accettato il piano di emersione, sono state inserite in sistemazioni abitative temporanee. La vice sindaca parla delle difficoltà a trovare alloggi per le famiglie portate via dal campo di Lungo Stura Lazio: “Abbiamo cercato ovunque anche attraverso agenzie immobiliari, ricevendo molti rifiuti”. E precisa: “Nei campi autorizzati ogni famiglia ha il contatore e paga luce e gas”.

“Il superamento dei campi è sempre stato il nostro obiettivo e la ragione del nostro lavoro e su questo ci impegniamo da anni – afferma a sua volta Carla Osella - ma è impossibile pensare che Torino possa attivare strategie di inclusione con un numero così alto di presenze. Per fare un buon lavoro di integrazione si dovrebbero avere in città non più di 1500 presenze di rom, non uno in più”. Osella parla delle esperienze positive di social housing “per creare comunità”, corsi di italiano per donne, dopo-scuola con volontari, campagna di prevenzione attraverso pap test alle donne rom, corsi per badanti. Non nasconde però le molte difficoltà: “Fanno fatica a mandare i bambini a scuola, pochissimi sono alle medie e alle superiori perché molti non ne capiscono la necessità. Pesano anche certi tabù, ad esempio non mandano le ragazze quando sono mestruate. Il preside segnala le assenze ai vigili, ma la sanzione non basta. Così molti non sanno né leggere né scrivere. I giovani vivono una pesante crisi di identità: vivono in luoghi degradati tra topi e rifiuti ma anche tra internet e whatsapp. Il campo è discriminante, il controllo del gruppo sulla famiglia è pesante e ne ostacola anche evoluzioni e cambiamenti. Tra loro ci sono delinquenti ma molte famiglie che lavorano, mandano i soldi a chi è rimasto nella ex Jugoslavia dove sperano sempre di tornare. Gli enti locali devono però essere più attenti: vanno trattati come tutti i cittadini, con diritti e doveri”.

Proprio sui diritti e doveri è scoppiato un po’ di tempo fa il caso di Borgaro, nel territorio del capoluogo piemontese, dove il sindaco Pd Claudio Gambino aveva provocatoriamente chiesto linee separate degli autobus che fermano nei pressi del campo nomadi di strada dell’Aeroporto, uno per gli italiani e uno per i rom. Questo dopo ripetute aggressioni e furti a pendolari e studenti, al non pagamento del biglietto da parte dei rom. C’è chi ha parlato di apartheid, ma il primo cittadino si è difeso “è mio dovere tutelare i cittadini”. La soluzione? Niente bus separati ma una squadra di controllori fissi per evitare che non si paghi il biglietto, telecamere sui bus e pattuglie di polizia e carabinieri lungo il tracciato.

Un esempio positivo di superamento di una politica puramente assistenziale è il progetto di auto recupero di uno stabile in disuso del Comune di Settimo Torinese – a pochi chilometri d Torino - completamente ristrutturato da famiglie rom provenienti da campi abusivi e dove ora vi abitano. Un progetto portato avanti dall’associazione Terra del Fuoco (creatura del capogruppo di Sel in consiglio comunale di Torino Michele Curto, amministratore delegato suo fratello, il che ha fatto gridare allo scandalo).

Molto critica l’associazione IDEA ROM: sul superamento dei campi rom parla di “un’abile operazione di marketing politico ed economico” perché il sostegno abitativo della durata di due anni, “crea una condizione di dipendenza delle persone dalle cooperative incaricate di gestire il progetto. Una vera gallina dalle uova d’oro”. IDEA ROM è nata nel 2009 ed è formata da donne rom delle diverse comunità presenti a Torino, alcune con esperienze professionali nel campo della mediazione culturale, e tra l’altro ha ricevuto la Targa d’Onore del Presidente della Repubblica “per l’opera tesa all’integrazione sociale della propria comunità”. La sua attività è mirata a favorire l’integrazione e la partecipazione attiva dei rom alla società italiana ed europea nel rispetto delle diverse identità e nel rispetto dei valori fondamentali del vivere civile e a contrastare i pregiudizi e le discriminazioni nei confronti dei Rom. Ha portato avanti dal 2010 molti progetti interessanti di cittadinanza attiva, come “Clean”, dal 2011-2014 che prevedeva - con il contributo del Comune di Torino e della Fondazione Compagnia di San Paolo - l’avviamento di giovani e adulti rom da impiegare nelle pulizie straordinarie di spazi pubblici, aree verdi e edifici scolastici. Diversi i progetti europei sui bambini rom attraverso momenti di dialogo interculturale con azioni ludico-creative per facilitare il dialogo con bambini non rom. Un altro, per formare mamme rom nella preparazione all’inserimento scolastico; un altro ancora mirava a formare insegnanti in grado di offrire un’istruzione ai bimbi rom con esito di successo. Quest’anno è impegnata a seguire le candidature per il Servizio civile per chi ha tra i 18 e 28 anni.

Che il lavoro sia la soluzione anche per i rom è evidente, ma quando si riesce ad inserirli scoppia la protesta, come è successo in una scuola elementare alle porte di Torino, a San Mauro dove due rom, una donna di 36 anni e un ragazzo di 19 anni, inseriti con una borsa lavoro nel progetto Clean-Idea Rom, svolgono attività manuali e sono preziosi mediatori culturali tra la scuola e le famiglie rom e i loro 72 bambini che frequentano regolarmente. “E’ uno scandalo – si è lamentato il padre di uno scolaro – in un momento in cui ci sono tanti italiani senza lavoro”. “Una triste guerra tra poveri”, è stato il commento della preside Nadia Fusco che senza nascondere le difficoltà dell’integrazione “tanti non concludono i corsi”, parla di una buona percentuale “che impara nuovi stili di vita, il rispetto dell’igiene personale, la voglia di apprendere”.  

Appare ancora lungo e faticoso il cammino della “città possibile”, ma almeno è partito e alcuni segnali positivi fanno sperare in un futuro di integrazione possibile nel rispetto reciproco delle differenze, tra diritti e doveri per tutti.

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Stefanella Campana

06/06/2015