Romanì di Roma | Carlo Stasolla, Antonio Ardolino, Emil Julien Costache, Lorenzo Romito, StalkerLab, Associazione 21 luglio, Casilino 900, OsservAzione, Gianni Alemanno, Francesco Rutelli, Walter Veltroni, Ignazio Marino, Mondo di mezzo, La Barbuta, Salvatore Fachile, ASGI, Roma, Silvio Berlusconi, R.O.M. Rights of Minorities
Romanì di Roma Stampa
Federica Araco   

//La “Sarovengo Ker”, la “casa di tutti”, autocostruita dal gruppo StalkerLab insieme agli abitanti del campo Casilino 900 nel 2009.La “Sarovengo Ker”, la “casa di tutti”, autocostruita dal gruppo StalkerLab insieme agli abitanti del campo Casilino 900 nel 2009.

Il giorno in cui morì, Fikret Salkanovic aveva sessantadue anni, nove figli e cinquantaquattro nipoti. Era arrivato a Roma dalla Bosnia nel 1968, insieme al padre e ai fratelli: la prima famiglia rom ad abitare al Casilino 900, una delle baraccopoli più grandi d’Europa che si estendeva su un terreno incolto non edificato tra via Casilina e viale Palmiro Togliatti, alla periferia orientale della città.

All’epoca, lì vivevano decine di sottoproletari provenienti dal sud Italia, in particolare siciliani, calabresi e napoletani, e qualche famiglia di caminanti arrivati da Noto, dediti alle attività di arrotino e ombrellaio e alla vendita al dettaglio di prodotti agricoli. All’inizio degli anni Ottanta gli italiani si trasferirono nelle case popolari ottenute dal Comune. I Salkanovic, Khorakhané Cergarija, rimasero nella loro baracca.

Successivamente nel campo si insediarono decine di altre famiglie rom provenienti dall’ex Jugoslavia. Senza strade asfaltate, fognature né rete idrica, tra baracche e roulottes, wc chimici e stufe a legna, nel 2010 negli otto ettari occupati dal campo vivevano circa settecentocinquanta persone, perlopiù dedite all’attività di raccolta di materiale usato da rivendere nei mercatini o al recupero dei metalli.

La mattina del 19 gennaio 2010, per decisione dell’allora sindaco di Roma Gianni Alemanno e del Prefetto Pecoraro, le ruspe distrussero la prima baracca. Lo sgombero arrivava dopo mesi di minacce di trasferimento, frequenti interruzioni di forniture idriche ed elettriche e preoccupanti intimidazioni.

“Nessuno si oppose perché il Comune aveva promesso l’assegnazione di case popolari e percorsi personalizzati di inserimento lavorativo dopo i primi quattro mesi nei quali gli abitanti sarebbero stati alloggiati in cinque ‘villaggi attrezzati’ collocati fuori città”, ricorda Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio[1]. Nei giorni seguenti, 573 persone furono smistate tra via Salone (200), via dei Gordiani (40), il “Camping River” (173), via Candoni (96) e via Amarilli (64 ). Molti decisero di tornare nei Paesi di provenienza o di spostarsi altrove in Italia, da parenti e amici[2].

Nel report Casilino 900. Parole e immagini di una diaspora senza diritti [3], pubblicato dalla 21 luglio nel 2010, erano denunciati i costi sostenuti dall’amministrazione capitolina per il trasferimento e l’inserimento degli ex abitanti del campo presso i nuovi spazi, che nel frattempo erano stati ampliati e adeguati per accoglierli: una spesa complessiva di oltre 4 milioni di euro per alloggiare “temporaneamente” poco più di 500 persone.

“Oggi siamo riusciti a dare una collocazione diversa a tutti i nomadi che vivevano qui”, aveva sentenziato il sindaco Alemanno il giorno in cui iniziò lo sgombero. “ […] Questa è una vittoria della legalità ma è anche una vittoria della solidarietà. Questo terreno diventerà un parco. Verrà bonificato nell’arco di un mese […]”[4].

Dopo cinque anni Casilino 900 è un grande terreno abbandonato, usato perlopiù come discarica abusiva, e la maggior parte dei suoi ex abitanti vive ancora nei container dove era stata trasferita con la promessa di un alloggio adeguato.

“I comitati di quartiere speravano che al suo posto fosse realizzato un parco. Ma è più probabile che il terreno finisca nell’enorme giro d’affari della speculazione edilizia romana”, commenta Lorenzo Romito, del laboratorio di arte urbana sperimentale StalkerLab. Nel 2008 il gruppo Stalker coinvolse giovani studenti di architettura italiani ed europei e alcuni rom del campo per realizzare una casa di 70 metri quadrati, la Savorengo Ker (la “casa di tutti”), per dimostrare che, allo stesso costo di un container di 32 metri quadrati, era possibile autocostruire abitazioni dignitose, funzionali ed economiche per tutti. La struttura, in legno, fu data alle fiamme da ignoti poco dopo la sua inaugurazione. “Il valore di mercato di quell’enorme appezzamento di terra continua ad aumentare” spiega l’architetto. “Del resto, Roma è una città che vive della rendita fondiaria e della speculazione edilizia: da sempre si sgombera quando c’è un’esigenza speculativa. A volte si fanno arrivare i rom per deprezzare i terreni, oppure si mandano via per rivalorizzarli. Spesso si costruiscono ‘villaggi attrezzati’ per urbanizzare aree che non potrebbero essere urbanizzate”.

 

Una “sinistra” tradizione

//Foto tratta da “Sono del campo e vengo dall'India”, di Ulderico Daniele, Meti edizioni, 2011.Foto tratta da “Sono del campo e vengo dall'India”, di Ulderico Daniele, Meti edizioni, 2011.

Nella capitale gli sgomberi forzati si verificavano già da diversi anni, al di là delle ideologie politiche del sindaco di turno, poiché la cosiddetta “questione rom” è stata da sempre largamente strumentalizzata per racimolare voti, sia a destra che a sinistra.

“Negli anni Ottanta, quando arrivarono le prime famiglie dall’est Europa o dai Balcani, le giunte regionali crearono le linee guida per realizzare, finanziare e regolamentare quelli che all’epoca furono chiamati ‘campi sosta’ basandosi sulla falsa convinzione che tutti quegli immigrati fossero rom, e che tutti i rom fossero ‘per cultura nomadi’”, spiega Antonio Ardolino, di OsservAzione[5]. Dopo aver lavorato per anni con i giovani delle periferie di diverse città italiane, Ardolino dal 2004 vive a Roma e attualmente si occupa di dispersione scolastica anche di alcuni minori che vivono nei campi.

Il Lazio, la Sardegna e il Piemonte furono tra le prime regioni italiane a formulare risposte normative a tutela della cultura e dell’etnia di quei gruppi che, pur assai eterogenei per provenienza, estrazione sociale e credo religioso, furono riuniti in un’unica etichetta.

“Le baracche, le tende o le fatiscenti strutture di lamiera lungo i greppi dei fiumi o ai margini dei centri urbani non sono affatto l’espressione caratteristica di una qualche presunta e immaginaria ‘cultura rom’”, precisa Ardolino. “Quanto, piuttosto, le soluzioni abitative precarie e disagiate dei poverissimi e degli emarginati dei sobborghi di tutto il mondo, da Roma a Londra, da Buenos Aires a Nuova Dehli, passando per Los Angeles e New York”.

//Uno scorcio della baraccopoli di Ponte Mammolo, a Roma, dove per circa dieci anni hanno vissuto 250 sudamericani, ucraini, bengalesi ed eritrei, fino a allo sgombero ordinato dal Comune nel maggio 2015. Uno scorcio della baraccopoli di Ponte Mammolo, a Roma, dove per circa dieci anni hanno vissuto 250 sudamericani, ucraini, bengalesi ed eritrei, fino a allo sgombero ordinato dal Comune nel maggio 2015. Con il disgregamento del blocco sovietico e con lo scoppio delle guerre nei Balcani quegli insediamenti abusivi continuarono a espandersi e le autorità locali risposero costruendo i primi ‘megacampi’, i cosiddetti ‘villaggi attrezzati’, da alcuni chiamati, con macabra ironia, ‘villaggi della solidarietà’, nelle estreme periferie urbane.

“Tra il 1999 e il 2000 furono eseguiti centinaia di sgomberi ma le soluzioni di alloggio alternative che venivano proposte, dividendo i membri della stessa famiglia, spesso erano rifiutate. Quel periodo buio dell’amministrazione capitolina viene ricordato come il Giubileo nero degli zingari. Negli anni successivi le cose sono addirittura peggiorate con la costruzione dei mega villaggi che hanno caratterizzato le amministrazioni Veltroni e Alemanno”, conclude l’operatore.

Nel 2007, dopo l’omicidio di Giovanna Reggiani da parte di un giovane rumeno, il Consiglio dei Ministri approvò un decreto legge con “disposizioni urgenti in materia di allontanamento dal territorio nazionale per esigenze di pubblica sicurezza” che conferivano al Prefetto pieni poteri di espulsione su ogni straniero considerato pericoloso.

Sull’onda di questa tendenza securitaria, nel luglio 2009, l’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni siglò il Piano Nomadi[6] che prevedeva, solo nella capitale, la realizzazione di tredici ‘villaggi attrezzati’ e lo sgombero dei 9 insediamenti fino a quel momento tollerati, tra cui Casilino 900, e dei circa 80 considerati abusivi. Il governo Berlusconi stanziò complessivamente 100 milioni di euro ( 19 milioni e mezzo solo per Roma e il Lazio)affidandoli alla gestione diretta delle amministrazioni locali.

Nel 2012, sotto richiesta di Bruxelles, fu presentata la Strategia nazionale per l’inclusione di rom, sinti e caminanti che annunciava l’avvio di procedure per la chiusura dei campi e di percorsi personalizzati per l’alloggio e l’inserimento lavorativo dei loro abitanti. Ma da allora, in 21 comuni italiani si sono realizzate nuove strutture e gli sgomberi sono ormai all’ordine del giorno.

A Roma, l’attuale sindaco Ignazio Marino (Partito Democratico), fedele alla “sinistra” tradizione inaugurata dai suoi predecessori, ha ordinato 34 sgomberi nel 2014 e una media di due operazioni al mese nel 2015[7].

 

La diaspora dei diritti negati

La politica di ghettizzazione su base etnica dei rom, progressivamente respinti ai margini del contesto urbano, contribuisce in modo determinante alla loro esclusione sociale ed è un elemento di altissimo rischio per i fenomeni di devianza e microcriminalità, molto diffusi nei campi come in tutti i contesti caratterizzati da forte disagio socio-economico ed emarginazione.

Secondo l’ultimo Rapporto annuale 2014[8]dell’Associazione 21 luglio, dei circa 180mila rom e sinti presenti in Italia, il 50 percento ha la cittadinanza e 4 su 5 vivono “mimetizzati” in normalissime case e molti svolgono lavori regolari. Le persone in disagio abitativo sono circa 40mila (lo 0,06 percento), di cui 15mila minori a rischio apolidia perché, senza residenza, non possono ottenere i documenti.

Nei campi, il 90 percento delle persone vive al di sotto della soglia di povertà, il 20 percento non ha alcuna copertura sanitaria e c’è un’aspettativa di vita di dieci anni inferiore rispetto alla media nazionale. La dispersione scolastica è molto elevata: appena l’1 percento riesce ad accedere all’istruzione superiore.

“I milioni investiti finora nei progetti di scolarizzazione dei minori rom hanno avuto scarsissimi risultati anche per via delle numerose patologie causate dalla vita nel ghetto, che colpiscono soprattutto i bambini. Le più diffuse sono i disturbi del sonno, i ritardi cognitivi e i disturbi dell’attenzione”, spiega Carlo Stasolla.

Queste patologie, continua, rallentano l’apprendimento degli alunni, che spesso devono affrontare anche pesanti discriminazioni da parte sia dei compagni che degli insegnanti, che raramente hanno gli strumenti necessari a supportare il percorso scolastico dei più disagiati.

“Molti provengono da famiglie non istruite”, racconta Emil Julien Costache, un operatore sociale che da dieci anni lavora nell’ambito della scolarizzazione dei ragazzi in condizioni di disagio abitativo a Roma. “Eppure, è sempre più diffusa la convinzione che l’educazione sia uno strumento essenziale per rendersi autonomi dall’assistenzialismo delle amministrazioni. Molti insegnanti ancora mi chiedono come lavorare con gli alunni rom, dando per scontato che non siano al livello del resto della classe. Emarginati dal processo di apprendimento, relegati agli ultimi banchi da soli a colorare per intere mattinate, molti ragazzi arrivano in quarta elementare senza sapere né leggere né scrivere. Altri, invece, abbandonano il percorso dopo aver frequentato corsi professionali, quando scoprono di non poter sostenere l’esame finale perché senza documenti. Chi, infine, con o senza titolo, cerca un lavoro viene spesso escluso perché rom”.

 

“Il traffico di droga rende meno”

“Noi quest’anno abbiamo chiuso con quaranta milioni di fatturato ma tutti i soldi, gli utili, li abbiamo fatti sui zingari, sull’emergenza alloggiativa e sugli immigrati, tutti gli altri settori finiscono a zero. Il traffico di droga rende meno”[9]. Al telefono è il presidente del Consorzio di Cooperative Eriches, Salvatore Buzzi, intercettato durante l’inchiesta “Mondo di Mezzo” dalla Procura della Repubblica di Roma. Le indagini hanno messo in luce un complesso sistema corruttivo di stampo mafioso che da anni, in collusione con le amministrazioni locali, gestisce l’assegnazione di appalti e finanziamenti pubblici con enormi interessi nella realizzazione e nella gestione dei campi.

Attualmente in città 4400 rom e sinti vivono nei villaggi attrezzati, 1200 nei “centri di raccolta”, 700 nei campi tollerati e circa 2500 negli insediamenti informali.

Nel report Campi nomadi S.P.A. Segregare, concentrare e allontanare i rom. I costi a Roma nel 2013 [10] emergeva che più del 90 percento dei 24 milioni di euro investiti quell’anno nei campi della capitale era destinato a coprire le spese di gestione.

L’economia del ghetto, inoltre, muove ingenti somme di denaro per l’acquisto di sofisticati sistemi di sorveglianza, recinzione e vigilanza, per container e bagni chimici e per effettuare i numerosi sgomberi[11].

“Un esempio emblematico è stato quello di Val D’Ala, del luglio 2014, costato al Comune 168.400 euro” racconta Stasolla. “Dopo le nostre proteste, i 39 rom sgomberati (per la maggior parte bambini) furono alloggiati alla Fiera di Roma e, dopo la sua chiusura, rimpatriati in Romania. A distanza di pochi mesi, essendo cittadini comunitari, sono tornati, insediandosi esattamente dov’erano all’inizio. Far girare i rom è come far girare la spazzatura in un gioco dell’oca estenuante che non arriva a nulla: più li muovi e più guadagnano gli enti che gestiscono le operazioni di sgombero e di accoglienza”. Nel caso di Val d’Ala, a incassare tutto quel denaro pubblico è stato il Consorzio Casa della Solidarietà, che all’epoca gestiva la Fiera di Roma, e di cui poche settimane fa è stato arrestato il presidente, Tiziano Zuccolo, per associazione mafiosa e corruzione aggravata.

“Il grande rischio che noi temiamo è che, per sottrarre appalti a questi soggetti, ora indagati o in carcere, le persone finiscano in strada”, commenta preoccupato Stasolla che propone di chiudere i campi garantendo alloggi dignitosi ai loro abitanti, “procedendo parallelamente allo smantellamento della rete criminale e mafiosa che da anni si arricchisce ‘sulla pelle dei rom’ ”.

//L’immagine è tratta dal rapporto Campi Nomadi S.p.a., a cura dell’Associazione 21 luglio, sui più grandi "villaggi della solidarietà" a Roma. Il campo della Cesarina è stato chiuso nel dicembre 2013.L’immagine è tratta dal rapporto Campi Nomadi S.p.a., a cura dell’Associazione 21 luglio, sui più grandi "villaggi della solidarietà" a Roma. Il campo della Cesarina è stato chiuso nel dicembre 2013.

 

Una sentenza storica

Dopo numerose segnalazioni e denunce presentate dall’Associazione 21 luglio e dall’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI), il 9 giugno scorso il tribunale civile di Roma ha emesso una storica sentenza che definisce i cosiddetti “villaggi attrezzati” illegali per via del loro carattere ghettizzante su base etnica. Il caso specifico riguarda il campo La Barbuta per il quale è stata disposta immediata chiusura. “Creato nel 2012 dalla giunta Alemanno”, spiega Stasolla, “quel campo è in un’area che non si potrebbe urbanizzare per tre motivi: è sotto il cono di volo dell’aeroporto di Ciampino, è sopra una falda acquifera e anche sopra una necropoli. In stato di ‘emergenza’ il direttore dei lavori Scozzafava, ex assessore alle politiche sociali della giunta Alemanno, oggi in carcere, ha impermeabilizzato il terreno, portato l’acqua, la luce e le fogne e non mi stupirebbe che in futuro l’area venisse lottizzata. Aggiungo, infine, che quel terreno fu donato al Comune, in circostanze ancora da chiarire, dal tesoriere della Banda della Magliana”.

“Ci auguriamo che l’amministrazione proponga una road map per la chiusura di tutti i campi entro due anni e la progressiva integrazione dei residenti nel tessuto sociale della città“, ha affermato l’avvocato Salvatore Fachile dell’ASGI dopo la sentenza. “Se ciò non avverrà, siamo pronti a presentare denunce simili per tutti gli altri villaggi attrezzati di Roma e chiedere risarcimenti per gli abitanti di La Barbuta che hanno vissuto nella discriminazione”.

 


 Federica Araco

30/06/2015

1 - http://www.21luglio.org

2 - “I primi a risentire di questo sradicamento sono stati i minori in età scolare, costretti a cambiare improvvisamente, e durante l’anno accademico, compagni e insegnanti”, aggiunge Stasolla, che con la 21 luglio in quei mesi realizzò una breve ricerca condotta sui 247 giovani che erano stati trasferiti. Dai dati raccolti emergeva che nell’anno scolastico 2009-2010 almeno 37 minori rom iscritti alla scuola dell’obbligo avevano dovuto lasciare il loro percorso di studi per via dello sgombero e che oltre 70 bambini interruppero la scuola per almeno due mesi.

3 - Casilino 900. Parole e immagini di una diaspora senza diritti, a cura dell’Associazione 21 luglio, autori Andrea Anzaldi e Carlo Stasolla, editing Danilo Giannese, Fotografie Alessandra Quadri, Roma, 2010.

4 - Dall’intervista del 16 febbraio 2010 pubblicata sul blog “Alemanno 2.0”, Chiusura Casilino 900.

5 - http://www.osservazione.org

6 - Un articolo del Corriere della Sera riporta i dati dell’operazione a Roma e nel Lazio: http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/09_luglio_31/piano_nomadi_roma-1601621809519.shtml?refresh_ce-cp.

7 - Tra gli episodi più recenti ricordiamo l’abbattimento dell’insediamento di Ponte Mammolo, lungo la Via Tiburtina, dove da circa dieci anni vivevano in condizioni di estremo disagio decine di eritrei, ucraini, rumeni, indiani e sudamericani. Benché non ci fosse nessun rom o sinto tra loro, gran parte della stampa italiana ha riportato la notizia parlando di campo “nomadi” confermando e rafforzando nell’immaginario comune, mediatico e politico i frutti di una decennale propaganda che considera questi gruppi incapaci “per cultura” di vivere in condizioni abitative normali.

8 - http://www.21luglio.org/wp-content/uploads/2015/04/Rapporto-annuale-Associazione-21-luglio.pdf .

9 - Da un articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” il 2 dicembre 2014.

10 - http://www.21luglio.org/wp-content/uploads/2014/06/Campi-Nomadi-s.p.a_Versione-web.pdf

11 - Un altro interessante report sui costi della segregazione sistematica dei rom in Italia è Segregare costa. La spesa per i ‘campi nomadi’ a Napoli, Roma e Milano, pubblicato nel 2012 da Berenice, Compare, Lunaria e OsservAzione: http://www.lunaria.org/wp-content/uploads/2013/09/segregare.costa_.pdf .


Federica Araco

30/06/2015

Con il sostegno di:

 Romanì di Roma | Carlo Stasolla, Antonio Ardolino, Emil Julien Costache, Lorenzo Romito, StalkerLab, Associazione 21 luglio, Casilino 900, OsservAzione, Gianni Alemanno, Francesco Rutelli, Walter Veltroni, Ignazio Marino, Mondo di mezzo, La Barbuta, Salvatore Fachile, ASGI, Roma, Silvio Berlusconi, R.O.M. Rights of Minorities