Clima, ultima chiamata  | Greenaccord, desertificazione, Rieti, cambiamenti climatici, ecosistemi, ambiente
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Clima, ultima chiamata  | Greenaccord, desertificazione, Rieti, cambiamenti climatici, ecosistemi, ambiente

Non solo gli esperti ma anche noi comuni mortali stiamo accorgendoci ogni giorno degli effetti catastrofici del riscaldamento globale del nostro pianeta, a cominciare dai cambiamenti climatici. Scioglimento dei ghiacciai, innalzamento dei mari, desertificazione, piccole isole destinate a scomparire e crisi idriche: se non si corre ai ripari, i danni saranno irreversibili. Dopo i fallimenti del Protocollo di Kyoto e della Conferenza di Copenhaghen, il vertice di 190 nazioni a Parigi, COP21, segna un accordo importante che riconosce un nuovo modello di sostenibilità energetica, fonti rinnovabili, tutela delle foreste. Alla vigilia dei negoziati di Parigi, il 12° Forum Internazionale dell’informazione per la salvaguardia della natura” organizzato da Greenaccord a Rieti, ha offerto a giornalisti provenienti da Croazia, Danimarca, Bulgaria, Irlanda, Regno Unito, Spagna, Slovenia, Austria, Romania, Somalia e Camerun, in maggioranza giovani, la possibilità di sentire esperti di fama internazionale che hanno illustrato efficacemente tutti gli aspetti dei cambiamenti climatici in sei sessioni di lavori. Analisi che ci aiutano a capire lo stato di salute del nostro pianeta.

La fotografia iniziale della situazione è offerta da Jean-Pascal van Ypersele, climatologo belga ed ex vice Presidente IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), che ha illustrato i dati del V Rapporto Valutativo 2013-2014: “i numeri evidenziano come il destino del pianeta Terra sia totalmente nelle mani dell’uomo e delle sue scelte. L’influenza umana sui fattori climatici è pari al 95%”. Lo scenario delineato dall’organismo Onu è devastante: “entro fine secolo arriveremo ad un aumento della temperatura media globale tra i 4 e 6 gradi centigradi”. Questi cambiamenti, declinati in termini di abitabilità del pianeta, “non sono ancora compresi dagli stessi addetti ai lavori”. Secondo le proiezioni dell’IPCC l’innalzamento del livello del mare sarà compreso in una forbice tra i 30cm e il metro. “Quel che più desta allarme è che gli effetti dell’innalzamento saranno pagati a caro prezzo dai Paesi più poveri, assai vulnerabili in tema di impatto e di adattamento ai cambiamenti climatici. Come ridurre quindi le emissioni? Servono tecnologie più pulite per la produzione e il consumo di energia, per contenere al di sotto dei 2 gradi l’innalzamento delle temperature globali, con un intervento di riduzione delle emissioni di CO2 tra il 40% e il 70% entro il 2050”. Interventi importanti ed economicamente sostenibili: “In termini economici avrebbero un costo pari allo 0,06% del Pil mondiale. E tale dato – ha sottolineato il climatologo belga – non tiene conto dei benefici economici legati alla tutela degli ecosistemi e delle risorse naturali”.

L’India, insieme alla Cina, è tra i paesi sotto accusa per le emissioni nocive. Per tutta risposta Jairam Ramesh, parlamentare indiano ed ex ministro dell’Ambiente, ha rivendicato gli impegni presi in questi anni dall’India in tema di riduzione delle emissioni, ma soprattutto sul fronte energetico con l’aumento del solare, dell’eolico e del nucleare. L’ex ministro indiano ha evidenziato come l’India produca oggi “soltanto il 6% delle emissioni di gas serra”, svolgendo, rispetto a Cina, America ed Europa, il ruolo di “piccolo attore che non ha storicamente contribuito al problema del surriscaldamento terrestre”. Tuttavia il boom economico indiano porterà Nuova Delhi a raggiungere entro il 2030 i livelli di emissioni degli Stati Uniti, e non è pensabile quindi che l’India non prenda impegni sulle questioni ambientali. Anche perché 300 milioni di indiani vivono in aree costiere che saranno sommerse e la vita di 500 milioni dipende dall’acqua dei ghiacciai dell’Himalaia che stanno scomparendo. Sul fronte dell’utilizzo di energie rinnovabili “Il mio Paese – ha sottolineato il parlamentare indiano – attraverso forti investimenti sul solare e sull’eolico passerà dall’attuale 6% al 20% entro 2030”.

Investimenti saranno fatti anche sull’utilizzo dell’energia nucleare che coprirà entro il 2030 il 67% del fabbisogno nazionale. Tutto questo – ha concluso Ramesh - significa che “c’è un ruolo ancora enorme per il carbone e questo mi preoccupa, ma l’India, come la Cina o la Polonia, non si può permettere di abbandonare il suo utilizzo che oggi rappresenta il 65% delle fonti di energia, ma entro il 2030 si ridurrà al 50%”.

Per Domenico Gaudioso, capo del Servizio Clima e Atmosfera dell'ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca ambientale, è fondamentale un meccanismo di monitoraggio e verifica trasparente dell'attuazione degli impegni presi al vertice di Parigi. “In questo modo sarà possibile monitorare l’adeguatezza agli obiettivi prefissati e procedere alla loro revisione. Dal rigore di questo meccanismo dipenderà l’efficacia del nuovo accordo”. Ovviamente, ruolo cruciale sarà quello degli Stati più industrializzati, principali responsabili delle emissioni di CO2. “Tutte le classi agiate – ha ammonito Gaudioso - devono modificare i propri stili di vita, ovunque esse risiedano”.

Hans Joachim Schellnhuber, climatologo del CBE Potsdam Institute for Climate Impact Research e membro della Pontificia Accademia della Scienza ha ricordato che iI 2015 è di gran lunga l'anno più caldo mai registrato. “Un salto notevole per i modelli dei cambiamenti climatici. “A tale esito contribuisce direttamente l’evento del Niño, fenomeno climatico periodico che si verifica nell'Oceano Pacifico centrale in media ogni cinque anni”. L'analista tedesco ha poi spiegato che “in una manciata di decenni, nell'era industriale, le concentrazioni di CO2 in atmosfera sono aumentate del 40%, da 280 a oltre 400 parti per milione. Se le cose non verranno modificate, ci sarà un aumento della temperatura di oltre 5° entro fine secolo. “E un tale aumento, ne sono più che convinto - ha detto con forza - porterà alla fine della nostra civiltà. Per di più, se dovessimo bruciare tutti i combustibili fossili disponibili nei giacimenti mondiali, il riscaldamento globale sarebbe di 8-10 °C”. Schellnhuber sottolinea che se è vero che la civiltà si è sviluppata grazie agli ultimi 11.000 anni di stabilità climatica, ciò che sta accadendo al clima rischia di segnare la fine della civiltà entro 200-300 anni.

David R. Easterling, scienziato del National Climatic Data Center, il più grande archivio mondiale di dati meteorologici, ha spiegato come gli Stati Uniti spendono ogni anno “un miliardo di dollari per i danni causati dagli eventi climatici estremi”. Questo trend, senza interventi globali a favore della sostenibilità, è destinato a moltiplicarsi sia in termini di frequenza che nel numero delle aree coinvolte. Cicloni tropicali, tornado, zone colpite da siccità, giornate di caldo anomalo: entro la fine del XXI secolo, ha spiegato Easterling “gli eventi climatici estremi potrebbero verificarsi non più ogni 20 anni ma ogni due anni nella maggior parte delle regioni del mondo e si potranno registrare giornate più calde anche di dieci gradi, con rischi catastrofici che potrebbero causare danni incalcolabili”.

L’impatto del riscaldamento del pianeta comporterà la progressiva scomparsa dei ghiacciai dalla Terra. A raccontare questo scenario e le sue terribili conseguenze è stato Svante Bodin, professore dell’International Cryosphere Climate Initiative. Secondo la ricostruzione di Bodin “lo scioglimento delle calotte di ghiaccio polare e l’acidificazione degli oceani del Nord Atlantico, possono essere reversibili a condizione di riuscire a contenere l’aumento della temperatura tornando ai livelli preindustriali, riducendola quindi di 1-1,5 °C”. Ma tutti i dati climatici sembrano essere concordi sul fatto che l’aumento della temperatura globale “potrebbe verificarsi molto prima di quanto proiettato”. In base agli scenari possibili, ha aggiunto l’esperto climatologo, “possiamo dire che, se non alzeremo il livello delle nostre ambizioni, l’aumento medio delle temperature sarà tra i 2,7 a 3,5 gradi entro il 2030, con la certezza di veder scomparire centinaia di grandi ghiacciai, contribuendo così all’aumento del livello dei mari ma anche a mettere in crisi le risorse idriche regionali”.

Al tema del riscaldamento climatico fanno da cornice le conseguenze dovute alla progressiva desertificazione di molte aree del pianeta, con le crisi idriche che colpiscono spesso le regioni meno sviluppate del mondo. Secondo Zbigniew W. Kundzewicz, esperto di desertificazione della Polish Academy of Sciences, attualmente sulla Terra un miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile, buona parte concentrate in Africa, un continente in cui un terzo della popolazione vive in siccità e dove ogni anno muoiono 1,5 milioni di bambini. “Questi numeri, senza adeguate contromisure sostenibili, sono destinati a salire ed entro 2025 saranno almeno 2,5mld le persone costrette a vivere senz’acqua”, ha aggiunto, denunciando il rischio di un aumento di profughi per crisi ambientali. “La diminuzione delle risorse idriche sono confermate da tutti i nostri dati e le simulazioni del futuro mostrano che questa realtà è drammaticamente in aumento”, ha concluso Kundzewicz.

In apertura dei lavori è stata data lettura del Messaggio di Papa Francesco che nella recente Enciclica, “Laudato si'”, un documento storico, per la prima volta è posta al centro la salvaguardia della Terra: “Scienziati e giornalisti contribuiscano a sensibilizzare le istituzioni politiche e i cittadini perché si diffondano stili di vita sostenibili sul piano umano ed ecologico e si adoperino affinché il sistema economico promuova la piena realizzazione di ogni persona e l'autentico sviluppo del Creato”.

I cambiamenti climatici raccontati dagli scienziati fotografano un Pianeta a rischio estinzione e l’unica risposta possibile è una rivoluzione culturale, una conversione ecologica che può essere realizzata solo attraverso una nuova etica sostenibile. Il tema ecologico, del resto, è al centro di tutti i principali testi sacri. Lo ha spiegato Rav Alberto Funaro, rappresentante della Comunità Ebraica di Roma, ricordando come, ad esempio, per la religione ebraica il rispetto della natura “come dono fatto all’uomo da Dio, diventa un diritto-dovere”, e anzi le leggi della tradizione biblica mostrano “grande lungimiranza” rispetto ai problemi della tutela dell’ambiente che oggi ci tormentano. La vera sfida è quindi proprio quella di lanciare “un'asse tra tutte le fedi religiose per un’alleanza di natura spirituale che ciascun credo può motivare dall’interno della propria teologia, specie quando si tratta di religioni che nella loro disciplina contengono indicazioni per il rispetto

dell’ambiente”.

È il caso anche dell’Islam, che rappresenta un quarto della popolazione della Terra e deve certamente dire la sua in questa sfida per salvare il Pianeta. “L’Islam può contribuire a questo dibattito”, ha detto Jasser Auda, direttore del Maqasid Institute, sottolineando che un terzo del Corano è dedicato alla Natura. “La Terra è in equilibrio ma è l’uomo che altera e corrompe questo equilibrio” e la religione islamica da sempre offre ai suoi fedeli le risposte etiche per evitare comportamenti deleteri contro la natura. Ogni volta che l’uomo ha separato la politica dall’etica ha perso di vista la lungimiranza nelle scelte per il bene comune, e questo avviene anche nella guerra al terrorismo “che non si combatte con un approccio solo basato sulla sicurezza”.

Giuliano Amato, membro della Corte Costituzionale, più volte presidente del Consiglio ed ex ministro ha collegato il tema dell’ecologia alle nuove forme di terrorismo che si alimentano con i ricavi delle vendite dei combustibili fossili. “Abbandoniamo l’uso dei combustibili fossili”, ha detto il professor Amato, “e così, oltre a contribuire a salvare la Terra, essiccheremo il finanziamento del terrorismo”. L’emergenza climatica, ha aggiunto Amato, “è una vendetta rispetto all’estremismo razionalista post-illuminista. È la scienza che ci dice che il mondo così come lo stiamo conducendo ci porta alla rovina”. L’appello ad una nuova conversione ecologica è raccolto anche dalla scienza, come ha ricordato Zbigniew W. Kundzewicz, membro dell’accademia polacca delle Scienze. Ma proprio dalla cattolica Polonia, ha sottolineato il geofisico, arrivano molte voci scettiche a proposito della scelta “ormai irreversibile” di abbandonare l’uso del carbone. Uno scetticismo forse condizionato dalle lobby del carbone, che rappresenta l’85% delle fonti energetiche del Paese”.

l’Economista Leonardo Becchetti ha trattato di debito ecologico e giustizia climatica soprattutto in funzione dell’attenzione ai più poveri: “Il 23% dei beni prodotti dalla nascita di Cristo a oggi è stato prodotto dopo l'anno 2000: è la prova dell'esigenza di passare urgentemente a un'economia circolare”. Il dato è stato presentato in anteprima e sarà contenuto nel rapporto globale sulla felicità che lo stesso economista presenterà a marzo insieme a Jeffrey Sachs: “Le imprese non devono essere semplici massimizzatrici di profitto limitandosi a mettere l'azionista al centro del loro mondo,subordinando diritti, ambiente ed effetti sulla società”  E in questo senso – ha spiegatol'economista - è utile anche investire nella finanza etica””.

Per vincere la sfida alle lobby dell’industria di combustibili fossili occorre però preparazione e capacità di sviluppare campagne di disinvestimento. E' questa una delle attività principali portate avanti da Rebecca Newsome, del Fossil Free SOAS, University of London. “Il disinvestimento pubblico e privato in queste aziende non vuole colpire il loro capitale ma togliere loro la licenza politica e sociale ad agire”. Attualmente, ha ricordato Newsome, “nel mondo ci sono oltre 500 istituzioni che hanno cancellato 2,6 trilioni di dollari investiti in queste aziende. È importante tenere alta la pressione sul tema del coinvolgimento attivo degli investitori per influenzare le scelte sostenibili delle imprese”.

L’agricoltura è stata la prima a fare i conti con i danni ambientali e rappresenta un presidio del territorio che può ricoprire un ruolo fondamentale in termini di cura e prevenzione della Terra. La filiera agricola nel corso degli ultimi anni ha subito danni devastanti dai cambiamenti climatici e “se non saranno introdotte misure sostenibili prodotti tipici del made in Italy, come il Chianti, potrebbero cambiare sapore nel giro di pochi anni”. A lanciare l’allarme è stato Francesco Ciancaleoni, rappresentante del settore area ambiente e territorio di Coldiretti, che ha sottolineato la volontà del settore agricolo di “non sottrarsi alle proprie responsabilità”.

L’agricoltura, ha ricordato l’esperto della Coldiretti, “produce solo il 7% delle emissioni nazionali” e questa tendenza a “inquinare poco” si riflette anche nel trend europeo che segna un -16% di emissioni nel periodo 1990-2012. Ma molto ancora si può fare, se è vero che proprio la filiera agricola svolge un ruolo fondamentale in termini di assorbimento di CO2, “nonostante questa funzione non venga valorizzata in termini economici dal nostro Paese”. Per segnare un cambio di passo, quindi, “occorre un rafforzato protagonismo nei fenomeni di mitigazione climatica attraverso la valorizzazione dell’assorbimento di carbonio ma anche, ad esempio, attraverso un forte impulso per la gestione dell’agroenergia”. Sostegno all’agricoltura a km “0”, ma anche investimenti per l’adattamento ai nuovi scenari climatici che nel giro di pochi anni potrebbero danneggiare gravemente il 55% dei raccolti nell’area sub-sahariana dell’Africa.

Numeri impressionanti, come ha ricordato Raffaello Cervigni, Lead Environmental Economist, AFR1 Regional Coordinator for Climate Change, Africa Region Environment & Natural Resources della Banca Mondiale. L’Africa rappresenta l’area del Pianeta più a rischio, visto l’alto tasso di povertà che entro il 2030 dovrebbe far contare oltre 100 milioni di persone indigenti. Proprio sul Continente nero, ha spiegato Cervigni, Banca Mondiale ha preparato un piano di investimenti strutturali pari a 4,5 mld di dollari destinati a tutelare il potenziale idrico dell’Africa, il cui 80% risulta ancora non utilizzato. Ma anche interventi per favorire un’agricoltura più smart, capace di aumentare la produzione di alimenti resistenti ai cambiamenti climatici e che producono meno emissioni. Ma il progetto più ambizioso, ha concluso l’economista di Banca Mondiale “è portare entro il 2020 ad un gigawatt la produzione di energia solare nel continente africano”.

Secondo Alessandro Tavoni, economista presso London School of Economics and Political Science, “per salvare la Terra ci vogliono incentivi e non solo un accordo”. Incentivi ma anche una rivoluzione culturale in grado di invertire gli obiettivi del mercato e gli strumenti per ottenere il profitto che può assolutamente arrivare anche da investimenti in campo di efficienza energetica. A sottolineare questo aspetto è stato Claudio Ferrari, Presidente di Federesco: l’efficienza energetica “deve essere vista come un’opera infrastrutturale e strategica, un’esperienza autoliquidante che ha bisogno tuttavia di una finanza iniziale”. L'attuale sistema energetico mondiale “comporta uno spreco di risorse energetiche e quindi economiche”, ha spiegato Ferrari, sottolineando come “su 100 unità di combustibile prelevato, oltre il 90% dell'energia viene persa lungo la filiera dagli impianti di produzione, nel trasporto, nelle fasi di pompaggio e a causa degli strozzamenti della rete”. Numeri non più sostenibili. Per questo motivo quello dell’efficienza energetica “è il settore economico a livello mondiale con più potenzialità di sviluppo nei prossimi 20 anni”.

Sono state relazioni di altissimo livello – ha sottolineato il presidente di Greenaccord Alfonso Cauteruccio – “pensate per offrire la possibilità agli operatori dei media di approfondire un tema di scottante attualità come quello del surriscaldamento globale e dei cambiamenti climatici attraverso un confronto qualificato con i massimi esperti mondiali”.

Come ormai avviene da undici edizioni del Forum, è toccato ad Andrea Masullo, Direttore scientifico di Greenaccord, tracciare le conclusioni e riassumere il senso delle quattro giornate di studio e di confronto, che potremmo riassumere nel titolo: “Nessuno si senta al sicuro davanti ai cambiamenti climatici”. “Se la cintura esplosiva dei terroristi ci fa paura perché può ucciderci in un istante non dimostriamo la stessa capacità reattiva di fronte ai cambiamenti climatici che producono sull’umanità effetti comparabili a centinaia di bombe atomiche che esplodono al rallentatore. Noi le stiamo sganciando, ma gli effetti ricadranno sui nostri figli, nipoti e pronipoti – ha ammonito Masullo -. Oggi la catastrofe climatica antropogenica torna ad interrogare gli scienziati sulla necessità di un nuovo paradigma culturale. La scienza si accorge di aver perso di vista il benessere umano e di aver bisogno di un’etica, religiosa o laica che sia, per costruire un nuovo umanesimo fatto non solo di cose e consumi ma anche di valori non materiali”.

 


 

14/01/2016