Ora Basta ! | feminicidio, violenza, fisica o psichica, machismo, Piano antiviolenza governativo, Maria Elena Boschi, violenza sessuale e di genere
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Anna Maria Crispino e Silvia Neonato   

Una grande manifestazione nazionale contro la violenzail 26 novembre a Roma: perché i femminicidi non si fermano. Le donne denunciano e lavorano sul tema da oltre 30 anni in tutto il mondo, ma le istituzioni nazionali e internazionali sono in ritardo e spesso poco efficaci. I centri italiani e la voce delle operatrici, i limiti del piano governativo, la violenza taciuta dei maschi sui maschi, la cultura che favorisce il perdurare del fenomeno raccontata da cinema, letteratura e TV.


Sono 90 e soltanto in Italia, le donne uccise nei primi dieci mesi del 2016. Quasi 7 milioni le italiane, circa il 35 %, che nel corso della loro vita hanno subito una forma di violenza, fisica o psichica, e 68 volte su cento l’autore è il partner attuale o precedente: ce lo dice la seconda indagine ISTAT sulla violenza contro le donne, appena pubblicata, che stima il sommerso al 90 per cento dei casi, perché non rilevabile attraverso denunce o altre fonti. Secondo l’Eures, l’Istituto di ricerche economiche e sociali, che da anni dedica al fenomeno un Osservatorio, sono 1740 le ita- liane uccise negli ultimi dieci anni: 1.251 (il 71,9%) in famiglia, 846 (il 67,6%) all’interno della coppia; 224 (il 26,5%) per mano di un ex. Una mattanza. Per dirla con il tono ufficiale della Dichiarazione adottata dall’Assemblea Generale Onu, la violenza contro le donne è «uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini».

Altre cifre. Ogni 36 ore (studi diversi dicono ogni 30 ore) una donna viene uccisa in America Latina, che ha il triste record dei femminicidi nel mondo. Eppure anche in questo continente, come ormai dovunque, dal Bangladesh alla Nigeria alla Corea (utilissimo per seguire le informazioni il sito womenareurope.it), gruppi di donne organizzate contrastano la violenza. Ultime in ordine di tempo le argentine, che il 19 ottobre hanno invaso le piazze a migliaia dopo che una ragazza di 16 anni, Lucia Peres, è stata stuprata, seviziata e uccisa a Mar del Plata. La parola d’ordine delle manifestazioni che ne sono seguite, con una partecipazione senza precedenti da Buenos Aires a Santiago del Cile, dall’Uruguay alla Bolivia, è stata #niunamenos (“Non una di meno”, slogan ripreso dai collettivi italiani per la manifestazione a Roma del 26 novembre).

La situazione è simile in tutta l’America Latina, a partire dal Messico, dove la parola “feminicidio” è stata rilanciata a livello internazionale proprio dalle attiviste che da anni combattono il fenomeno a Ciudad de Juarez (al confine con gli Stati Uniti – vedi “Femminicio in Messico”, Leggendaria n.84/2010). D’altronde il concetto di “feminicidio”, di matrice statunitense (femicide poi feminicide nel lavoro della crimonologa Diana Russell) è stato definito e teorizzato dall’antropologa messicana Marcela Lagarde a partire dal 1993 proprio nel corso della sua indagine sulle donne uccise a Juarez, e ha cominciato a diffondersi in Italia grazie al libro della avvocata e giurista Barbara Spinelli Femminicidio.

Il fenomeno è particolarmente grave nei paesi dell’America Centrale, dove il femminicidio è spesso anche una “arma di guerra” contro le lotte delle organizzazioni ambientaliste oltre che portato del tradizionale machismo (vedi “Femminicidio”, Leggendaria n. 117/2016). Secondo le cifre fornite dall’ultimo rapporto (2014) del Cepal (Commissione Economica dell’America Latina e dei Caraibi) su 25 paesi del mondo con il tasso più alto di femminicidi, 14 sono latinoamericani e dei Caraibi: in cima alla classifica El Salvador, Honduras e Guatemala.

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Una mattanza planetaria

Le richieste dei movimenti sono le stesse dappertutto: leggi e programmi contro la violenza alle donne a 360 gradi e fine dell’impunità per aggressori e assas- sini. Secondo i dati dell’Onu infatti, a tutt’oggi, nonostante la maggiore consapevolezza sociale e le lotte in corso, nel mondo ancora il 98% de- gli omicidi di donne restano impu- niti e le cifre delle donne vittime di violenze di ogni tipo resta altissimo in ogni Paese del mondo. Secondo Small Arms Survey, un progetto che diffonde informazioni sulla violenza e la diffusione delle armi a livello in- ternazionale, oltre sessantamila donne e bambine vengono uccise ogni anno nel mondo, una cifra enorme che rappresenta circa un quinto di tutti gli omicidi (396mila). Si tratta di un numero approssima- tivo perché l’informazione in molti Paesi è carente o mancano le risorse per avere statistiche attendibili e perché ci sono interpretazioni di- verse della definizione del femmi- nicidio.

Poi ci sono le “vittime secondarie”: solo in Italia, negli ultimi 15 anni, 1.628 sono i figli rimasti orfani dopo che la madre è stata uccisa, spesso per mano del padre. Ne scrive Luciana Di Mauro in uno dei servizi di questo nostro lungo “Tema”, che ancora una volta ci porta a riflettere su un crimine che la Comunità eu- ropea ha cominciato ad affrontare intorno al 1990 e che soltan- to nel 2011 ha portato alla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, ratificata dall’Italia e poi trasformata in legge nel 2013.

In Italia il primo Piano antiviolenza governativo è del 2009-10, lo firma la ministra Mara Carfagna senza però fare alcuna con- certazione con le associazioni di donne. Passa quasi inosserva- to, prevede un primo stanziamento di 10 milioni da dividere tra i diversi centri antiviolenza (Cav) che nel nostro Paese, grazie al movimento delle donne, sono nati da circa trent’anni. In realtà sono i movimenti femministi italiani e internazionali a denun- ciare la violenza contro le donne fino dagli anni Settanta, come scrive Monica Luongo, riprendendo il filo dalla Conferenza Mondiale delle Donne di Pechino del 1995, dove le associazioni non governative sottopongono all’attenzione dei governi del- l’intero pianeta i 14 tipi di violenza sulle donne, da quella ses- suale a quella fisica, dal matrimonio forzato alle mutilazioni genitali all’aborto selettivo.

Il Piano in Italia, di cui si discute ed è ora responsabile la mi- nistra Maria Elena Boschi (ne parla dettagliatamente Franca Fossati, ricostruendo anche le tappe del governo Renzi in que- sta materia), è il Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere, datato 2015 e in vigore per due anni, che prevede l’erogazione complessiva di 39 milioni di euro, desti- nati a finanziare direttamente e indirettamente sia i Centri sia il sistema delle strutture e dei servizi antiviolenza. A queste ri- sorse bisogna ora aggiungere una posta aggiuntiva di 20 milio- ni che la ministra Boschi ha promesso in occasione della gior- nata del 25 novembre di quest’anno (Il riferimento normativo è il decreto legge 93 del 2013 convertito nella n. legge 119 del 2013).

I centri: 300 secondo il Dipartimento delle Pari Opportunità

Ad oggi in Italia i centri creati dalle donne e che aderiscono alla rete D.i.Re – associazione nazionale Donne in Rete contro la violenza, fondata nel 2008 – sono 75 a cui se ne aggiungono altri che non ne fanno parte: ma non esiste una cifra ufficiale, perché non esiste ancora un osservatorio nazionale. Spiega Oria Gargano, presidente della cooperativa di donne Be Free, che gestisce 10 tra centri antiviolenza e casa rifugio in 4 regioni: «La convenzione di Istanbul raccomanda che, nel contrastare la violenza, i centri siano gestiti in ogni paese da gruppi di donne in un’ottica di genere, basata sulla pratica delle relazione politiche tra donne: un bel riconoscimento al lavoro svolto in questi anni in cui la politica istituzionale è stata molto carente, approssimativa, a volte errata. E non solo in Italia».

Secondo il Dipartimento delle Pari Opportunità oggi in Italia sono in tutto circa 300 i centri e gli sportelli, una cifra indicativa che si ottiene sommando quelli gestiti dalle istituzioni e quelli delle donne (compresi gli autogestiti che non accedono ai fondi pubblici perché non hanno bilancio, statuto e gli altri requisiti richiesti dalla conferenza Stato Regioni del 2014, la terza delle normative intorno a cui ruotano tutti/e coloro che si occupano del problema). Qualcosa si è dunque mosso ma certo il lavoro fatto è ancora insufficiente e molti sono i punti che i gruppi femministi non condividono affatto, a cominciare dal fatto che si definisca straordinario il Piano antiviolenza del 2015 e che si sia parlato spesso di una emergenza, quando è evidente che si tratta di un problema strutturale e radicato nella nostra cultura. Allo stesso modo non esiste in Italia una legge che stabilisca quale educazione ai sentimenti fare nelle scuole per contrastare stereotipi di genere, bullismo, violenza etero e omosessuale. Vedremo più avanti le critiche di operatrici e militanti all’operato degli ultimi governi.

Non v’è dubbio che la legge del 2013 e il piano nazionale del 2015 abbiano contribuito, insieme alle pratiche e alle competenze delle donne, a una maggiore informazione sulla violenza. Grazie al lavoro sul campo e a un clima sociale di maggiore condanna della violenza, le donne oggi sono più capaci di prevenire e combattere il fenomeno: spiega l’Istat nella sua nuova indagine condotta nel 2014, che resta immobile lo zoccolo duro di stupri

e tentativi di stupri (1,2 % sia per il 2006 sia per il 2014). Ma di- minuiscono le violenze fisiche o sessuali, cresce la capacità delle donne di uscire dalle relazioni violente o di prevenirle: più spesso ne parlano e cercano aiuto nei servizi specializzati e centri antiviolenza (dal 2,4% al 4,9%). Più spesso considerano la violenza subìta un reato (dal 14,3% al 29,6%) e la denunciano di più alle forze dell’ordine (dal 6,7% all’11,8%), verso le quali è aumentata la fiducia. Merito della formazione? Risponde, nel- l’intervista di Cinzia Romano, una dirigente della squadra mobile di Roma contro i reati sessuali, che difende la legge del 2015 e invoca servizi mirati anche per gli uomini violenti e pre- venzione a scuola e in famiglia.

#Niunamenos: il 26 novembre a Roma

Eppure. «La libertà delle donne è sempre più sotto attacco, qualsiasi scelta è continuamente giudicata e ostacolata. All’au- mento delle morti non corrisponde una presa di coscienza delle istituzioni e della società che anzi continua a colpevolizzarci». Così scrivono i tre gruppi che hanno organizzato la grande ma- nifestazione nazionale del 26 novembre 2016 a Roma.

E aggiungono: «I media continuano a veicolare un immaginario femminile stereotipato: vittimismo e spettacolo, neanche una narrazione coerente con le vite reali delle donne. La politica ci strumentalizza senza che ci sia una concreta volontà di contrastare il problema, non c’è nessun piano programmatico adeguato. La formazione nelle scuole e nelle università sulle tematiche di genere è ignorata o fortemente ostacolata, solo qualche brandello accidentale di formazione è previsto per il personale socio-sa- nitario, le forze dell’ordine e la magistratura».

Parlano le donne dei centri anti violenza

La critica è dura. I centri delle donne in questi quasi trent’anni hanno ricevuto poca attenzione e scarsi finanziamenti. Tuttora sono costretti a partecipare a bandi quasi sempre annuali, af- fogando tra scadenze, leggi regionali tutte diverse, corsi di formazione e mille pratiche burocratiche da espletare. I fondi statali vengono erogati loro dalle Regioni con tempi terribili, tanto che quest’anno alcuni Centri hanno chiuso, mentre altri hanno ridotto le ore di apertura e le prestazioni. Ne scrive Rita Falaschi, da Genova, che opera in un centro creato dalla Provincia e ora autogestito da una cooperativa di donne. Da Palermo scrive Gisella Modica che ha incontrato Le Onde onlus e dall’Abbruzzo Maria Rosaria La Morgia.

Appassionate sono tutte le operatrici, che credono nella rete territoriale dei servizi e sanno che, per aiutare chi si rivolge loro, occorre che ciascuna di loro abbia in testa la mappa di chi attivare: forze di polizia, pronto soccorso, assistenti sociali, ospedale, casa rifugio. Una pratica tra donne lunga, difficile, un percorso condiviso che non sacrifica mai le soggettività e che, assolutamente mai, vuole essere un semplice servizio/soc- corso alla vittima, come indicato invece da alcuni centri istitu- zionali. Ogni caso è un caso a sé, spiegano due operatrici di Be Free, Roma: «Non partiamo mai dalla violenza con le donne che vengono a chiedere aiuto, partiamo dall’amore: hanno vissuto all’interno di una relazione violenta ma hanno costruito con quell’uomo un progetto di vita, lo hanno amato, sono state amate. Il percorso parte da lì».

Ora Basta ! | feminicidio, violenza, fisica o psichica, machismo, Piano antiviolenza governativo, Maria Elena Boschi, violenza sessuale e di genereUomini violenti e uomini violati

«Il maschio va educato perché ha istinti potenti e animali. E la violenza non è animale, è culturale», spiega nell’intervista a Nadia Muscialini lo psicanalista Luigi Zoja. E infatti anche i maschi possono essere vittime di altri maschi. Il bullismo è un dato quotidiano: ogni giorno maschi o gruppi di maschi tormentano maschi più deboli. Ma ci sono anche gli stupri di guerra, le violenze sessuali di gruppo, casi visibili di una violenza che si costruisce, per gli uomini, da quando vengono al mondo

Da allora viene anche insegnato loro a vergognarsi della violenza subita, a non raccontarla, esattamente come accade a noi donne. Non si può pensare a una lotta comune contro il pa- triarcato? Sì, secondo Lorenzo Gasparrini che scrive: «Sono i femminismi i primi ad aver detto che, nella cultura patriarcale nella quale viviamo, gli uomini non sono affatto al sicuro dalla violenza; anzi, essa agisce brutalmente anche su di loro».

Artemisia, Philip Gröning e Alice Sebald

Come sempre, Leggendaria propone anche le narrazioni che si sono ormai sedimentate attorno ai nodo della violenza, del rapporto vittima/carnefice, della denuncia. Perché il contesto in cui la violenza avviene è ineludibile quando si affronta il fe- nomeno. Ed è la cultura, in senso lato, che deve cambiare pro- fondamente perché sia possibile prevenire le molte forme della violenza. Mettiamo quindi l’accento su molti fattori: a partire dall’importanza del mito – a cominciare da Ifigenia, vittima designata dagli Dei per arrivare a Cassandra stuprata da Aiace – di cui scrive Maria Clelia Cardona, mentre Giovanna Pezzuoli illustra i film dei molti cineasti, quasi esclusivamente maschi finora, che hanno sondato il lato oscuro della violenza familiare, come il recente e terribile La Moglie del poliziotto del tedesco Philip Gröning.

Maria Vittoria Vittori ci racconta come Anna Banti ha narrato lo stupro di Artemisia, ma anche del romanzo di Carol Oates dall’inquietante titolo Stupro. Una storia d’amore, fino a Alice Sebold che ha scritto di quando lei stessa è stata violentata. C’è spazio anche per le vendicatrici odierne, donne che scelgono la violenza come nel libro di Flavia Perina o personagge di gialli bestseller, di cui scrive Bia Sarasini. E per una breve ri- flessione sulla tv: dà assuefazione? Secondo molti studiosi sì, in qualche modo ci si abitua anche alle sevizie e alla visione dei corpi massacrati.

 


Anna Maria Crispino et Silvia Neonato

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