Radicalizzazione e islamofobia all’italiana | Preventing Violent Radicalisation, Amara Lakhous
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Amara Lakhous   
Radicalizzazione e islamofobia all’italiana | Preventing Violent Radicalisation, Amara Lakhous
New York, 11 settembre 2001
Dall’11 settembre 2001, gli immigrati musulmani in Italia vivono una situazione molto difficile. Le stragi di Madrid nel 2004 e di Londra nel 2005, compiute da musulmani, non hanno fatto altro che alimentare le diffidenze e creare una vera e propria psicosi.
Esiste una terribile strumentalizzazione di tutto ciò che riguarda l’Islam e i musulmani. In situazioni così inquiete, la razionalità lascia posto alla radicalizzazione delle posizioni che diventano sempre estremistiche ed inconciliabili.
Si continua a registrare, con strema preoccupazione, reazioni ‘isteriche’ in diversi campi, dalla politica alla magistratura, dalla sicurezza ai media. Possiamo citare due esempi significativi:
Primo . All’indomani dell'uccisione di Fabrizio Quattrocchi, uno dei quattro ostaggi italiani rapiti in Iraq nel 2004, l’allora ministro delle Riforme Istituzionale Roberto Calderoli avanzò una proposta inquietante: “Davanti a crimini del genere si deve reagire non facendoci ricattare o porre condizioni ma imponendo noi le condizioni a questi fanatici. Lancio una proposta che dovrebbe partire dall'Italia, ma che potrebbe poi estendersi a tutti i paesi del mondo occidentale: per ogni giorno di prigionia degli ostaggi ciascun paese revochi i permessi di soggiorno ed espella 1000 immigrati islamici provenienti dai cosiddetti stati canaglia. La legge del taglione è una legge crudele, ma è l'unica che possa essere compresa da belve criminali del genere”.
Bisogna sgomberare il campo da un equivoco: il leader leghista non scherzava affatto, e quindi bisogna, purtroppo, prenderlo sul serio. Queste parole sono molto indicative in quanto spiegano in modo nettissimo l’uso propagandistico o la strumentalizzazione delle vicende internazionali, come la guerra in Iraq, nel dibattito interno sull'immigrazione in generale e l'Islam in Italia in particolare.
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Roberto Calderoli
Da qui viene spontaneo chiedere a Calderoli: perché espellere 1000 immigrati islamici, residenti regolari in Italia o in Europa, estranei alle vicende irachene? Perché dovrebbero pagare un prezzo per un crimine che non hanno commesso? Queste domande nascono da un’esigenza etica primaria e da una definizione basilare della civiltà, ma il capo leghista è coerente quando evoca la legge del taglione; cioè una regola che nega qualsiasi responsabilità individuale e si aggrappa alla sciagurata concezione di responsabilità collettiva e di criminalizzazione in base all’appartenenza religiosa.
È indubbio che siamo davanti alla nascita di una ‘islamofobia all'italiana’. Ormai sono tanti gli studiosi che analizzano le paure - vere o presunte - di ‘una nazione italiana’ sempre più inquieta per la presenza dell’Islam come seconda religione del paese.
La questione fondamentale non è se ammettere che gli immigrati musulmani possano essere cittadini italiani, e quindi rispettosi delle leggi di questo paese, ma pensare che l'Islam, in quanto religione e visione del mondo, sia un ostacolo per diventare cittadini in senso totale.
Si continua a chiedere se questi musulmani immigrati sono pericolosi o meno senza curarci di come vivono la loro esperienza di integrazione.
Secondo . Nel mese di aprile 2005, il giudice della IX sezione del Tribunale di Milano, Michele Montingelli ha condannato a 18 mesi di carcere un padre marocchino per maltrattamenti della figlia sedicenne che rifiutava di frequentare la moschea. L'imputato aveva invece dato un'altra versione dei fatti, secondo cui la figlia aveva una relazione con un uomo pericoloso. Il giudice aveva respinto l'ipotesi di prendere in considerazione gli eventuali testi che potessero scagionare il padre marocchino dall'accusa. La motivazione è contenuta nella sentenza: “Tra l'altro, non par temerario sottolineare che, quand'anche l'imputato avesse fornito i nomi dei testi”, la loro deposizione non l’avrebbe potuto discolpare, “tenuto conto della loro probabile appartenenza a un ambiente culturale i cui membri spesso non hanno modo di distinguersi per inclinazione al rispetto delle leggi italiane e degli obblighi che ne scaturiscono, quale quello di dire, come testi, il vero dinanzi ai Giudici della Repubblica”.
Il giudice Montingelli non ha voluto fare marcia indietro, anzi ha confermato la sua interpretazione. “L'ho scritto e me ne assumo la piena responsabilità, - ha detto in un'intervista a Il Corriere della Sera - La mia pluriennale esperienza di contatto con persone appartenenti a questa area culturale mi induce a ipotizzare che in loro non ci sia grande rispetto del nostro ordinamento. Mi riferisco ad un'area culturale dove il vincolo di solidarietà, discendente dal credo religioso, nella mia esperienza può portare a violare la legge”.
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Milano, viale Jenner
“In tanti anni di processi - aggiunge il giudice milanese - ho constatato che testi provenienti da aree musulmane tendono a fornire versioni non corrispondenti al vero: il che mi fa ipotizzare che, posti davanti all' alternativa tra tutelare uno dei loro o dare corso all' impegno di lealtà verso lo Stato, possano optare per la prima scelta. Pur di raggiungere gli scopi che la religione suggerisce loro, appaiono disposti a violare la legge”.(1)
Il caso del giudice Michele Montingelli spiega come in Italia l'elaborazione dei profili etnici, Ethnic profiling , incidano nel formulare le sentenze. Infatti la presunta inaffidabilità dei musulmani come testimoni, ci spinge ad avere qualche dubbio anche sull'operato delle forze dell'ordine. È legittimo chiedersi: l'Ethinic profiling come approccio alla sicurezza è decisivo nell'effettuare i fermi, individuare i sospetti ed indirizzare le piste di indagine?
Il prof. Guido Corso, ordinario di diritto amministrativo presso l'Università Roma Tre, non ha escluso l'ipotesi dell' Ethnic profiling , ovvero una selezione delle indagini o dei sospetti fondata sull'appartenenza etnica. Il rischio è quello di perseguitare una persona in ragione della sua collocazione religiosa piuttosto che perseguire il reato compiuto.
“Considerando le statistiche sulla composizione della popolazione carceraria e sull'attività di persecuzione penale, - spiega il prof. Corso- ritengo che esista un pregiudizio a carico degli extracomunitari, ovvero che spesso l'autorità della polizia, nell'impossibilità di individuare un colpevole, orienti la sua ricerca sui determinati settori di popolazione extracomunitaria”.(2)
Oggi, assistiamo ad un vera degenerazione intellettuale (il caso di Orianna Fallaci), politica (i leader della Lega Nord ) e morale (certe dichiarazioni degli esponenti della Chiesa Cattolica): Vox populi , stereotipi, leggende metropolitane e insulti razzisti assumono un valore riconosciuto come un sistema di pensiero serio per comprendere le grande questioni dell’Islam!
La radicalizzazione islamofoba porta acqua al mulino dei terroristi e fondamentalisti islamici perché avvelena i rapporti umani, mina dalle fondamenta il dialogo ed esaspera le diversità che sono in realtà una risorsa e non una minaccia.

*Questo articolo fa parte di serie d’inchieste giornalistiche sui fenomeni di radicalizzazione in Europa e nel Mediterraneo. E’ stato redatto nell’ambito del progetto DARMED, realizzato dal Cospe e sostenuto dall’UE.
Amara Lakhous (*)
(20/07/2008)

1) Interrogare gli islamici? Inutile, non sono credibili”. Sentenza controversa a Milano. “Il Corriere della Sera”. 1/5/ 2005.
2) Vedi il resoconto della seduta dell’8 maggio 2007 sull’indagine conoscitiva sullo stato della sicurezza in Italia. La commissione parlamentare Affari Costituzionale della presidenza del Consiglio e Interni.

(*) Scrittore e antropologo italo-algerino, autore del romanzo “Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio”, edizioni e/o, 2006.


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    "Preventing Violent Radicalisation 2007"

"Con il sostegno finanziario del Programma Preventing Violent Radicalisation
Commissione Europea - DG Giustizia, Libertà e Sicurezza"