Seconde generazioni tra conflitti e integrazione | Stefanella Campana
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Stefanella Campana   
Seconde generazioni tra conflitti e integrazione | Stefanella CampanaIn classe vestita all’occidentale, jeans e maglietta, in casa con il velo in testa e il costume pachistano. Due stili, due modi di vivere che la quindicenne Piccola aveva imparato a far combaciare nella sua quotidianità. Ma uno sposo imposto dai genitori, quello no, è troppo e Piccola, che vive con la famiglia ad Alessandria, disperata, si lancia dal balcone di casa, dal terzo piano. Si frattura una gamba ma riesce a salvarsi. “Volevano darmi in sposa a mio cugino di sedici anni, ma io non l’amo”, racconta dal letto di ospedale. E’ successo poco tempo fa in una città piemontese. Un dramma sfiorato, una storia di incomprensioni tra generazioni, aggravate da marce differenti di integrazione: quella più veloce dei figli di immigrati, più lenta e difficile quella dei genitori.
I conflitti tra generazioni sono vecchi come è vecchio il mondo, ma dover oscillare tra due culture diverse può essere più complicato ancora. Si parla di “genitorialità trasnazionale”, definizione sociologica per definire il difficile “mestiere” di genitori immigrati di prima generazione. Spesso non parlano bene l’italiano perché sognano di tornare prima o poi nel Paese lasciato e faticano a volte a capire questi figli così diversi da loro.
Vita non facile anche per i figli di genitori stranieri, che nel 2008 in Italia hanno superato il milione, alle prese con una duplice condizione: tradizioni e stili di vita del paese d’origine vissuti spesso in famiglia e stili di vita “respirati” nelle realtà in cui studiano o lavorano. “Vogliamo tenerli insieme – dicono in molti - All’inizio siamo confusi nel definirci, condizionati da etichette e stereotipi. E’ stata dura anche per noi condividere con gli “altri” un pezzo della nostra vita”. Ci hanno provato a Torino in un esperimento interessante trenta giovani, alcuni di famiglie italiane e altri stranieri, accomunati da studi umanistici in un “Laboratorio di generazioni a confronto”: 4 mesi insieme tra conferenze, cinema, mostre, focus group, accomunati dagli spazi e dalla volontà di esprimersi. Anche la ricerca di 35 tirocinanti coordinata e supervisionata da docenti universitari relativa ai temi “corpo, culture, religioni” e alla vita delle seconde generazioni nasce dalla consapevolezza che nei prossimi anni sarà decisiva l’interazione tra le seconde generazioni, istituzioni e il territorio. Ad esempio, per capire i grandi cambiamenti in atto vale la pena ricordare che in due quartieri storici operai di Torino, Vanchiglia-Vanchiglietta e Barriera di Milano, la maggioranza dei giovani di famiglie immigrate ha un diploma, l’80% frequenta l’università.

“I nostri genitori hanno avuto più problemi di noi perché erano analfabeti, a loro non importava apprendere l’italiano. Mi fa rabbia vedere che quando vado in questura per il rinnovo del permesso di soggiorno io trovo tutto facile, diversamente da mio padre che ha ancora problemi ad esprimersi correttamente in italiano”, racconta Souad, spigliata e simpatica ventiduenne marocchina, da undici anni in Italia. “Io non rinuncerei mai alla mia cultura e non ho mai chiesto la cittadinanza italiana”. E’ solo infastidita dalla burocrazia, ma non ci tiene ad avere sul suo passaporto un’identità diversa da quella d’origine. Non a caso non è d’accordo con la proposta che porta avanti la Rete G2 di riforma della legge 91del ’92 per un percorso agevolato di accesso alla cittadinanza: i nati da genitori stranieri devono essere dichiarati cittadini italiani, lo stesso per chi è arrivato minorenne nel nostro paese almeno tre anni prima della maggiore età. La sua sembra una voce fuori dal coro rispetto alle richieste che emergono dalle varie associazioni di giovani, come appunto la Rete G2 - Seconde Generazioni (dai 18 ai 35 anni) fondata nel 2005 a Roma da immigrati e rifugiati nati e/o cresciuti in Italia ma senza cittadinanza italiana. E’ un network di cittadini originari da tutti i Continenti, che sì è diffuso in altre città italiane (Milano, Torino, Prato, Genova, Mantova, Arezzo, Padova, Imola, Bologna, Bergamo e Ferrara). Intraprendenti e creativi, hanno realizzato un fotoromanzo per comunicare le loro proposte che hanno consegnato anche al Presidente Giorgio Napoletano denunciando la legge troppo restrittiva. Realizzano video G2 e tra il 2006-2007, su invito del ministro dell’Interno e della Solidarietà sociale hanno partecipato agli incontri sulla riforma del Testo unico sull’immigrazione. La Rete è entrata a far parte nel 2007 della Consulta nazionale “per i problemi degli stranieri immigrati e delle loro famiglie” e della Consulta dell’Osservatorio per l’integrazione degli alunni stranieri e l’educazione interculturale presso il ministero della Pubblica Istruzione. Da febbraio di quest’anno la Rete ha ideato e curato la trasmissione radiofonica “OndeG2” su Popolare Network.
Seconde generazioni tra conflitti e integrazione | Stefanella Campana Partecipano a workshop annuali, s’incontrano virtualmente sul Blog G” e si autodefiniscono come ”figlio di immigrato” e non come “immigrato”. Spiega Gioia Fidane: “La nostra è una migrazione non scelta, decisa da altri, in genere i genitori. In Italia la nostra realtà è ignorata dal punto di vista giuridico. Aspettiamo un cambiamento sociale nei nostri confronti”. Queenia Pereira de Oliveira riassume in modo drastico la loro battaglia: ”Basta essere stranieri nel Paese in cui si vive”. “Il processo d’integrazione deve essere reciproco anche da parte degli stranieri. Molti vengono qui pensando che si possa fare tutto quello che si vuole. Io ho cercato di vedere gli altri non come diversi. Ma dopo tanti anni mi sono italianizzato e mi sento molto lontano dal modo di pensare della mia famiglia”, dice il nigeriano Edwin, 25 anni, da otto in Italia, magazziniere e giocatore di football.
Il linguaggio, il definirsi chiama in causa identità, diritti. Sul Blog2 si legge un interessante scambio di opinioni: “Ieri riflettevo sulla sensazione di disagio che mi provoca il termine “nuovi italiani”. Per certi versi non è male, meglio di extracomunitari, invasori extraterrestri, stranieri forzati.. o di quelli che “tornatene al paese tuo”…Interviene un altro: “Perché usare “nuovi italiani” per i figli di immigrati” così dai l’idea che sei appena arrivato in Italia….Un ragazzone di 30 anni, nato a Varese e li cresciuto tutta la vita, lo puoi chiamare un “nuovo italiano”? Mi chiedo se non sarebbe quindi meglio usare l’aggettivo della “novità” per tutta l’Italia….” Lucia: “Pure a me “nuovi” non piace: gli altri sarebbero scaduti?....” Oscar: a me “nuovi italiani” non dispiace, mi sa di svecchiamento. Secondo me “nuovi italiani” non siamo solo noi figli di immigrati. Sono anche le nuove generazioni di italiani con i quali siamo cresciuti, quelli che non vedono più che siamo neri, gialli, bianchi. Quelli che non si chiedono neanche se abbiamo la cittadinanza italiana, lo danno per scontato”.

E’ confessionale l’impostazione di Gmi, (Giovani musulmani d’Italia) l’associazione fondata a Milano nel 2001, con l’intento dichiarato di fornire ai giovani gli strumenti per formare un’identità islamica italiana in grado di conciliare i principi religiosi con la società e la cultura del paese dove si vive. Fedeli al motto “Protagonisti noi, con l’aiuto di Dio”, organizza attraverso sezioni locali, raduni regionali e due meeting nazionali attività di promozione interreligiosa e interculturale e s’impegna a combattere ogni forma di ingiustizia, intolleranza e terrorismo.
Souad è mussulmana e ammette che qualche discussione in famiglia c’è stata “soprattutto per il velo, ma poi non hanno insistito, mia sorella invece lo porta per sua volontà. Non mi hanno però impedito di viaggiare e di lavorare all’estero visto che avevo studiato turismo”. Souad ora svolge il servizio civile, unica esperienza di volontariato civico riservata agli stranieri in Italia. Hanno risposto in settanta al bando del Comune di Torino per giovani volontari stranieri di seconda generazione dai 18 ai 26 anni e senza cittadinanza italiana. Ne sono stati scelti venti, di undici paesi diversi, dieci donne e 10 maschi, più 5 stagisti di una città dove, oltre otto torinesi su cento sono stranieri, in tutto oltre 18 mila,”una piccola città che sta crescendo. E’ nostra responsabilità fare in modo che non si sentano più stranieri.”, aveva detto alla presentazione dell’iniziativa l’assessore all’Integrazione Ilda Curti. Il bando è aperto anche quest’anno. Lavorano per un anno - orario settimanale da12 a 36 ore - e ricevono lo stesso compenso riconosciuto ai coetanei italiani, 430 euro al mese. Sono impegnati nel volontariato culturale con la città, le scuole, le associazioni, le istituzioni.
Fatema, marocchina, (“fidanzati sempre italiani”) pure lei lavora nel servizio civile, ma in più si alza ogni mattina alle 4 per lavorare al mercato, al banco degli alimentari. Si trova bene in Italia “per la mentalità”. Il suo futuro è qui. “Esco e torno a casa dalla discoteca anche alle 4. Fino a 18 anni è stata dura, non potevo fare nulla. Allora mi sono ribellata e ho detto a mia madre: se non vuoi la guerra in casa devi accettare la mia voglia di libertà. Ora va tutto bene”.
Anche Mohammed, 21anni, marocchino, ha dovuto fare le sue piccole battaglie in famiglia per uscire la sera: “Ci stiamo trasferendo in Francia, i miei genitori non si sono trovati bene in Italia. L’integrazione è più difficile, troppi pregiudizi. Non è simpatico salire sull’autobus e vedere la vecchietta che si stringe la borsetta…” Mohammed pensa che la protesta dei giovani scoppiata in Francia avverrà anche qui: “Sono troppo isolati, emarginati in alcuni quartieri, manca la comunicazione tra emigranti e italiani”. “Credo però che non si possa aspettare che siano sempre gli altri a fare qualcosa per te.. Dobbiamo trovare un punto di incontro. Finchè c’è ignoranza, ci sarà la paura e reciproci pregiudizi”, interviene Kofi, originario del Senegal. Laurentu, 19 anni, è arrivato 8 anni fa da Bucarest: “Non so se ho voglia di stare qui. C’è poco lavoro per gli italiani, figuriamoci per noi….”. In molti si dicono stupiti dalla diffusa maleducazione dei giovani italiani, dal loro poco rispetto per gli adulti: “Usano molto la parola diritti, mai doveri” .
Hanno voglia di interagire con la società italiana i cinesi di seconda generazione che hanno dato vita ad Associna, associazione nata spontaneamente su internet con l’intento di sostenere un progetto di “apertura” della comunità cinese. Diversamente dai loro genitori arrivati in Italia per ragioni economiche con in testa solo “lavoro, lavoro, lavoro e con problemi ad apprendere una nuova lingua così diversa dalla loro”, i cinesi di seconda generazione vanno a scuola con giovani italiani, hanno nuove esigenze e prospettive, soprattutto hanno voglia di aprirsi alla realtà in cui vivono e per questo chiedono di non essere discriminati, leggi meno limitative.
Un desiderio non facile da realizzare secondo la storica Ada Lonni, esperta dei fenomeni migratori: “C’è una tendenza alla chiusura dei diversi gruppi: per classe, professione, luoghi di nascita e la competizione tra loro è molto forte. I giovani di origine straniera, per ovvie ragioni, vivono legami corti di tipo familistico in contrapposizione a quelli lunghi degli italiani. Come fa un giovane straniero a inserirsi in una realtà come quella italiana con legami di sangue e di clan molto forti…?”
Il professore Adel Jabba, sociologo dei processi migratori e dell’intercultura all’università di Venezia Ca’ Foscari, parlando in un recente incontro con i giovani sul tema “Ripensare la cittadinanza”, organizzato dal Centro Interculturale di Torino, aveva dipinto uno scenario a tinte fosche: “Viviamo una fase di democrazia fredda, cioè con poca partecipazione, in una realtà fatta di rancore, astio, tribalismo che si esprime con la paura nelle città”. In questo quadro come si muovono le 2G? “Le categorie banalizzano - dice Jabba - Questi giovani vivono situazioni di angoscia, in una zona di confine con modelli culturali e spazi di vita molto diversi: troppo italiani per i genitori, troppo stranieri per gli italiani, si sentono svalutati fra due culture, devono inventarsi le proprie radici. Si sentono italiani con genitori stranieri, ma stranieri anche per la legge, nella loro nazione. Sono loro i nuovi attori sociali”.
Seconde generazioni tra conflitti e integrazione | Stefanella Campana
Un problema non solo italiano. Quale nuova società europea si sta profilando? Secondo il sociologo di origine egiziana, occorre individuare nuove pratiche: “Ci vuole una memoria comune, alleanze di valori, trovare nuovi linguaggi, cultura, identità. In una fase come la nostra di globalizzazione, nessun territorio può ritenersi separato, invasi come siamo da flussi finanziari, economici, mediatici, dalle commistioni degli stili di vita, da un immaginario collettivo favorito da simbologie comuni. Le seconde generazioni si trovano di fronte al modello prevalente: produrre, consumare, inquinare”. Come se ne esce? “Attraverso spazi da reinventare, rigenerare, ridefinire, attraverso alleanze valoriali per trovare forme di convivenza. Vivere è avventurarsi, la paura allontana dalla realtà, vivere è nutrirsi dell’altro”. Le parole del sociologo disegnano un possibile futuro positivo, ma non sembra essere questa la strada che si sta percorrendo in Italia, salvo alcune “isole” felici.

* Questo articolo fa parte di una serie d’inchieste giornalistiche sui fenomeni di radicalizzazione in Europa e nel Mediterraneo. E’ stato redatto nell’ambito del progetto DARMED, realizzato dal Cospe e sostenuto dall’UE.


Stefanella Campana

(07/08/2008)


Seconde generazioni tra conflitti e integrazione | Stefanella Campana
    "Preventing Violent Radicalisation 2007"

"Con il sostegno finanziario del Programma Preventing Violent Radicalisation
Commissione Europea - DG Giustizia, Libertà e Sicurezza" 

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