Cpt, il buco nero della legge e del diritto | Carla Reschia
Cpt, il buco nero della legge e del diritto Stampa
Carla Reschia   
Cpt, il buco nero della legge e del diritto | Carla ReschiaSono 635 (su un totale di 775) i minori “non accompagnati”, ovvero - tradotto dal gergo burocratico – del tutto soli e abbandonati a se stessi, approdati in tre mesi – da maggio a luglio 2008 – nel centro di soccorso e prima accoglienza di Lampedusa. I dati sono di Save the children, l’onlus che insieme alla Croce Rossa Italiana, all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e all’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, aderisce al progetto Praesidium III, cofinanziato dal Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’interno e dalla Commissione europea per monitorare i flussi migratori e l’accoglienza.
I minori, spesso fragili e disorientati, quasi sempre con alle spalle storie di privazioni e di abusi - le statistiche di questi tre mesi dicono che arrivano per lo più da Paesi in stato di guerra o di grave crisi come Eritrea(19%); Somalia (17,1%); Nigeria (16,8%), Palestina (12, 6%), Ghana (12,5%), Togo (3,5%), e Sudan (1, 3%) - sono, insieme alle donne, l’anello debole di una situazione che si fatica a gestire, soprattutto secondo criteri di umanità. E che ha attirato all’Italia la censura di Amnesty International e di altre associazioni che si occupano di diritti umani, oltre a un rapporto assai critico della Commissione per le libertà civili e la giustizia dell'Europarlamento.
Se la situazione dei minori è critica - per la difficoltà in assenza di documenti credibili di determinare l’età e l’approssimazione dei verdetti delle visite mediche, che hanno un margine d’errore di due anni - nell’occhio del ciclone è, e da tempo, l’organizzazione stessa del sistema di controllo sull’immigrazione clandestina.
I centri di permanenza temporanea, introdotti dalla legge Turco-Napolitano e potenziati dalla Bossi-Fini (che ha raddoppiato i tempi di detenzione e reso più severi i criteri di internamento), discusso “parcheggio” per gli immigrati irregolari in attesa d'espulsione, sono strutture che di governo in governo, di riforma in riforma, faticano a rendersi accettabili.

I casi di decessi, maltrattamenti e mancate cure che anche quest’anno hanno punteggiato le cronache nazionali, sono solo il drammatico rivelarsi di una situazione ambientale difficile data dalla permanente inadeguatezza delle strutture. Un dato da considerare prima ancora di entrare nel merito della legittimità e dell’equità dell’istituzione.Secondo la testimonianza dell’associazione Save the Children nel periodo estivo, quando gli sbarchi raggiungono il culmine, il centro di Lampedusa, attrezzato per ospitare fino a 762 persone ne deve accogliere fino a 1.600. E, come spiega Carlotta Bellini, coordinatrice dell’area protezione dell’onlus, “In queste situazioni, nonostante l’impegno dei diversi attori coinvolti, le condizioni di vita e l’accesso ai servizi all’interno del centro diventano spesso critiche”.
Non è il solo caso. Il rapporto della Commissione e molte altre inchieste indipendenti mettono in luce carenze in tutti i centri sparsi sul territorio italiano. Dall’alloggio, spesso consistente in container surriscaldati d’estate e gelidi d’inverno, o in vecchi edifici malamente ridattati, al vitto, scarso e scadente; dalla inadeguatezza dei servizi igienici alla mancanza di assistenza medica (inesistenza di assistenza psicologica e psichiatrica, assenza di reparti per categorie vulnerabili, carenza nella gestione di cartelle cliniche e nelle misure per prevenire il diffondersi di epidemie)., fino alla obiettiva privazione di ogni libertà personale.
Condizioni di vita che, secondo il rapporto di Medici senza frontiere fanno sì che nei centri il numero di gesti di autolesionismo sia paragonabile a quello delle carceri, e che incentivano gli atti di teppismo e vandalismo. Oltre a mettere a contatto e sullo stesso piano persone con storie personali assai diverse. Non essendoci infatti, ambienti separati per i richiedenti asilo o per gli ex-carcerati, i Centri finiscono per mescolare normali lavoratori irregolari e persone uscite dalla dura scuola del carcere. Insomma, dicono le voci critiche, invece di limitare la delinquenza, finiscono per diventare luoghi di reclutamento per nuove leve.
Il problema tuttavia, al di là di ogni speculazione ideologica o di parte, non è solo delle singole pubbliche amministrazioni e non è solo italiano ma europeo ed è strettamente di diritto.
Cpt, il buco nero della legge e del diritto | Carla ReschiaI Cpt, istituiti nel 1998 dalla legge sull’immigrazione Turco Napolitano, in ottemperanza all'adozione di una politica migratoria comune con gli accordi di Schenghen del 1995 e assai in ritardo rispetto ai partner europei, Finlandia esclusa, diventati poi Cie, Centri di identificazione ed espulsione, senza che questo abbia cambiato sostanzialmente la loro natura, trattengono, in condizioni di detenzione cittadini stranieri per quello che sarebbe, a rigore di termini, un illecito amministrativo, e cioè la mancanza di un documento di identità e/o di un permesso di soggiorno.
Fornendo, per contro, una fragile protezione contro l’immigrazione clandestina perché spesso l’identificazione è impossibile nei 60 giorni prescritti.
In alcuni casi questa forma di segregazione raggiunge, secondo la denuncia di alcuni parlamentari, il livello dell’incostituzionalità.
Visitando, ad esempio, il centro di Pian del lago a Caltanissetta, dove nella notte fra il 29 e il 30 giugno 2008 Yussuf Abubakr un immigrato ghanese di 19 anni è morto dopo – secondo i testimoni - almeno sei ore senza alcun soccorso, la parlamentare radicale Rita Bernardini ha rilevato la situazione paradossale dei richiedenti asilo, rinchiusi lì in attesa di una decisione da parte della commissione territoriale di Siracusa, competente per territorio.
In questo caso la Questura di Caltanissetta non rilascia alcun titolo di soggiorno ed i richiedenti asilo sono costretti ad aspettare all’interno del centro l’esito del riesame da parte della Commissione o del ricorso al Tribunale, ma non quello di Caltanissetta, perchè la competenza è fissata dalla legge nel Tribunale di Catania. Con quale possibilità di effettivo esercizio, sottolinea la parlamentare, del diritto di difesa e di impugnazione previsto dall’art. 24 della Costituzione è ancora tutto da scoprire.
Succede così che le audizioni avvengano con trasferimenti periodici della commissione al centro di Caltanisetta, o, al contrario, con il trasporto su autobus dei richiedenti asilo da Caltanissetta fino a Siracusa. Un dispendio di denaro inversamente proporzionale ai pochi minuti così concessi a ognuno per perorare la propria causa.
Cpt, il buco nero della legge e del diritto | Carla ReschiaUn altro punto critico è l’applicazione della direttiva comunitaria sui rimpatri, approvata il 18 giugno scorso, ironicamente a due soli giorni dalla Giornata mondiale del rifugiato, che da il via libera per rispedire i migranti irregolari anche nei paesi di transito oltre che nei paesi di origine. Un’ipotesi che molte associazioni umanitarie considerano un vero regalo alle organizzazioni criminali che sfruttano l’immigrazione clandestina. E che per molti immigrati di origine africana significa l’inferno ai campi di concentramento libici, finanziati e auspicati dall’Italia e dove, secondo i testimoni, ogni diritto umano viene sistematicamente violato.
Il quadro umanamente più desolante, anche in assenza di evidenti illegalità, è quello raccontato dalle testimonianze di chi è passato, spesso più volte, da questi centri dove manca un regolamento interno, dove la carta dei diritti e dei doveri consegnata all'ingresso spesso è incomprensibile perché non è tradotta, dove il servizio legale è inesistente o abborracciato e il detenuto si trova in una solitudine kafkiana di fronte a meccanismi ignoti e indecifrabili. E dove è difficilissimo entrare. Anche per chi, parlamentari, attivisti dei diritti umani, avvocati, giornalisti, avrebbe il diritto/dovere di sapere e testimoniare.
La situazione nel resto dell’Europa, non è, in questo caso, un esempio incoraggiante. Francia e Gran Bretagna registrano quasi quotidianamente denunce di abusi e proteste. In Spagna i “centros de internamiento por extranjeros”, secondo la testimonianza del portavoce della Coordinadora de Inmigrantes di Malaga: “Talvolta sono peggio delle carceri perché non avendo alcun regolamento, la vita al loro interno non dipende direttamente da nessun tipo di legislazione. Il personale armato che sorveglia le entrate gode di ampia discrezionalità”. Ma, per una volta, il male comune non è mezzo gaudio.

* Questo articolo fa parte di una serie d’inchieste giornalistiche sui fenomeni di radicalizzazione in Europa e nel Mediterraneo. E’ stato redatto nell’ambito del progetto DARMED, realizzato dal Cospe e sostenuto dall’UE.


Carla Reschia
(10/09/2008)



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    "Preventing Violent Radicalisation 2007"

"Con il sostegno finanziario del Programma Preventing Violent Radicalisation
Commissione Europea - DG Giustizia, Libertà e Sicurezza" 



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