La retorica della radicalizzazione: le moschee in Italia | Amara Lakhous
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Amara Lakhous   
La radicalizzazione non è un fenomeno che nasce dal nulla, ex novo. È frutto di una serie di elementi negativi: la cattiva informazione, la strumentalizzazione politica, la scarsa conoscenza dell’altro, l’auto-ghettizzazione, ecc. Il caso delle moschee in Italia rappresenta un esempio significativo per comprendere i limiti della retorica della radicalizzazione e i rischi delle posizioni intransigenti.
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Moschea di Roma
È doveroso fare una premessa importante. In Italia esiste una confusione tra moschea e sala di preghiera. Sono pochissime le vere moschee come quella di Roma, finanziata dall’Arabia Saudita, inaugurata nel giugno 1995 e che può accogliere 4000 fedeli. Il numero complessivo delle sale di preghiere (appartamenti, garage e locali) invece, ammonterebbe a 750. La capienza media di questi luoghi di preghiera non supera cento persone. E 750 per 100 fa 75000. Quindi meno del numero degli spettatori dello stadio Olimpico di Roma.
Oggi i luoghi islamici di preghiera possono ospitare meno dell’8% dei musulmani residenti in Italia. Nonostante questo dato, la costruzione di una nuova moschea o l’apertura di una sala di preghiera suscita sempre polemiche.
La retorica della radicalizzazione: le moschee in Italia | Amara LakhousIl caso più significativo è quello di Bologna. La giunta comunale ha donato alla comunità islamica locale un terreno di periferia (52.000 mq, di cui 6.000 edificabili) per costruire una moschea. Tuttavia dopo le proteste della curia ed alcune forze politiche come Alleanza Nazionale e Lega Nord, il Sindaco Sergio Cofferati e la sua giunta hanno revocato la delibera, accettando la proposta di consultare i cittadini attraverso un referendum.
Ha perfettamente ragione il sociologo Stefano Allievi nel sostenere che “Cofferati, indicendo un referendum, ha commesso un errore gravissimo. Si possono avere obiezioni sull’ampiezza del progetto, sulla solidità degli interlocutori, sul luogo prescelto, sull’intervento finanziario. Potrebbero esistere problemi di viabilità come il parcheggio. L’Inghilterra, in questo senso, ha risolto brillantemente il problema perché qualsiasi confessione religiosa ha l’obbligo, laddove crea un luogo di culto, di garantire un certo spazio di parcheggio. Ma non è ammissibile chiedere il consenso di una presunta maggioranza sul libero esercizio dei diritti delle minoranze” .
Qualche giorno prima della decisione di Cofferati, Roberto Calderoni aveva avanzato la proposta del Maiale-Day: “Fin da subito metto a disposizione del comitato contro la moschea sia me stesso che il mio maiale per una passeggiata sul terreno dove si vorrebbe costruire, esattamente come a suo tempo feci in quel di Lodi. Il terreno fu considerato infetto e non più utilizzabile” .
È davvero preoccupante anche la reazione della curia bolognese che rifiuta qualsiasi parallelo parrocchia-moschea: “La parrocchia – ha sottolineato il vescovo vicario monsignor Ernesto Vecchi - appartiene al tessuto sociale del popolo italiano, la moschea è invece qualcosa che si introduce” .
Mi limito a riportare il commento di Silvio Daneo, esponente cattolico ed ex vicesegretario nazionale della World Conference of Religions for Peace (Wcrp): “Ma con che coraggio può fare certe affermazioni un vescovo che, suppongo, qualche rudimento della storia della Chiesa lo avrà pur studiato, avrà pur imparato qualcosa sulla diffusione planetaria della Chiesa cattolica! Le centinaia di migliaia di parrocchie cattoliche sparse in tutti i continenti, fin nelle isole più minute della Polinesia e Micronesia, all’inizio, appartenevano al tessuto sociale di quei popoli? Non erano tutte queste parrocchie piuttosto ‘qualcosa che si introduceva’ nel contesto sociale? A distanza di decenni, a volte secoli, ormai, quelle innumerevoli parrocchie sono una realtà sociale acquisita e facente parte del tessuto sociale stesso dei rispettivi paesi” .
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Roma, San Pietro - Roma, Moschea
Va ricordato, con insistenza, che ci sono 10mila cittadini italiani convertiti all’islam. Inoltre, occorre non dimenticare che gli immigrati musulmani non sono ‘uccelli di passaggio’. In Italia pagano le tasse, mandano i figli a scuola, fanno mutui per la casa e soprattutto tornano nel paese di origine solo per le vacanze, cioè come turisti.
È in gioco la democrazia di questo paese, che si misura con il rispetto dei diritti delle minoranze e non con i poteri della maggioranza. Il rischio è quello di calpestare la Costituzione che garantisce la libertà di culto. Basta citare gli articoli 8 e 19: “tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume”, ancora “Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano”.
I musulmani in Italia hanno il diritto di avere i loro luoghi di culto come tutti gli altri credenti. Allo stesso tempo hanno il dovere di essere trasparenti, dichiarando la provenienza dei finanziamenti e isolando i predicatori della violenza.
Inoltre le moschee devono svolgere il loro compito religioso e culturale: ad esempio insegnare l’italiano alle famiglie immigrate, e soprattutto alle donne. C’è un’esigenza di trasparenza e di comunicazione nel chiedere che venga tradotto il sermone del venerdì dall’arabo all’italiano, per dare la possibilità agli immigrati non arabi e ai convertiti italiani di comprenderlo.


Amara Lakhous *
(14/11/2008)

*Scrittore e antropologo italo-algerino, autore del romanzo “Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio”, E/O, 2006. Ha da poco discusso la tesi di dottorato all’Università di Roma “La Sapienza” dal titolo: “Vivere l’Islam in condizione di minoranza. Il caso degli immigrati musulmani arabi in Italia”.


Questo articolo fa parte di una serie d’inchieste giornalistiche sui fenomeni di radicalizzazione in Europa e nel Mediterraneo. È stato redatto nell’ambito del progetto DARMED , realizzato dal Cospe e sostenuto dall’ UE .

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    "Preventing Violent Radicalisation 2007"

"Con il sostegno finanziario del Programma Preventing Violent Radicalisation
Commissione Europea - DG Giustizia, Libertà e Sicurezza" 


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