L’Intercultura sui banchi di scuola | Marcella Rodino
L’Intercultura sui banchi di scuola Stampa
Marcella Rodino   
Terzo millennio. 8 ottobre 2008, Camera dei Deputati, Italia.
L’Intercultura sui banchi di scuola | Marcella Rodino“Autorizzare l’ingresso degli studenti stranieri alla scuola di ogni ordine e grado previo superamento di test e di specifiche prove di valutazione. Istituire classi ponte che consentano agli studenti stranieri che non superano le prove e i test di frequentare corsi di apprendimento della lingua italiana. Non consentire l’ingresso nelle classi ordinarie oltre il 31 dicembre di ciascun anno…”.
Queste alcune delle frasi contenute nella mozione presentata dalla Lega Nord Padania e approvata dalla Camera dei Deputati la sera del 9 ottobre 2008. La mozione rappresenta un «suggerimento» al governo, ma le parole pronunciate in Parlamento, a meno di un mese dall’elezione del primo presidente nero statunitense, spostano il limite del politically correct italiano, palesando l’arretratezza culturale di un Paese che da sempre fatica a produrre politiche interculturali condivise.
Il partito della Lega nord rappresenta l’8% dei cittadini votanti italiani e partecipa al governo del Paese con ben quattro ministeri. E’ in perfetta sintonia con i suoi alleati di governo e si permette senza conseguenze eclatanti di insultare pubblicamente culture e religioni estranee alla “Padania”.

E’ il clima che si respira nel Belpaese, che ha appena approvato la riforma del sistema scolastico, attuata al fine di ridurre le spese all’istruzione. Tralasciando in questa sede le conseguenze che tale riforma produrrà sul sistema scolastico italiano, a preoccupare è, considerati i tagli e la riduzione del personale, la risposta dei singoli istituti, soprattutto della scuola primaria, alle esigenze organizzative e didattiche di una popolazione scolastica in movimento. Nello scorso anno sono stati 574.133 gli studenti stranieri, ovvero il 6,4% del totale: rumeni, albanesi e marocchini i gruppi più numerosi. Un fenomeno significativo soprattutto per le regioni del Centro Nord dove gli studenti stranieri rappresentano il 10% della popolazione scolastica, e per le grandi città come Milano, Roma e Torino.
Dai dati Miur si evince che il 34,7% degli alunni non italiani è nato in Italia, mentre l’8% è entrato nel sistema scolastico per la prima volta nel 2007-2008. Nelle scuole superiori l’incidenza degli stranieri sul totale degli iscritti è dell’8,7% nelle scuole professionali, del 4,8% negli istituti tecnici, del 2% nei licei. La distribuzione tra le diverse tipologie di istituto nel complesso è la seguente: 40,7% negli istituti professionali, 37,7% in quelli tecnici, il 9,8% nei licei scientifici, il 5,1% negli istituti magistrali, il 3,5% nei licei classici.

Singolarità di percorsi, concentrazione del fenomeno e specificità dei vari gruppi nazionali fanno sì che le esperienze di “accoglienza” maturate sino a oggi varino da territorio a territorio, anche in funzione delle risorse messe a disposizione dagli enti locali e della sensibilità dei singoli docenti e dirigenti scolastici. “Le ricerche dimostrano che in generale la scuola italiana, soprattutto quella primaria, ha saputo favorire l’inserimento di alunni stranieri anche in assenza di una politica nazionale”, spiega Graziella Giovannini, docente presso l’Università di Bologna e coordinatrice dell’Osservatorio Nazionale per l’integrazione degli alunni stranieri, istituito presso il ministero dell’Istruzione nel 2006. “La specificità del modello italiano è quello di essere stato costruito dal basso, nella società e nelle aule, con la partecipazione attiva del territorio: insegnanti, associazioni, famiglie, università”. Secondo la professoressa la sfida oggi è quella di trasformare questa pluralità e ricchezza in sistema, anche per meglio rispondere a un fenomeno nuovo per l’Italia: un terzo degli studenti stranieri infatti sono nati in Italia e per questa “seconda generazione” la lingua non è più il problema principale. Si tratta di affrontare il tema più ampio dell’educazione interculturale, soprattutto per insegnare agli italiani a convivere in una società plurale. “E’ una priorità per esempio per gli istituti professionali, dove esistono classi con il 70% di studenti stranieri e italiani con forti situazioni di disagio alle spalle”, prosegue Giovannini. Queste classi rappresentano oggi dei veri e propri incubatori di conflitti sociali.

L’Intercultura sui banchi di scuola | Marcella Rodino“Il cambiamento nell’approccio all’altro tra i bambini delle elementari e i ragazzi delle scuole superiori è grande”, racconta Rikba Sibhatu, mediatrice culturale del Forum dell’intercultura di Roma. “Dall’innocente curiosità infantile è facile passare a considerazioni razziste dei ragazzi adolescenti, anche nelle scuole, un tempo oasi felici – prosegue Rikba -. Difendere la scuola è difendere il nostro futuro”. Ribka Sibhatu è una “cittadina del mondo”, così ama definirsi, di origine eritrea. Nella vita è tra le altre cose mediatrice culturale ed esperta di immigrazione. “Faccio parte del Forum dell’intercultura di Roma, fondato da don Luigi di Liegro e sostenuto dalla Caritas di Roma. Sono eritrea, ma ho vissuto in Francia, Inghilterra, Germania…”. Rikba è convinta che, di fronte alla difficoltà linguistica accentuata dai suoi continui spostamenti, la sua vita le ha permesso di continuare ad arricchirsi.
“Lavoro nelle scuole, dalle primarie ai licei, come mediatrice culturale ormai da 10 anni. Vengo chiamata dagli istituti per tenere laboratori sull’interculturalità, che adatto naturalmente all’età degli studenti. Nelle elementari faccio rivivere ai bambini quello che sentivo, cantavo, raccontavo nella mia infanzia. Ripercorro il mio albero genealogico, e chiedo a loro di fare lo stesso. Escono storie di meticciato, di emigrazione. Credo che sia necessario recuperare la consapevolezza delle nostre radici. Come fai a scegliere se non sai da dove arrivi?”. Sono tante le scuole che Rikba frequenta e “la percentuale di immigrati nelle classi varia a seconda dei quartieri. In periferia a Roma – spiega Ribka - ci sono in maggioranza stranieri e questo a mio avviso è un pericolo. La convivenza qui è difficile, ci sono troppi problemi sociali da affrontare. Le classi miste sono le migliori: è alta la curiosità dei bambini e si aprono le visioni del mondo”.
E’ della stessa convinzione l’insegnante elementare di una scuola di Torino: “Lavoro in una scuola primaria di una grande città, inserita in un territorio di secondo insediamento, dove la presenza di alunni di origine straniera si attesta al 35%. Qui l’integrazione è possibile, abbiamo studenti “misti”, italiani e figli di immigrati, ognuno con le sue ricchezze e i suoi problemi. Sull’intercultura non abbiamo un progetto specifico, ma il nostro metodo è di tipo trasversale, dove l’attenzione al tema è continua. Una scelta che ci permette di osservare la situazione attraverso gli occhi dei bambini, anche se non è una scelta semplice. Quest’anno ho una nuova classe, una terza, con sette stranieri, di cui due sono nati in Italia. Altri due si sono appena ricongiunti alla famiglia, dal Perù e Romania. Hanno vissuto la loro infanzia con i nonni e il padre, lontani dalla mamma e il ricongiungimento è doloroso e molto lungo. L’intero nucleo familiare ha voglia di ritornare a stare bene”. Secondo l’insegnante, di ruolo dal 1972, la situazione della sua scuola è ideale, gestibile seppur con fatica e con poche risorse. “Certo che nelle situazioni dove la percentuale di alunni stranieri è troppo alta diventa un problema. In alcune scuole della mia città c’è stata una migrazione di studenti stranieri perché in alcune c’erano troppi immigrati. Che integrazione c’è se in scuola ci sono quasi solo stranieri?”.
L’Intercultura sui banchi di scuola | Marcella RodinoAccanto alla “normale” programmazione didattica, in Italia esistono sparse sul territorio iniziative ed esperienze uniche, frutto sovente di idee nate dal basso, dall’incontro tra singoli istituti, privato sociale e società civile. Di seguito solo qualche esempio.
La Baliano di Genova, situata nel cuore della città vecchia, è la prima scuola media a insegnare arabo ai propri studenti, italiani e stranieri. Ha infatti appena inaugurato i corsi gratuiti di lingua araba in collaborazione con il Comune e con l'associazione culturale "La Lanterna". Le lezioni si tengono in orario extra-scolastico, la domenica mattina, e sono tenute da insegnanti volontari. I responsabili dell'iniziativa spiegano che si tratta di un progetto che vuole stimolare l'integrazione, facendo avvicinare gli italiani alla lingua e alla cultura araba e contemporaneamente fornendo uno strumento ai figli degli immigrati nati in Italia che non hanno mai studiato l'idioma dei loro genitori.
Esiste poi l’universo dei Centri di alfabetizzazione italiana per stranieri, sono centinaia e si trovano ovunque; si svolgono a tutte le ore a seconda delle esigenze degli utenti. Ci sono quelli istituzionali, i 400 Ctp (Centri territoriali permanenti) nati nel 1997 e sparsi in tutte le regioni d’Italia, che tra i vari corsi per giovani e adulti, insegnano l’italiano a più livelli. E si spandono quelli del privato sociale. E’ il caso dei tre Centri di alfabetizzazione per studenti migranti Gandhi, Ulisse e Giufà, attivi dal 2000 a Firenze, grazie al forte coordinamento territoriale tra enti pubblici e società civile. I centri registrano un numero di utenti in costante crescita (più 25% negli ultimi due anni, 899 a marzo 2008) contano 54 nazionalità (Cina, Albania e Romania su tutte) e un centinaio di gruppi linguistici.

Marcella Rodino
(14/12/2008)

parole-chiave: