A Torino il frammentato mondo dei giovani | Karim Metref
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Karim Metref   
A Torino il frammentato mondo dei giovani | Karim MetrefSi chiama Kodruz ma si presenta come Giorgio. “È il mio nome per gli italiani. non riescono a ricordare il mio vero nome.” Kodruz è in Italia da quattro anni. Il suo italiano è limpido nonostante la leggera inflessione. Ha lasciato la scuola superiore con il diploma professionale in tasca. Lavora da un anno e mezzo ed ha già preso una bella macchina. Il sogno di ogni giovane candidato all'emigrazione nel mondo.
D'estate, quando torna nel suo piccolo villaggio della provincia moldava di Suceava, fa sicuramente il suo bel effetto. Ma alla domanda se è felice a Torino, Kodruz esita un po'. Si gratta la testa e dice “Non so cosa rispondere. Lavoro, ho una casa riscaldata con l'acqua calda e tutto, ho una bella macchina, esco tutti i venerdì e sabato in discoteca. La domenica gioco a calcio con gli amici poi si va in giro. Ho una ragazza. Ho tante cose... Ma se fosse possibile, io tornerei subito a casa.”
“Perché qui non mi sento il benvenuto!”, aggiunge dopo una breve riflessione.
E di fatti Kodruz e i suoi amici, non potendo tornare a casa, si sono creati una loro piccola Suceava. Non è difficile. Nel capoluogo piemontese vivono circa 50 mila cittadini romeni, la grande maggioranza provenienti dalle province di Bacau e Suceava. Il loro è solo uno delle centinaia di gruppetti di amici romeni che girano per i loro luoghi d'incontro sparsi intorno alla città.
Uno dei luoghi più visibili è il Parco del Valentino, lungo il Po. Nei giorni festivi di sole, ci si ritrova lì per fare una chiacchierata con gli amici intorno a qualche birra e tanti semi di zucca o girasole. Ci sono due chioschi dedicati a loro. Hanno tutto il necessario: semi, birre Moretti formato grande, oppure birre romene: Ursus o Bergen... E poi c'è la musica. Manele (un genere musicale commerciale molto popolare) sparata a tutto volume.
Poi ci sono le discoteche. Torino dispone di almeno tre: Notorius e Dacia, in Via Stradella, Batmania, in Via Reiss Romoli, e qualche altro locale sparso per l'entroterra torinese. La musica suonata è romena cosparsa di hit commerciali internazionali. E il pubblico è quasi esclusivamente romeno.
Catalin, un gestore di una di queste, dice che i clienti non sono scelti su base della nazionalità. È la musica suonata che fa la differenza. I buttafuori non chiedono la nazionalità dei clienti ma guardano un po' come si presentano. “È ovvio che ”, aggiunge alzando le spalle, “se si presenta un ragazzo marocchino o albanese, solo, non lo facciamo entrare! ”.
E gli italiani? “Gli italiani giovani non vengono quasi mai da soli” ci dice. “Se vengono da noi è perché sono con la ragazza romena”.
Alla domanda se ha anche amici di altre nazionalità, Kodruz risponde “ho avuto compagni di classe. Adesso ho colleghi di lavoro. Ma non posso dire di avere amici italiani o di altre nazionalità. Non so perché. Al mio arrivo a Torino nessuno mi ha invitato ad una partita di calcio dopo la scuola o ad uscire la sera. Si studiava insieme, si scherzava... c'era rispetto reciproco, ma non siamo mai diventati amici. Allora io mi sono organizzato con altri ragazzi romeni... tutto qua.”
Come Kodruz e i suoi amici ce ne sono per le vie della città migliaia: marocchini, albanesi, peruviani, senegalesi, cinesi... che si frequentano solo tra di loro e non si mescolano con altre nazionalità che se costretti, a scuola o al lavoro.

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Falchera

Torino non ha grandi ghetti. O almeno non per i così detti “extracomunitari”. I veri ghetti sono luoghi come alcune zone della Falchera, di Barriera Milano e di Mirafiori dove si concentrano le famiglie di origine meridionale. Quelle arrivate in ritardo, quando il miracolo Fiat era già finito.
Altissime percentuali di disoccupazione, concentrazione di problemi sociali e familiari, violenza domestica e di traffico e consumo di droghe varie.
Gli stranieri sono sparsi per la città. Le percentuali più alte si trovano a Porta Palazzo e San Salvario, che sono due quartieri centrali. Ma non sono ghetti “mononazionali”. Ci vive di tutto. La mescolanza è assoluta: piemontesi poveri, meridionali, romeni, marocchini, nigeriani, albanesi...
I ghetti sono quindi solo nella testa delle persone.
Nelson è nigeriano. Lui non ha mai studiato in Italia. Ha solo lavorato. Parla ancora volentieri in inglese. Fa fatica con l'italiano. Ride quando lo incalzo dicendo: “Ma hai la testa così dura che non impari l'italiano dopo anni di vita a Torino?”
“Non è una questione di testa.” risponde ridendo, “ Torino è una città in cui, se sei nigeriano poi vivere senza quasi mai parlare italiano. Abbiamo tutto: negozi, bar, phone center, parrucchieri, negozi di abbigliamento, ci sono videoteche che noleggiano solo film e soap opera nigeriani... Non c'è assolutamente bisogno di mescolarsi con altri. Una volta imparato il minimo per fare la spesa al mercato, per prendere l'autobus, per andare dal medico, se necessario, non hai motivazioni per andare oltre”.
La ragione di tutto questo? La risposta è quasi “mot à mot” uguale a quella di Kodruz e di tutti gli altri: “Gli italiani non ci vogliono e quindi ci siamo arrangiati da soli”.
Così pensano tutti i gruppi “mononazionali” che vivono rinchiusi tra di loro. Senza chiedersi però perché allora non si mescolano con altre minoranze.

Fabio fa invece parte dell'”etnia” maggioritaria in città: i torinesi di “origine meridionale”. Frequenta il terzo anno al Plana, un istituto superiore che si trova in Piazza Robilant, nella zona Nord della città, studia odontotecnica ma senza capire bene perché e come mai si ritrova lì. In classe non ci sono stranieri. Sono tutti italiani. Tutti figli di immigrati dal Sud. Gli “extracomunitari”, per loro, sono una categoria quasi astratta. Li leggono soltanto attraverso i pregiudizi più diffusi. “che schifo! Sporchi, ladri e violenti...” Dicono di non andare mai nei quartieri detti multietnici della città. Per loro, Porta Palazzo è lo schifo più assoluto.
Fabio è il teorico del gruppo. Gli altri sanno di essere tifosi della Juve. Dicono di non essere razzisti. Hanno i loro pregiudizi e le loro paure, ma non ci mettono un nome sopra.
Lui indossa un bomber nero con il tricolore sul cuore. Dopo le ore di scuola va alle riunioni dei giovani di Forza Nuova e si dichiara apertamente fascista e razzista. Ce l'ha con tutti, specialmente con i romeni. “É a causa delle Foibe” mi dice. Quando gli faccio notare che quello è successo in Jugoslavia... spazza tutto con un rovescio della mano: “Stessa razza. Tutti!” .
Fabio parla di territorio invaso dagli stranieri, di diritto all'autodifesa, di razza italiana minacciata... il resto della classe ascolta senza sapere cosa pensare.
Quando guardiamo insieme filmati sugli anni del grande esodo dal Sud e di come i loro genitori erano trattati a Torino, cadono dalle nuvole. Nessuno ha raccontato loro quelle storie. Pudore di chi ha sofferto o amnesia volontaria?


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L'Asai ( Associazione Salesiana di Animazione Interculturale) ha dei piccoli progetti nei principali quartieri “sensibili” della città: San Salvario, Porta Palazzo e Barriera Milano. I loro centri esigui e mal attrezzati sono sempre gremiti di ragazzi, di tutte le nazionalità. L'“etnia” più rara sono gli italiani. Nei locali dell'Asai si fa di tutto: qualcuno studia l'italiano, altri fanno i compiti dopo scuola. Qualcuno fa teatro, musica. Si improvvisano delle band di ballo Hiphop. Ci si organizzano gare di rime in stile Rap. Si va in gita insieme. Si fanno le feste... Normali attività di un centro aggregativo.
Nei locali dell'Asai ci si rende conto di cosa manca a tutti questi giovani della città. Perché si rinchiudono tra di loro per gruppi separati. Perché, quando ci sono proposte interessanti e un'atmosfera rilassata, i giovani stanno volentieri insieme.
Uscendo da uno dei locali mi chiedo: come una città può ignorare i suoi giovani? Come può non avere una politica culturale per loro? Come si possono lasciare quartieri interi della città senza centri culturali, attività di aggregazione... tranne quelle sporadiche, mal attrezzate e spesso disorganizzate dell'associazionismo laico e religioso?

La cosa buffa di tutti questi gruppi con i quali mi sono trattenuto è che si assomigliano moltissimo tra di loro. Parlano con le stesse parole. Sono ossessionati dal consumo, dall'apparenza (vestiti, telefonini, macchine...). Il calcio, la musica commerciale e la discoteca riempiono il vuoto culturale che regna nella loro vita e fanno dimenticare l'assenza di orizzonti... Il mondo attorno a loro è decodificato attraverso i giochi elettronici e i film d'azione: lo vedono ostile e pericoloso e solo il gruppo permette loro di girarlo senza sentirsi soli e in pericolo...
Chi aveva detto che chi si assomiglia si piglia?

Karim Metref
(18/12/2008)


Questo articolo fa parte di una serie d’inchieste giornalistiche sui fenomeni di radicalizzazione in Europa e nel Mediterraneo. È stato redatto nell’ambito del progetto DARMED , realizzato dal Cospe e sostenuto dall’ UE .


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