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Maurizio Dematteis   
I migranti che fanno rivivere le comunità montane  | Maurizio Dematteis«Alle Olimpiadi io tifo per l’Italia. Perché ormai il mio posto è questo. Sono arrivato dalla Turchia a Pietrabruna, provincia di Imperia, nel ’99. E avevo solo 12 anni».
«Sono in Italia da quattro anni. Vengo dalla Polonia, Bielsko Biala. E sono venuto a lavorare nella cava della Rio Tinto-Luzenac in Val Germanasca, in provincia di Torino».
«Sono arrivato a Barge, provincia di Cuneo, dalla Cina cinque anni fa. Oggi ho 17 anni e lavoro nel laboratorio tessile di mio fratello maggiore Chen».
«Avevo 19 anni quando sono partito da Abidjan, in Costa d’Avorio. Oggi vivo a Dronero, in provincia di Cuneo, ho una moglie, tre figli, faccio l’operaio e gestisco un call center».
Queste sono alcune testimonianze raccolte tra i quattro milioni di immigrati nel nostro paese. Con alcune caratteristiche comuni: sono giovani, lavoratori, spesso con coniuge e figli e non vivono nei centri o nelle periferie delle grandi città italiane, bensì nei territori di provincia. Precisamente nei piccoli paesi compresi nei territori delle comunità montane.

La riscoperta della provincia
Si tratta di un fenomeno in espansione, che a causa dei bassi costi abitativi e di nuove opportunità lavorative vede questi “neo abitanti” andare a ripopolare quel “Mondo dei vinti”, per citare Nuto Revelli, quelle zone “di confine” un tempo abitate da contadini e montanari, e oggi quasi abbandonate. «Questi “nuovi” abitanti della montagna sono badanti, muratori, agricoltori – spiega Francesco Ciafaloni, specialista di immigrazione e ricercatore dell’Ires Lucia Morosini di Torino –. Ma anche operai e infermieri. Perché se i prodotti in un periodo di globalizzazione si fanno dove costano poco per poi venderli dove i ricavi sono alti, rimangono tuttavia alcune cose che bisogna necessariamente fare qui. E infatti gli immigrati sono utilizzati per produrre beni che non si possono trasportare: case, strade, buchi per terra e servizi alla persona». Ed è così che intere famiglie si trasferiscono in piccoli comuni per costruirsi una nuova vita.
Una nuova identità frutto della mediazione tra la loro cultura d’origine e quella del luogo eletto a nuova dimora. «Se si viene a formare una nicchia ecologica – continua Francesco Ciafaloni - in cui si può vivere, lavorare e magari avere una casa a poco prezzo, allora gli immigrati arrivano. Ma cosa capita poi in provincia con i nuovi arrivi, bisogna andare a scoprirlo sul posto. Perché per cercare di indovinare il futuro bisogna tenere un occhio al mondo e andare a parlare con quelli che vivono questa nuova realtà».

Chi sono i nuovi “cittadini”?
Se a livello statistico non mancano i dati sui “nuovi italiani” provenienti da paesi esteri, pochi sono gli studi in profondità, la raccolta delle cosiddette “storie di vita” delle famiglie immigrate. Strumento indispensabile per capire chi sono, cosa pensano e quali prospettive hanno i nuovi abitanti della Penisola. E proprio al fine di conoscere meglio queste nuove realtà artefici, insieme alle comunità originarie, della trasformazione del tessuto socio-economico delle zone di provincia italiane, Paralleli Istituto Euromediterraneo del nord ovest insieme all’associazione di promozione della lingua e cultura occitana Chambra d’Oc hanno promosso una raccolta di testimonianze nel corso del 2008. Attraverso una serie di interviste in profondità, condotte con lo strumento sociologico dell’“intervista discorsiva guidata”, dodici comunità straniere numericamente rilevanti residenti in altrettante zone di montagna della provincia italiana hanno cercato di raccontarsi per far conoscere qualcosa di più ai loro ospitanti.
Risultato? Una realtà tutt’altro che statica, dove gli elementi innovativi portati dalle nuove culture delle persone immigrate, nelle zone periferiche come nei grandi centri urbani, contribuiscono spesso al cambiamento in atto della società italiana.

Intraprendenza e integrazione
I migranti che fanno rivivere le comunità montane  | Maurizio Dematteis«Era primavera – spiega l’albanese Vebi Zeneli, oggi residente nel Comune di Sestriere, in Alta val di Susa - E con il mio vicino di casa abbiamo comprato una bicicletta per andare in due da Tirana, mia città natale, al porto di Durazzo, a 40 chilometri, sulla costa. Ad imbarcarci per l’Italia. Avevo 25 anni e lavoravo in una miniera. Oggi, da ormai 5 anni, gestisco un bar in paese a Sestriere». E i suoi clienti non sono solo connazionali o sciatori in gita. Ma anche gente del posto. Compreso l’ex sindaco che spesso rimane a giocare a carte fino alla chiusura del locale con il gestore. E non si tratta di un esempio di intraprendenza isolato: «Arrivato in Italia ho continuato gli studi in economia aziendale – gli fa eco il cinese Chen Rongyong, originario della Provincia dello Zijang, che insieme ai genitori, fratelli e sorelle vive oggi a Bagnolo Piemonte - Mi è servito per imparare la lingua. Oggi tengo i contatti con i clienti del laboratorio di confezionamento di famiglia che forniscono i capi da cucire. Ditte importati come Armani o altre simili». O ancora Karaman Ismail, giovane turco stabilitosi anche lui con genitori, fratelli e sorelle nel piccolo comune ligure di Pietrabruna, che ricorda: «Partito dalla Turchia sono venuto subito qui – racconta il giovane - Mio padre lavorava a Pietrabruna come muratore dal 1996, ed io, dopo qualche anno di studio, ho aperto una ditta edile con mio fratello». Ma le storie dei migranti nel nostro Paese non sono certo tutte a lieto fine. Come nel caso di Rafael Kubanda, minatore polacco impiegato nelle cave della Val Germanasca, in Provincia di Torino, che ricorda: «Aveva deciso di venire tutta la famiglia in Italia. Mia moglie avrebbe imparato la lingua e trovato un lavoro. Purtroppo nel 2007, dopo un anno e mezzo, lei ha deciso di tornare in Polonia con mio figlio. Non si trovava bene, non è riuscita a trovare un lavoro che le piacesse e pativa la lontananza dai parenti. Anche io, se solo riuscissi a trovare un lavoro nel mio paese, tornerei immediatamente».
I migranti che fanno rivivere le comunità montane  | Maurizio DematteisMa altre storie, come quella di Bakary Dembele, originario della Costa d’Avorio residente a Dronero, Provincia di Cuneo, raccontano di persone che oggi si trovano a vivere una realtà esattamente a metà fra il loro paese d’origine e quello in cui vivono: «La cultura italiana mi piace molto, ma è come se stessi vivendo in un universo parallelo – spiega - mi manca il mio paese natale, la mia terra, ma quando ci vado, dopo pochi giorni mi viene la nostalgia dell’Italia perché ormai in Costa d’Avorio è tutto cambiato. Capita anche agli italiani che vivono per un po’ in Costa d’Avorio, quando tornano in Italia hanno problemi a reintegrarsi. Loro lo chiamano mal d’Africa».

Bisogno di politiche
Tante storie differenti. Tutte proiettate verso il tentativo di migliorare le proprie condizioni di vita. Un fenomeno che presenta sicuramente degli aspetti positivi per il nostro paese, dove il saldo tra nascite e morti è ormai negativo da anni. E dove, nonostante l’attuale crisi economica, il sistema economico nazionale, non trovando più manodopera interna, deve importarne dall’estero. Ma allo stesso tempo, come scrivono i curatori del XVIII Rapporto Dossier statistico 2008 immigrazione di Caritas/Migrantes, un fenomeno che necessita di essere governato e accompagnato da politiche ad hoc. “Si impone la necessità di una politica positiva – scrivono – a favore della maggioranza degli immigrati, investendo in idee e risorse. […] L’ambito delle politiche di integrazione è il banco di prova della capacità della classe dirigente di un paese chiamato ad affrontare il tema delle migrazioni. La reiterazione di provvedimenti sicuritari o emergenziali non mostra la forza nell’affrontare il tema, ma la sua debolezza nell’impostare politiche lungimiranti e illuminate capaci di costruire percorsi di cittadinanza, che siano nello stesso tempo inclusivi e anche esigenti nei confronti delle persone immigrate”.

Maurizio Dematteis
(12/01/2009)

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