Esportare democrazia: un modello eternamente in crisi | Marcella Rodino
Esportare democrazia: un modello eternamente in crisi Stampa
Marcella Rodino   
Esportare democrazia: un modello eternamente in crisi | Marcella Rodino“Il numero di parole conosciute e usate è direttamente proporzionale al grado di sviluppo della democrazia e dell’uguaglianza delle possibilità”. Poche parole equivalgono a poche idee, poche possibilità a poca democrazia. Più sono le parole che si conoscono, più ricca è la discussione politica e, con essa, la vita democratica. Ad affermarlo è stato il presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, in occasione dell’apertura della manifestazione Biennale Democrazia tenutasi a Torino dal 22 al 26 aprile. “Quando il nostro linguaggio si fosse rattrappito al punto di poter pronunciare solo sì e no, saremo pronti per i plebisciti; e quando conoscessimo solo più i sì, saremmo nella condizione del gregge che può solo obbedire al padrone. Il numero delle parole conosciute, inoltre, assegna i posti entro le procedure della democrazia”.
Grande successo ha registrato la prima edizione della Biennale Democrazia, manifestazione culturale di respiro internazionale, nata nell’ambito delle celebrazioni per il centocinquantenario dell’Unità d’Italia nel 2011. Trenta mila persone, tra cui molti giovani, hanno seguito i 120 incontri organizzati dalla Città di Torino e dal Comitato Italia 150, con la partecipazione della Regione Piemonte, della Compagnia di San Paolo e della Fondazione Crt. La manifestazione non ha voluto essere solo un modo di rievocare e celebrare retrospettivamente uno degli aspetti più importanti della vicenda dell’Italia unita, ma è stata l’occasione per offrire uno strumento per la formazione e la diffusione di una cultura della democrazia che si traduca in pratica democratica.
A presiedere il Comitato scientifico della Biennale è stato il giudice Gustavo Zagrebelsky, che ha tenuto la sua lezione sulla democrazia proprio in apertura della manifestazione. Il viaggio attraverso la democrazia percorso da Zagrebelsky parte da Rousseau, passa per Platone, Erodoto, Aristotele, Kant, Socrate, Shumpeter, Don Milani, Primo Levi, Norberto Bobbio.
La lezione, tenuta di fronte a un pubblico eterogeneo per età e per formazione, si avvicina a una pièce teatrale, composta di due atti. Nel primo, la messa in scena dei limiti della democrazia, delle sue contraddizioni di fondo, della sua deriva oligarchica. Nel secondo, la lotta all’oligarchia per avvicinarsi alla democrazia. L’epilogo, la constatazione che la salvezza non può venire che dagli esclusi.

I pochi conducono, i molti seguono

E’ attraverso la “ferrea legge dell’oligarchia” che si comprendono, secondo Zagrebelsky, la critica alla democrazia, in quanto regime dell’illusione, e la critica al pensiero democratico, in quanto mistificatore della realtà. L’espressione di Roberto Michels sta a indicare infatti che in ogni organizzazione sociale, e tanto più nelle organizzazioni sociali di grandi numeri e dimensioni, la tendenza è verso la formazione di gruppi dirigenti ristretti che ne assumono la guida. I grandi numeri hanno bisogno dei piccoli numeri. A essere chiamate in causa sono le élites , che di per sé non sono in contrasto con la democrazia, ma diventano antagoniste della democrazia quando si chiudono su loro stesse e si cristallizzano. La tendenza delle democrazie a produrre élites politiche (“classi dirigenti”) e la tendenza di queste a trasformarsi in oligarchie (“caste”) non è astratta teoria. “È constatazione di fatti reali e diffusi, che non è difficile da farsi”, commenta Zagrebelsky.
Perfino il modello classico di democrazia ateniese, sotto questo aspetto, secondo Zagrebelsky, deve essere demitizzato. Zagrebelsky cita Aristotele nel raccontare il contrasto tra Cimone e Pericle e dei mezzi usati dall’uno e dall’altro per prevalere. Cimone, che disponeva di un patrimonio principesco, “offriva splendidamente liturgie pubbliche e manteneva pure molta gente del suo demo. Chiunque volesse poteva recarsi a casa sua ogni giorno e prendere quel che gli occorreva”. Pericle, che non poteva permettersi tutto questo, semplicemente svendette le cariche pubbliche, “dando origine, dice Aristotele, all’immoralità dei magistrati e, dice Socrate, alla corruzione dei costumi”.
In questo rapporto di democrazia rovesciata, il popolo è semplicemente una massa di manovra da sedurre e utilizzare in una guerra tra oligarchi che si svolge senza regole, a volte contro le regole, in luoghi e con mezzi che nulla hanno a che fare con la democrazia.

Il secondo atto
La democrazia non è un regime consolidato, è invece conflitto perenne per la democrazia e contro le oligarchie sempre rinascenti.
L’ideale democratico à la Rousseau è irrealizzabile, ma l’aspirazione ad avvicinarvisi e a difenderlo è tutt’altro che insensato, sostiene Zagrebelsky. La democrazia è il regime in cui esistono le condizioni della democrazia. È un regime della possibilità, non della rassicurazione. Se poi si considera che la sua aspirazione è l’inclusione nella vita politica attiva, si comprende che l’ideale democratico dovrebbe essere l’ideale degli esclusi. La salvezza, in ultima istanza, viene dagli esclusi.
Il fatto che il potere diffuso tra tutti o tra i grandi numeri sia un ideale, non realizzabile se non in momenti eccezionali e destinato a generare dal suo seno sempre nuove oligarchie, come la storia insegna, mostra innanzitutto che la democrazia è un sistema di governo perennemente in crisi. “Sul tema “crisi della democrazia”, in Italia e in altri Paesi, in ogni momento della loro storia democratica- afferma il Presidente - sarebbe non difficile, ma impossibile fornire una bibliografia completa. L’essere in crisi è la sua condizione naturale”.
I classici insegnano che non bastano buone cornici politiche, cioè buone costituzioni, ma che occorrono anche uomini buoni che, dentro la cornice, agiscano secondo lo spirito del quadro, secondo il suo ethos. La migliore delle costituzioni nulla può se gli uomini che la mettono in pratica sono corrotti o si corrompono o, comunque, non ne sono a misura.
La democrazia è un insieme di diritti. Ma non basta. I diritti sono soltanto possibilità. E’ dunque una cornice di possibilità ma che deve essere riempita di un ethos conforme.

Decalogo dell’etica democratica secondo Gustavo Zagrebelsky:
Esportare democrazia: un modello eternamente in crisi | Marcella Rodino
Gustavo Zagrebelsky
- l’adesione a principi e valori, contro il nichilismo;
- la cura della personalità individuale, contro le mode, l’omologazione, il conformismo e la massificazione;
- lo spirito del dialogo, contro la tentazione della sopraffazione;
- il senso dell’uguaglianza e il fastidio per il privilegio;
- la curiosità e l’apertura verso la diversità, contro la fossilizzazione e la banalità, e contro la tendenza a guardare ogni cosa da una sola parte, la nostra;
- la diffidenza verso le decisioni irrimediabili che non consentono di ritornarci criticamente su;
- l’atteggiamento sperimentale, contro le astrazioni dogmatiche;
- il senso dell’essere maggioranza e minoranza, dei compiti e delle responsabilità corrispettivi;
- l’atteggiamento di fiducia reciproca, che rifiuta e non vede in ogni cosa complotti e in ogni avversario un capro espiatorio;
- la cura delle parole.

Marcella Rodino
(02/05/2009)


parole-chiave: