Un dittatore a Roma | Federica Araco
Un dittatore a Roma Stampa
Federica Araco   
 Un dittatore a Roma | Federica AracoLe polemiche suscitate dalla presenza di Muhammar Gheddafi a Roma avrebbero potuto dar luogo ad un dibattito chiarificatore sulla politica adottata dal Governo Berlusconi nei confronti della Libia. Malgrado il no dell’opposizione al discorso in Parlamento, nonostante le contestazioni studentesche e il rifiuto da parte della Comunità ebraica di partecipare all’incontro con il Colonnello, è mancata una riflessione organica ed esaustiva sugli interessi bilaterali che hanno reso possibile questa visita.

“Sono qui perché avete chiesto scusa”, ha annunciato Gheddafi, dopo aver minacciato di rientrare in Libia se il Cavaliere non l’avesse accolto personalmente all’aeroporto militare di Ciampino. Ma le scuse ufficiali ricevute dal governo italiano e il cospicuo risarcimento materiale pattuito non hanno impedito al leader libico di manifestare, con il solito teatrale protagonismo, scarsa coscienza politica e diplomatica.

Circondato dal suo harem militarizzato, “prova” della parità dei sessi nella Ğamāhīriyya , il Colonnello non ha perso occasione di rilasciare affermazioni provocatorie tra rigurgiti antioccidentali e pesanti accuse contro gli Stati Uniti. La fotografia dell’arresto di Omar al Mukthar, capo della resistenza cirenaica impiccato dai fascisti davanti a ventimila persone dopo un sommario processo, ha generato molte perplessità. Gheddafi ha, inoltre, voluto portare con sé dodici discendenti dei partigiani, compreso l’ottuagenario nipote di al Mukthar e un parente di Mohammed Fekini, eroe della resistenza in Tripolitania. “L’impiccagione di Omar al-Mukhtar per noi libici è come la crocifissione di Cristo per voi cristiani, un simbolo per ricordare una tragedia”(1), ha precisato in conferenza stampa.
Lo show di Gheddafi è continuato in Campidoglio, dove, tra imbarazzo generale e interminabili attese, ha proposto di candidarsi a “imperatore d’Italia”, proponendo “l’amico Silvio Berlusconi” come guida del governo libico. Alla Sapienza, infine, il Colonnello ha tenuto una delirante lectio magistralis sull’essenza della democrazia, che da un punto di vista etimologico, ha precisato, deriverebbe dall’arabo demos krazi , “il popolo si siede sulle sedie”, piuttosto che dal greco demos kratos .

Le modalità eccentriche e irrispettose del leader libico hanno generato forti tensioni anche all'inerno della maggioranza, come ha dimostrato la decisione del Presidente della Camera Gianfranco Fini di annullare l'incontro con il Colonnello a seguito del suo ingiustificato ritardo.

Per comprendere a fondo le motivazioni che hanno portato a questa discussa visita del leader libico in Italia, proprio alla vigilia del vertice di Washington, sarebbe forse opportuno chiarire alcuni particolari sugli accordi bilaterali definiti nel “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione”(2) stipulato a Bengasi il 30 Agosto 2008.

Il fascino discreto dell’oblio: il colonialismo italiano.

 Un dittatore a Roma | Federica AracoIl primo interrogativo riguarda la possibilità di “liquidare” con scuse ufficiali e ingenti risarcimenti materiali un doloroso capitolo del passato del quale, ancora, l’Italia fatica a prender coscienza.

Era il lontano 1911 quando, all’indomani dell’occupazione della Tunisia da parte della Francia, l’ossessione imperialista e la necessità di acquisire prestigio a livello internazionale spinsero il giovanissimo governo italiano a impegnarsi nella conquista dei due vilâyet turchi della Tripolitania e della Cirenaica. Malgrado i rovinosi fallimenti coloniali registrati ad Adua e Pechino, l’allora presidente del Consiglio Giovanni Giolitti si lasciò coinvolgere dal delirio espansionista promosso dall’incessante propaganda nazionalista autorizzando una delle imprese più sanguinose della storia d’Italia, “tanto forsennata quanto priva di concretezza”(3).

L’occupazione durò fino al 1943 e causò la morte di circa un ottavo della popolazione, oltre centomila persone, tra battaglie, “rastrellamenti” e deportazioni in massa nei campi di sterminio italiani.

Pur rappresentando una delle esperienze più sanguinose e violente del colonialismo nel mondo arabo, la dominazione italiana in Libia è tuttora offuscata da un velo di torbido buonismo. Questo ha consentito ad una coscienza storica di per sé piuttosto scarsa di continuare ad alimentare il falso mito degli “italiani brava gente”, incapaci per natura di commettere crudeltà poiché “diversi” dagli altri, più tolleranti e generosi verso il prossimo.

Per decenni questa visione distorta del passato ha permesso che la maggior parte dei gravissimi crimini commessi dagli italiani fuori (e dentro) i confini nazionali restassero impuniti dietro una sorta di tacito oblio assolutorio. Ancora oggi sono pochissimi gli studi dedicati alla sanguinosa stagione coloniale, ad eccezione dei lavori di qualche storico italiano, come Angelo Del Boca(4), e di una ricerca sui manfiyyūn , i libici deportati nei campi di prigionia di Ustica, Pantelleria e delle Isole Tremiti durante l’occupazione italiana.

L’intento stesso di chiudere con il passato, cancellandone le tracce dagli annali della memoria, contrasta fortemente con l’obiettivo di riparare i rapporti minati da episodi di sopraffazione e violenza. Inoltre, il diritto internazionale non prevede alcun risarcimento per i crimini contro l’umanità commessi prima del 1948, anno dell’applicazione della Convenzione sul genocidio, ed è comunque molto complesso quantificare in termini economici i danni, materiali e immateriali, causati dalla colonizzazione.

Più petrolio, meno immigrati
La ratifica del “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Ğamāhīriyya (5) araba libica popolare socialista” non ha suscitato particolare interesse in Italia. Al contrario i media libici hanno dato grande visibilità all’intesa, considerata uno storico passo di avvicinamento tra i due paesi anche in virtù degli ingenti investimenti infrastrutturali previsti in Libia, che gioveranno soprattutto ai bilanci delle aziende italiane incaricate degli appalti.
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Da un punto di vista finanziario il trattato di Bengasi garantisce, infatti, che la realizzazione di tali progetti sarà affidata a ditte italiane che gestiranno direttamente i fondi. I terreni necessari alla realizzazione delle opere saranno messi gratuitamente a disposizione dalla Libia, che contribuirà anche all’acquisto dei materiali edili necessari, rinunciando inoltre ai dazi doganali sulla merce importata dall’Italia. Tra le “iniziative speciali” menzionate nel documento figurano la costruzione di 200 nuove abitazioni, l’assistenza sanitaria per le vittime delle mine antiuomo, la pensione per i libici con documenti italiani, la restituzione di quanto sottratto in epoca coloniale e l’assegnazione di 100 borse di studio ogni anno. Il trattato prevede, inoltre, un risarcimento agli italiani rimpatriati dalla Libia per i beni espropriati da Gheddafi. I fondi stanziati saranno ricavati dalla tassa sul reddito del 4% sui profitti delle compagnie petrolifere italiane che lavorano in Libia, prima tra tutte l’Eni che, con oltre 500mila barili di greggio al giorno, è la principale azienda operante nel paese nel settore energetico.

Questo accordo ha agevolato l’acquisto di azioni di società italiane da parte dei fondi sovrani libici e, in futuro, garantirà alla Libia una crescita industriale e una modernizzazione di infrastrutture e tecnologie di notevole rilievo. Questo da un lato consentirà la creazione di nuovi posti di lavoro per una popolazione in crescita, dall’altro aumenterà il peso esercitato dal paese nello scacchiere geopolitico mediterraneo grazie allo sviluppo del settore petrolifero guidato dall’Eni. “Berlusconi potrebbe trasferire le fabbriche in Libia, che così diventerebbe industrializzata. Noi abbiamo il gas e garantiremo il suo flusso verso l’Italia”, ha sintetizzato Gheddafi in una conferenza stampa a Roma.

“Quali diritti?”
Riguardo l’immigrazione, la speranza diffusa negli ambienti politici italiani, dalla Lega al Pdl, è che il “Trattato di amicizia” possa tradursi in un concreto impegno da parte della Libia ad aumentare i controlli alle frontiere e accogliere gli immigrati “respinti” dall’Italia.

Tra lo sconcerto dell’opinione pubblica internazionale e le forti condanne dell’UNHCR, tra il 6 e il 10 maggio il Governo italiano ha ordinato il respingimento verso le coste libiche di 557 immigrati irregolari, tra cui 80 profughi soccorsi in mare.
Alle domande riguardanti il rifiuto di asilo politico da parte dell’Italia, Gheddafi ha risposto minimizzando la situazione e assicurando che coloro che decidono di attraversare lo stretto lo farebbero per motivi esclusivamente economici: “gli africani sono degli affamati, non dei politici, gente che cerca cibo”(6), ha precisato nell’incontro di Roma con gli studenti.
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La lotta al traffico di esseri umani rimane un punto centrale della strategia di avvicinamento con la Libia, che negli ultimi mesi ha ottenuto dall’Unione Europea un finanziamento speciale per rafforzare il controllo delle rotte marittime.

Benché il transito libico sia ormai più che collaudato, uno studio recente del Ministero dell’Interno italiano ha dimostrato che negli ultimi 10 anni il numero dei migranti fermati alle frontiere marittime italiane sarebbe diminuito in modo considerevole. Dagli anni Novanta ad oggi gli arrivi di immigrati dal Magreb e dal Medio Oriente hanno subito una costante diminuzione, contrariamente ai flussi migratori provenienti dall’Est Europa e dall’Asia. Solamente il 15% degli immigrati arrivati in Italia nel 2008 è giunto via mare(7) anche se gli incidenti e i naufragi sono notevolmente aumentati. Questo perché la navigazione è affidata direttamente ai migranti, costretti a viaggiare su imbarcazioni fatiscenti e sovraccariche, e anche perché ormai i viaggi avvengono in tutti i periodi dell’anno, anche quando il clima e le condizioni atmosferiche non consentirebbero una navigazione sicura.

In Italia l’inasprimento delle politiche anti-immigrazione ha generato un diffuso clima di instabilità politica e sociale. Come segno di protesta per la visita del leader libico e contro la politica sull'immigrazione approvata dal Governo è stata organizzata una campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, “Io non respingo”, che ha mobilitato, con conferenze, incontri e manifestazioni, circa 80 associazioni e organizzazioni in tutto il paese .

Ma la retorica della difesa dei confini dall’”invasione” straniera e la lotta contro l’”africanizzazione” delle nostre città è stata abilmente trasformata dal Governo in una priorità politica irrinunciabile, preparando il terreno per i discutibili accordi bilaterali con la Libia che hanno consentito a Gheddafi di arrivare in Italia e dettare le regole del gioco.



1) - V.Nigro, “Gheddafi a Roma tra le polemiche cancellato il suo discorso al Senato”, la Repubblica , 11/06/2009.
2) - “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Ğamāhīriyya* araba libica popolare socialista” il testo completo, tenuto segreto per quattro mesi, è stato presentato in parlamento lo scorso 23 dicembre in Atti parlamentari, Camera dei deputati, 2041/XVI.
3) - G.Rochat, G.Massobrio, Breve storia dell’esercito italiano dal 1861 al 1914”, Einaudi, Torino 1978, cit. pp.157-158.
4) - A.Del Boca, Italiani, brava gente?, Biblioteca Neri Pozza, Vicenza 2005.
5) -“Stato delle masse”.
6) - G.A.Stella “Il popolo si vuole sedere sulle sedie”. A lezione di democrazia dal Colonnello”, Corriere della Sera , 12/06/2009.
7) - Cfr.P.Monzini Fortezza Europa: come cambiano le rotte della disperazione , in Limes 3/2009 "Il mare nostro è degli altri".


Federica Araco
(17/06/2009)

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